EconomiaInterviste

Alessandro Cascavilla: “L’Europa sta giocando un ruolo fondamentale”

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Alessandro Cascavilla è da alcuni definito il “Chiara Ferragni dell’economia”, per via della sua attività divulgativa sui social network, grazie alla quale ha raggiunto un seguito di oltre 140 mila follower tra i suoi due porgetti “Economia del suicidio” e “ale.conomista”.

Diplomato con lode in ragioneria, carriera universitaria all’UNIVPM di Ancona con triennale in economia e commercio conclusa con il massimo dei voti, laurea magistrale in International Economics conclusa con lode, Master in Spagna in Economics, attualmente dottorando in Economics all’Università di Bari. Lavora come Junior Economist all’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani diretto dall’economista Carlo Cottarelli, all’Università Cattolica di Roma.

‒ Come lei sa in queste settimane le polemiche diffuse dallʼala sovranista della politica italiana hanno travolto le principali istituzioni europee. LʼEuropa è stata accusata di negligenza, ma sappiamo bene che queste accuse nascono da individui che non hanno la minima conoscenza dei meccanismi economici e finanziari. La domanda è chiara, cosa sta facendo lʼEuropa per noi?

Conosco benissimo le teorie sovraniste che urlano contro l’Europa ma allo stesso tempo le chiedono un intervento più forte. L’Europa attualmente sta giocando un ruolo fondamentale: non si può dire che non ci stia aiutando, dato che la BCE ha un programma di acquisti di oltre 220 miliardi di euro di titoli di stato italiani, ben oltre la regola del capital key che distribuisce gli acquisti di titoli da parte della BCE nei vari paesi. Stiamo dando per scontato questa attività che non è per nulla banale, basti pensare che nel 2012 per arrivare a quel famoso “Whatever it takes” di Draghi ci

sono voluti anni per raggiungere una maggioranza qualificata. Questo non significa che l’Europa sia perfetta, anzi. L’Europa può e deve fare di più, soprattutto dal punto di vista di solidarietà in questo periodo. Non si può bloccare l’Istituzione intera per il veto di un solo Paese, perché perdere tempo in questo periodo significa perdere posti di lavoro e far fallire imprese. Non possiamo permettercelo.

Ma allo stesso tempo non possiamo permetterci di fare le cose da soli. E’ un trade off che va risolto nel migliore dei modi, e sono abbastanza fiducioso che ce la faremo.

‒ Il Mes senza condizionalità e a tassi inferiori di quelli di mercato per supportare le spese sanitarie che lʼUnione Europea ci offre viene etichettato dall’opinione pubblica come un modo per affossare lʼItalia, cosa ne pensa? Inoltre, lʼItalia dovrebbe accettare questi aiuti oppure c’è il rischio che aumenti il debito pubblico?

Non è assolutamente un modo per affossare l’Italia, anzi. Spesso il MES viene visto come alternativa ad altri strumenti, mentre secondo me va visto in un’ottica complementare: che senso ha dire no al Mes e si agli Eurobond? Io direi sì ad entrambi, se convengono da un punto di vista economico. La linea di credito “light” pensata per sostenere spese sanitarie dirette ed indirette rappresenta un’opportunità di finanziamento. A chi dice che c’è il rischio di aumento del debito pubblico, rispondo che l’alternativa al MES è proprio aumentare nella stessa misura il debito pubblico, pagando però un servizio del debito di molto maggiore, dati gli interessi annuali che, secondo una mia stima sui rendimenti dei BTP a 30 anni e i titoli più simili emessi dal MES, ammonterebbe a oltre 1 miliardo di euro l’anno. Sono soldi che poi dovremmo integrare noi, con l’aumento di tasse, imposte e contributi.

Il debito tenderà comunque ad aumentare, ed è normale in periodi “di guerra” come questo, perciò l’obiettivo è trovare quello che costa meno in termini di interessi.

‒ In giro c’è molta disinformazione, molto spesso diffusa ad unico scopo propagandistico, cosa sono i tanto discussi Eurobond? Sono questi la soluzione alla crisi?

Non è detto che siano la soluzione, ma sono a mio avviso una grossa opportunità. Gli Eurobond, ora chiamati “recovery bond”, sono dei titoli del debito emessi da un’istituzione sovranazionale, si sta pensando o ad un nuovo fondo, il Recovery fund, o direttamente dal bilancio UE.

Dato che il bilancio dell’UE è pari all’1% del PIL dei Paesi Membri, è evidente che non può garantire eventuali creditori sull’emissione di titoli di debito. Quindi ci sarà bisogno di una garanzia da parte degli stati. Per me gli eurobond sono necessari per ovviare a spese comuni tra i Paesi, e vanno visti come un passo in avanti verso la centralizzazione della politica fiscale, che è un aspetto fondamentale per il processo di integrazione dell’UE. Non è un caso se gli USA possono permettersi di intraprendere politiche da 2 trilioni e mezzo di dollari nel giro di una settimana, mentre noi dobbiamo aspettare mesi. E’ arrivato il momento di migliorare e rafforzare le istituzioni europee dal punto di vista fiscale, perché si è visto che la sola moneta non riesce ad allocare in maniera efficiente le risorse come sperato.

‒ La crisi economica e finanziaria greca, iniziata nellʼautunno del 2009, è uno spettro che ancora oggi si aggira nei palazzi di governo dei paesi dellʼUnione Europea, perché lʼItalia non può essere soggetta allo stesso destino della Repubblica Ellenica?

Spesso si fa riferimento all’esperienza greca come nostro possibile scenario economico. Credo che il “rischio Grecia” l’abbiamo scampato in passato, quando nel 2011 eravamo nel pieno della crisi del nostro debito sovrano. Ora credo che quel rischio sia abbastanza remoto per diverse ragioni, tra le quali ad esempio l’esistenza di organismi e strumenti, che all’epoca non c’erano, che garantiscono la stabilità contro gli attacchi speculativi: il MES e le OMT appunto. All’epoca non c’erano questi strumenti, e l’unica via per garantire la Grecia da un default completo è stata affidare la gestione dell’economia alla Troika. Questo non se lo augura nessuno per l’Italia, e credo che non siamo nelle stesse condizioni della Grecia che ricordo, in quel periodo, mostrava bilanci pubblici falsati ed aveva tassi d’interesse sui bond decennali quasi al 30%. Era una realtà completamente diversa da quella attuale, nella quale credo ci si possa tornare esclusivamente con politiche scellerate, come se ad esempio domani il governo decidesse di tornare alla lira: una follia.

‒ Lʼabbandono della moneta unica e il ritorno alla Lira da parte dellʼItalia quali conseguenze comporterebbe?

Cambiare moneta non è per niente un processo simpatico, anzi. Da quando con gli accordi di Bretton Woods è terminato il gold standard (valore della moneta pari alla quantità di riserve di oro di un Paese), i meccanismi di cambio sono stati alle volte utilizzati in maniera cronica, attraverso continue svalutazioni competitive, portando a valute nazionali completamente inaffidabili e senza valore. Questo sta succedendo in Argentina, dove si cercano di bloccare le vendite di Pesos con il “Cepo cambiario”, e per strada si scambia il cosiddetto “blue dollar”, ovvero le persone non vogliono detenere Pesos e sono disposti a pagare più la valuta estera rispetto al cambio ufficiale dettato dalla Banca centrale. Questo perché c’è una grande aspettativa ribassista sul valore della moneta stessa.

Chi dice che uno stato che ha la propria sovranità monetaria non possa fallire, sbaglia. Su questo ci ho fatto anche un video che è disponibile sul mio profilo ale.conomista e sul mio canale youtube. In ogni caso non bisogna andare molto lontano nello spazio e nel tempo per capire che anche in Italia abbiamo avuto problemi valutari: la tanto desiderata lira non era poi una valuta molto stabile, dato che è stata soggetta a continue svalutazioni per contrastare l’aumento d’inflazione per mantenere una certa competitività della nostra economia. Inoltre spesso chi richiama la lira dimentica periodi in cui il tasso d’interesse era inferiore a quello d’inflazione, rendendo negativi i rendimenti reali. Soprattutto in tempi di crisi, è difficile dare un nuovo valore a una nuova valuta dato che non siamo più in regime di gold standard. Se domani il governo decidesse di tornare alla lira, con un cambio flessibile, perché un investitore dovrebbe preferire essere pagato in lira piuttosto che in euro, che è una valuta forte, stabile e sicura? Supponiamo anche che i risparmiatori italiani siano patriottici e decidano di accontentarsi di un pagamento in nuova valuta.

E’ facile capire che, dato che il nostro debito pubblico è detenuto per il 30% da investitori esteri, questi non sarebbero poi così patriottici. Ci sarebbero vendite automatiche da parte di questi ultimi, che preferirebbero svendere il titolo recuperando qualche cifra in euro, piuttosto che farsi pagare con soldi, lo dico per rendere l’idea, del monopoly. Questo avrebbe conseguenze disastrose per il settore bancario che, dato l’aumento del tasso d’interesse e la caduta del valore dei titoli, si vedrebbe ridotta la possibilità di erogare prestiti in relazione alle regole esistenti del “capital requirement”. Ma questo è solo uno dei diversi punti a sfavore di tornare a una valuta debole in tempi di crisi.

Non si può dare un valore a una valuta sulle promesse politiche fatte da un paese con un rapporto debito pil oltre il 135%. Anche con cambi fissi andremmo incontro ad attacchi speculativi continui, dato che le riserve internazionali della banca d’Italia non sono di certo illimitate, e questo lo sa bene Soros, che ci ha già scommesso efficacemente contro nel settembre 1992, con il famoso Black Wednesday.

Senza considerare i problemi legati all’inflazione, può essere vero assumere che svalutando si esporta di più. Questo è confermato se vengono rispettate le condizioni di elasticità di Marshall-Lerner, ma credo che in un periodo come questo, in cui il commercio internazionale è fortemente limitato per fattori esogeni, una svalutazione non avrebbe gli effetti sperati sulla bilancia commerciale e sul Pil. Insomma, non riesco a vedere i lati positivi di tornare in questo momento storico alla nostra vecchia lira.

‒ Per avere ricchezza da distribuire, questa ricchezza deve prima essere prodotta. Come si produce la ricchezza? Il libero mercato può creare ricchezza e quindi creare sviluppo per uno Stato? 

Esatto, la redistribuzione viene solo dopo la creazione di ricchezza, questo concetto viene spesso dimenticato da alcuni politici che abusano del concetto di redistribuzione. Molto spesso le persone che pensano che basti redistribuire le risorse per risolvere i problemi, sono gli stessi che pensano che basti stampare moneta all’infinito. A coloro manca un fattore fondamentale: il processo di creazione di valore e di ricchezza.

La ricchezza proviene dal ritorno di investimenti, accumulazione di capitale, di lavoro e di tecnologia. Uno dei motivi che porta all’esistenza dello Stato è proprio la sua funzione redistributiva nel riallocare in maniera efficiente le risorse, ovviando ai cosiddetti “fallimenti di mercato”. La ricchezza, intesa come stock, viene poi spesso confusa con il reddito, che è invece una variabile di flusso.

Credo che il libero mercato, seguendo Smith, porti a molti benefici nella creazione della ricchezza, ma è pur vero che in periodi simili lo Stato è un attore fondamentale per la ripresa: la storia ci insegna che in tutte le crisi passate, dal ’29 in poi, è lo Stato ad aver rilanciato l’economia. Quindi credo che garantire la ripresa delle attività produttive sia necessario per tornare a crescere e a creare ricchezza, ma ho seri dubbi che questo possa essere fatto “liberalmente” senza l’intervento dello Stato.

Ora bisogna cercare di non cadere nei “fallimenti dello Stato”, ossia errori dei policy makers nella gestione e nell’ indirizzo di politiche economicamente sbagliate.

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