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Ambientalismo di mercato

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Come ho dettagliato nel mio precedente articolo, le angurie sono particolarmente pericolose per la salute di un corpo sociale. Tuttavia, è corretto riconoscere che alcune delle loro preoccupazioni non sono del tutto infondate: mari sporchi, fiumi avvelenati e nubi tossiche non sono esattamente grane da poco. Al termine dell’articolo ho ventilato la presenza di un metodo alternativo di risolvere, o quantomeno attenuare, queste problematiche decisamente serie. Nel presento pezzo avremo pertanto modo di osservare le proposte della tradizione liberale per affrontarli, senza cadere in socialismi vari.

Cos’è l’inquinamento?

Prima di tutto, occorre chiarire la natura dei fenomeni che stiamo trattando. Il danno ambientale non è affatto omogeneo, ma sempre localizzato e di una natura specifica, e soprattutto è riscontrabile in luoghi o persone particolari: il fumo di una ciminiera investe un campo, danneggiando il raccolto e gli scarti industriali cambiano la composizione di un corso d’acqua. La domanda che i liberali pongono, come ormai dovremmo sapere, è la seguente: a chi appartiene il bene contaminato?

Da un punto di vista strettamente legale, infatti, ogni istanza di inquinamento è accomunabile a una forma di violazione di domicilio, con un criminale che manipola senza permesso la proprietà di qualcun altro. Poniamo che io possegga una spiaggia, e che nel cuore della notte un camion vi riversi centinaia di bottiglie di plastica e lattine d’alluminio. Non si tratta forse di una violazione della mia proprietà, in maniera non dissimile dallo scaricare tali rifiuti nel mio giardino, o addirittura nella mia casa? Ragionamento analogo per l’inquinamento dell’aria: se qualcuno dirottasse fumi tossici all’interno delle mie finestre, non starebbe forse avvelenandomi?

Ambiente e proprietà

La tesi che andiamo sviluppando è che, al pari di aggressioni fisiche, l’inquinamento dovrebbe essere trattato alla stregua di un crimine comune, e passibile di denuncia, e la natura – e presenza – del danno verranno verificati durante un procedimento legale. Qualora venga accertata la natura deleteria di ciò che è ci è stato inflitto, sarà possibile esigere un risarcimento, la cessazione dell’attività nociva da parte del nostro avversario o entrambi. La chiave di lettura è che solo se sia l’inquinatore che l’inquinato operano all’interno di un sistema in cui i diritti di proprietà sono chiaramente delineati e protetti è possibile pervenire a soluzioni efficaci, nonché efficienti.

Per quanto possa sembrare una proposta assurda, un tempo era una realtà: come ha fatto notare Rothbard, infatti, la common law prevedeva la possibilità di fare ricorso per ottenere una compensazione per i danni subiti, e tali tentativi avevano spesso successo; se un tale sistema è caduto in disuso è stato perché i giudici – e le autorità in generale – hanno cessato di far valere i diritti di proprietà delle vittime[1]. La motivazione addotta era che gli incommensurabili “benefici sociali derivanti dall’industria” superavano le inconvenienze inflitte ad alcune persone. Vediamo dunque come, lungi dall’essere un caso di flagrante market failure, ci troviamo di fronte a un eccellente esempio di state failure, con le autorità che hanno selezionato vincitori e vinti in nome di un supposto “bene comune”, invece di difendere i loro sudditi.

La pulizia è un lusso

È bene non fraintendere ciò che sto affermando: con molta probabilità, nemmeno sotto questo regime potremo estinguere le attività inquinanti. Vi è un motivo se ho aggiunto la qualifica “efficienti” all’aggettivo “efficaci” per quanto concerne la tipologia di soluzioni cui perverremmo. Questo perché, come nel caso del rischio, esiste un livello ottimale di “danno ambientale”, ed è maggiore di zero. Un ambiente lindo e cristallino, infatti, ha un costo, che si manifesta anche in una minore produttività e dunque un livello relativamente inferiore di abbondanza materiale. Una natura incontaminata non ha lo stesso valore per persone diverse in momenti storici diversi: a un brasiliano importa ben poco della foresta amazzonica, e preferirebbe di gran lunga una maggiore disponibilità di energia elettrica, necessaria per rendere la sua vita meno dura.

Il vantaggio del sistema che sto delineando risiede nel fatto che mette all’opera il sistema dei prezzi, e fa sì che esso riveli ciò che più gli individui hanno a cuore. Quanti sarebbero disposti ad abbassare permanentemente il proprio tenore di vita per un’economia “green”? Attraverso la “privatizzazione” della questione ambientale potremmo finalmente ottenere una risposta. Non vuoi che venga abbattuta una foresta? Costituisci un land trust e comprala. In un mondo interconnesso come il nostro, è più facile che mai organizzare un gofundme e contattare persone in tutto il globo, serve solo la volontà di agire in prima persona invece di implorare che il governo lo faccia al posto nostro.

Conclusione

Il mercato, o meglio, la società civile, è capace di grandi cose, ma deve essere lasciata libera di sviluppare metodi di risoluzione dei problemi a sua misura, specializzate e non calate dall’alto. La proprietà privata è l’unico strumento in grado di dirimere la questione ambientale; essa, infatti, responsabilizza, e laddove il proprietario corrente non è un buon custode, permette agevolmente di rimpiazzarlo: basta fare un’offerta.

La perfezione, ovviamente, è al di là della nostra portata; ma restituire ai singoli individui e comunità le loro prerogative sarebbe un enorme passo avanti. La partita, tuttavia, non può considerarsi chiusa senza affrontare con la dovuta attenzione l’idea che anima le angurie, ovvero la percezione che toccare la natura sia un male in sé stesso, e che “privatizzarla” sia esso stesso un crimine. Esaminare la questione da un punto di vista morale e non pragmatico, come ho fatto ora, sarà lo scopo dell’ultimo articolo di questo ciclo sull’ambiente.


[1] Il lettore può consultare il saggio originale di Rothbard, e le fonti incluse.

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