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Autunno dei sentimenti

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Epigrafe

πᾶς ἄνθρωπος ζῶν διάψαλμα μέντοιγε ἐν εἰκόνι διαπορεύεται

ἄνθρωπος πλὴν μάτην ταράσσονται

θησαυρίζει καὶ οὐ γινώσκει τίνι συνάξει αὐτά

Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa;
solo un soffio che si agita,
accumula ricchezze e non sa chi le raccolga.”

Salmo 39 (38) vv.6-7

Testo

Più arido della morte
giunge cupo l’autunno
col suo cinereo manto
ove  mirifici strali di sole
varcano i muti ululi del cosmo
e di nefasto incanto
copron questi poggi privi di vita.
Fuggono gli augelli pel plumbeo cielo
ed anelando vanno ad altre rive;
ma dove che si intenda il lor volo
solo dolore e morte
dispensa l’empia sorte
e mai pace e consuolo.
Stride impetuoso il vento,
batton l’onde sulle argentate spiagge
e i tuoni spezzano l’armonia del ciel:
ahi vita quanto mi somigli
allor che cupa sei in balia della tempesta!
La bruma sugli abissi tuoi di pace,
ove ogni voce soavemente tace,
si diffonde qual manto che a schernir
gli incauti refoli del gelo
la madre stende sulle membra frali
del bimbo suo innocente.
Oh tu mio dolce Autunno,
giacché il tuo volto pien di morte appare
sol placido ed ilare
ti mostri al mio cuor che piange ognora
mentre il tuo caldo ploro
già l’anima ristora.
Ahimè tanta  pietà, dolcezza e amore
ridoni, amico, al mio deserto cuore.
Solo riarse foglie genera il mio albor
che arso omai non nutre linfa di vita
e qual zolla impietrita
non palpita il mio cor.
Oh vita d’autunno tacita e smorta
come un boccio virente
prima sfioristi che volgesse il verno.
Balugina il piacere in questa vita
qual lampo che lesto vien
e poi si inabissa infra le tenebre.
Al par del vento il mortal si dilegua
e come ombra svanisce,
e il mal, qual colubro, s’asserpa intorno
ad irti pietre silvane,
ed a posta sta in su l’aspro piano allerta
a tender l’atro inganno al viator incauto.
Dell’ermo vagare il sentiero è cieco
ove infida la speme il fato porge
e s’anco l’orme del male scorge
il mortal sognante
non vede il pianto che il mondo esala
e che non è cagion che si dismala.

Commento di Riccardo Scaglia

Vuoto e pieno. Rumore e silenzio. Vivo e morto. Natura e Uomo. L’Autunno che compare dalle righe di questa poesia è in movimento inesorabile sia nel tempo e nel mondo, sia nella vita dei piccoli uomini che abitano il cosmo.

Il sipario poetico si apre su uno scenario inizialmente privo di vita, in cui l’Autunno, come in processione, illude il branco dei viventi, che ulula muto, con occasionali raggi di sole. In un cielo cupo e opprimente gli uccelli, primo segno di vita, fuggono velocemente per andare altrove. Continua la triste processione dell’Autunno nella vita degli uomini, ma lo scenario volge ancora di più verso la tempesta. L’uomo è in pericolo nel palpitare della natura che si prepara al peggio, che prepara il peggio. Rimbomba nei versi successivi la leopardiana consapevolezza: noi tutti, le nostre vite, siamo nelle mani beffarde di una natura grande e indifferente. Poco vale la nostra vita e, per dirla con Sbarbaro, le generazioni passan come onde di fiume. Nello sconforto l’Uomo diventa bimbo e la natura madre, con una figura che ricorda il mare-padre ritratto nella sezione Mediterraneo degli Ossi di Seppia da Montale: Dissipa tu se lo vuoi/ questa debole vita che si lagna/ come la spugna il frego/ effimero di una lavagna. La natura può cancellare la vita degli uomini come se fossero un leggero tratto di gesso. Eppure, eccoci.

Ma ecco che, inaspettatamente, Autunno da cupo diventa dolce. Nel suo pianto, in qualche modo Autunno riesce a essere sollievo dell’Io, il cui cuore non ha resistito ai primi freddi, e si trova ora come una zolla rinsecchita, come un bocciolo morto prima ancora di sbocciare. Come le frecce scagliate dal sole all’inizio, il piacere ci illude, ma è momentaneo, e come un lampo presto scompare nel buio. Nemmeno il dolore è di conforto, ma è pronto ad infierire come un serpente su una rocca, che fin dall’inizio della Storia tenta, minaccia ed inganna. L’uomo, mortal sognante, forse scorge la minaccia del male, ma non si accorge che, da questo male, è vana la speranza di uscire.

L’albero dei corvi (in tedesco: Krähenbaum) è un dipinto a olio del 1822 del pittore romantico Caspar David Friedrich . È attualmente conservato presso il Museo del Louvre, a Parigi .

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