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A LIDIA

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Dolce far niente (1904) -J.W.Godward
Dolce far niente (1904) -J.W.Godward

“μίνυνθα δὲ γίγνεται ἥβης καρπός,

ὅσον τ’ ἐπὶ γῆν κίδναται ἠέλιο”

“Fulmineo precipita il frutto di giovinezza,

come la luce d’un giorno sulla terra.”

SOLONE

Lidia or non ti ravvedi

che cinta sei tu di candida luce

e che di venustà ristori il mondo?

Eppur la vita truce

non asterrà i suoi nembi

dal tuo tenero capo,

ma sottrarratti il sole

onde sbocciavan viole

sul tuo sentier fatato.

Tu giochi per pie campagne e ville,

odi il tinnar di squille ire dal monte

e di tinnulo canto ornare il fonte.

Or fra vaghe imago lieta vivendo

del tuo futur non curi altro che sogni.

Incerto ove tu agogni,

eppur, sanza cura, innocua vi speri:

non nuoce al tuo vagare alcuno inciampo.

Gioisci che ben n’hai d’onde

e va’ cercando il tuo viver ilare,

come l’augel infra l’amate fronde

il cibo onde si pasca.

Ancor tu tieni il cinto1

sul pudico tuo fianco

e per li prati vai cantando allegra,

all’aere sparte le violacee chiome.

Ahi sì quanta dolcezza

vita pur vana prome!

Poi lasci aleggiar le vesti al refolo

che auliscono e brillano nel sereno,

recando nel tuo candido seno2

coccole e fior vivaci

e pian colla tua vereconda mano

trai dal grembo i bei frutti spiccaci.

Oh come del sol beata ti rallegri

mentre pei poggi voli,

abbandonando retro all’agil dorso

pei dolci zefiri l’infule rosee,

quando sui floridi campi sfiorano

gli orli bianchi della tua tenue veste.

Tu solamente speri

che non il tuo futuro

sia mai feroce e duro

e che il viver ti spetti ognor felice,

ma pur questo non lice

alla progenie umana.

Or senti vociar retro al tuo cammino

l’umana gente che di beltà ristori

e pudibonda odi come di vanto

ricoprano già il tuo fatale incanto.

Sì amata e di guardi adornata

richiudi dentro al tuo virgineo core

la speme e il soave amore

che sì te fan desiata.

Oh lucerna d’alma vita ridente

ch’ogni animal vivente

col dolce sguardo lungi dal tempo involi,

non v’è creatura alcuna

che sia tanto feroce che al tuo pio mirar

l’animo non consoli.

Ma tosto il tuo vital incanto vedrai

senza pietà distrutto,

il tuo sentier fiorito arido e brutto

e gli sguardi inclementi

sul tuo viver imporre dell’empia sorte

che tutti volge a morte

e gir per le mondane strade paventerai,

misera dell’avvenir non più soave.

Allor sempre più grave

ti fia il vivere errante.

Tale sarà quel tuo tempo imparziale,

quando tu infida crederai la vita

e di speranza ignuda

ed inclemente e cruda,

quando, senza più ardor, non renitente

solo la morte vedrai pia e innocente.

Ma or del viver godi il bel sembiante

fintanto che sul tuo canuto crine,

come candida viorna

sulla tua via inadorna,

l’orrida buia morte non incomba

e non porrai le tue gelide membra

dentro un’oscura tomba.

1 Il cinto è segno di vereconda castità o di casta verecondia già presso gli antichi. Sciogliere la cintura(ζωνιον,zoníon) è invito all’amplesso: a tal proposito si veda l’epigramma di Asclepiade sull’ Antologia palatina V,158. 58

2 Non va inteso con “petto” ma con “grembiale” dal latino “sinus”. Tale accezione è attestata nella letteratura,come in Petrarca “herba et fior” che la gonna/leggiadra ricoverse/co l’angelico seno” in Rerum vilgarium fragmenta (Canzoniere) CXXVI,9

Alessio Palaia

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