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ALEKSANDR LUKASHENKO: L’ULTIMO DITTATORE ROSSOBRUNO D’EUROPA

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Il 9 agosto il despota Aljaksandr Lukašėnka è stato “rieletto”, con l’79,23% dei voti, per il sesto mandato, presidente della Repubblica Bielorussa. La situazione è tragica.

L’appellativo di despota è forse troppo poco per il presidente Lukashenko, – d’ora in avanti utilizzerò la translitterazione dal russo sacrificando la filologia, il nome in questione sarebbe bielorusso, in favore della leggibilità – egli è, non considerando tali quei capi di Stato fattualmente democratici che una creta retorica ideologica vorrebbe tiranni, l’ultimo dittatore d’Europa.

LE ELEZIONI

Le “elezioni” presidenziali in Bielorussia sono state caratterizzate da una forte ingerenza governativa.

La candidatura di ben dieci figure di spicco dell’opposizione è stata impedita e a sfidare il tiranno sono stati Svjatlana Cichanoŭskaja (10,9%), una cittadina indipendente che ha continuato la campagna del marito, blogger e principale oppositore politico di Lukashenko, impossibilitato a candidarsi poiché agli arresti dal maggio di quest’anno, e Siarhei Cherachen (3,89) rappresentante dell’Assemblea Socialdemocratica Bielorussa.

I risultati elettorali sono stati ritenuti validi da pochissimi paesi tra cui la Russia e la Cina comunista che si sono complimentate con Lukashenko per la vittoria conseguita.

La Cichanoŭskaja ha denunciando i brogli, la giornata elettorale è stata chiusa in anticipo, e ha invitato «coloro che credono che la loro voce sia stata rubata» a non tacere.

L’appello dell’omari leader dell’opposizione è stato accolto con favore dai cittadini bielorussi che sono infatti tornati a manifestare, le proteste erano iniziate con l’esclusione dei dieci candidati dell’opposizione, pacificamente nelle piazze sfidando il despota.

Lukashenko, che come tutti i tiranni teme gli uomini liberi, è preoccupato, come ha dichiarato lui stesso, che in Bielorussia si riproponga uno scenario simile alla rivolta ucraina che nel 2014 spodestò il filorusso Viktor Yanukovic.

Per questo motivo il presidente, oltre ad aver autorizzato l’uso della violenza e dei proiettili di gomma sulla folla inerme da parte delle “forze dell’ordine” e oltre ad aver consentito l’arresto di centinaia e centinaia di dimostranti in principio pacifici, ha gridato, come usano spesso fare i dittatori quando alle strette, all’ingerenza straniera.

I paesi accusati di dirigere le rivolte sono la Polonia, la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca i cui i servizi di intelligence stanno probabilmente dando appoggio, con il favore di tutti gli uomini liberi, al popolo bielorusso nella propria lotta contro il tiranno.

IL PRESIDENTE ALEKSANDR LUKASHENKO: 

Lukashenko, nato a Kopys’ nel 1954, quando ancora la Bielorussia era una delle repubbliche socialiste che componevano l’URSS, si è laureato in economia, – o meglio, come emergerà più avanti nell’articolo, in programmazione fallimentare dell’economia – all’istituto sovietico di Mahilëŭ e in Agricoltura all’Accademia Bielorussa, ha servito, lo Stato e non il popolo, nell’esercito sovietico, è stato direttore di una Sovchoz, una delle diverse “fattorie” collettive – a essere collettivizzata tra gli agricoltori era la fatica e non di certo i frutti del lavoro che spettavano invece ai direttori –  costituite mediante l’esproprio delle proprietà dei cittadini, e ha fondato – no, non è una battuta di cattivo gusto –  il partito – il nome è tutto un ossimoro – Comunisti per la Democrazia.

Un elemento molto evocativo che non si può tralasciare nella caratterizzazione del presidente bielorusso è l’esser stato l’unico ad aver votato, nel 1991, contro l’accordo che, costituendo la Comunità degli Stati Indipendenti, ha sancito lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Insomma Lukashenko è uno di quei sovietici che se fossero vissuti in Germania avremmo visti condannati al Processo di Norimberga.

Dopo lo scioglimento dell’Unione il politico bielorusso non perse l’occasione e, nel 1994, partecipò, vincendo, alle prime elezioni “democratiche” – si possono definire tali solo nel confronto con quanto avveniva in Unione Sovietica – della Repubblica Bielorussa.

L’IDEOLOGIA POLITICA DEL PRESIDENTE BIELORUSSO:

Per poter comprendere a pieno le politiche attuate dal dittatore negli anni della sua tirannia in Bielorussia è necessaria aver chiaro il passaggio seguente.

Dal periodo sovietico della biografia di Lukashenko è emerso come egli fosse devoto all’ideologia comunista e, nella fattispecie del comunismo sovietico, al socialismo internazionalista – quel socialismo che in Italia si presentava con il PCI e che voleva Mosca capitale di tutti i comunismi -.

Se l’ideologia internazionalista ha resistito al crollo dell’URSS, ricalibrando il proprio centro su Pechino, così non è stato per le convinzioni ideologiche del dittatore in questione che, cogliendo l’occasione della presidenza Bielorussia si è, ricalibrando il centro della sua ideologia sulla capitale nazionale, “convertito” – la differenza è minima – al socialismo nazionale.

Il “nuovo” credo politico sostenuto da Lukashenko è quell’Ideologia politica che in Italia caratterizzò il fascismo, che, pur indubbiamente sconfitta dalla storia, è tornata oggi al centro dei dibattiti “grazie” a personaggi come Diego Fusaro e a formazione come il Partito Comunista e Casa Pound e che, shakerata un po’, si era già mostrata, agli inizi del ‘900, con il nome di Nazional Socialismo.

IL PRIMO MANDATO:

Durante i suoi cinque mandati – se così è giusto definirli – la politica di Lukashenko ha toccato tutti quei punti classici delle dittature.

Giusto per dare un’idea il primo mandato presidenziale comportò l’epurazione sistematica – che non si è mai conclusa – dei propri avversari, politici e non, accusati – come da copione – di corruzione, la rimozione delle piccole – quasi invisibili – aperture alla libertà economica – che si erano imposte de facto a partire dal crollo dell’Unione Sovietica -, lo stravolgimento del parlamento nazionale, a seguito di un referendum controverso sull’estensione del potere e della durata del mandato presidenziale, che, dopo essere stato privato di 89 deputati considerati sleali, fu sostituito da un consiglio di 110 fedeli a Lukashenko.

Lo stravolgimento illegittimo del parlamento e la conseguente condanna delle democrazie occidentali costrinse la Russia a non trattare il rublo bielorusso causandone così la totale svalutazione.

CONCLUSIONE:

Riassumendo, dopo aver tracciato il quadro delle elezioni e delle proteste e dopo aver raccontato parte della biografia di Lukashenko, mi si permetta di dire che l’esistenza di governi dispotici come quello Bielorusso, diretto discendente del potere sovietico e, come si vede emergere dai fatti, non molto lontano dal nazional socialismo tedesco, costituiscono, oltre che un insulto a chi morì combattendo le dittature citate, anche un’inaccettabile minaccia alla libertà di tutti gli individui.

In conclusione, rivolgendomi a chi in questi giorni ho letto far politica e propagata sulla pelle dei cittadini bielorussi imputando l’insurrezione popolare a un non meglio specificato complotto neo-liberista, mi sento di porgere un veloce e interrogativo: Il sostegno ceco e ostinato a un’ideologia, che anche in questo caso si è dimostrata totalmente fallimentare, vale le sorti di un’intera nazione? No.

E all’ora ben vengano le ingerenze di un paese straniero che, anche perseguendo i propri interessi nazionali, sostenga, anche in modo involontario o collaterale, la causa degli uomini liberi.

       

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