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Cause e implicazioni del 6 gennaio: le prospettive per la libertà

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credits: Ansa

Gli eventi del 6 gennaio appena passato hanno incontrato una quasi universale condanna dall’intero scenario politico e mediatico, con ben poche voci disposte a ragionare a mente fredda su quanto trasparso. Di certo non aiuta il fatto che i pochi che ci hanno provato hanno evocato la classica idea di fallimento rappresentativo, spiegando l’assalto al “cuore della democrazia statunitense” come il risultato del disenfranchisement di una larga fetta della popolazione. Quello che io intendo fare è illuminare alcuni aspetti interessanti di questa vicenda, nonché della reazione a essa.

La percezione della polizia

Chi ha una conoscenza basilare della scena politica americana è perfettamente al corrente che, tradizionalmente, i repubblicani difendono a spada tratta le forze dell’ordine, mentre sono i democratici a farsi portatori – solo a parole, naturalmente – di chi si sente vittima della police brutality, l’eccesso di violenza che regolarmente caratterizza l’operato della polizia statunitense. Stiamo ora assistendo a una vera e propria inversione di rotta: complici il lockdown e le conseguenti chiusure delle piccole e medie imprese, la reputazione delle forze dell’ordine ha iniziato a incrinarsi tra la fascia rossa della popolazione. Come è stato possibile tutto ciò? Due fattori sono i più rilevanti.

Il primo è l’inazione che ha caratterizzato la risposta della polizia alle rivolte e ai saccheggi legati alle “proteste” ispirate dalle organizzazioni Black Lives Matter e AntiFa: molti distretti si sono a tutti gli effetti rifiutati di difendere negozi e case, e molti si sono invece inginocchiati in solidarietà con i “protestatori”. Come se questo non fosse un rospo particolarmente arduo da ingoiare per i Repubblicani, la situazione è stata peggiorata dal fatto che gli agenti di polizia non si sono fatti scrupoli nel far valere gli editti di chiusura di negozi e attività, impedendo a onesti americani di procurarsi di che vivere in maniera onesta. Se è facile razionalizzare l’arresto di spacciatori, assai più difficile è accettare il non poter provvedere a sé stessi e alla propria famiglia.

Questa nuova sfiducia nei confronti della polizia potrà tradursi in una rinnovata opposizione alla militarizzazione della stessa, e soprattutto alla mancanza di restrizioni sul comportamento dei singoli poliziotti. Senza gran parte della cittadinanza disposta a scusare ogni sopruso del braccio armato dello stato, sarà più facile arginarne la crescita. Parallelamente, ora sono i Democratici a chiedere una pesante ritorsione nei confronti di questi veri e propri traditori, macchiatisi di aver volute rovesciare il sacro risultato del processo democratico, il che ci porta al secondo punto.

La delegittimazione della democrazia

È ormai chiaro agli occhi di ogni osservatore che, al di là della retorica, la democrazia ha perso una qualsiasi attrattiva per molti cittadini. Sebbene sia possibile imbattersi in persone oltraggiate dalla “profanazione” dell’edificio pubblico in questione, sono molte di più quelle che condannano i “terroristi” solamente perché questi ultimi appartengono alla squadra politica sbagliata. Il paragone è, nuovamente, la questione BLM-AntiFa: la loro violenza era giustificata – se era riconosciuta come tale – in quanto sintomo di un disagio più profondo, causato dagli avversari politici. Chi ha una memoria più lunga, invece, è in grado di ricordare come la reazione all’idea che il Deep State avesse obiettivi propri sia passata da un rigetto categorico, accusando di complottismo chiunque lo nominasse, a grida di esultazione, ringraziando tale complesso per aver ostacolato Trump a ogni occasione.

Il processo democratico è, dunque, poco più di una copertura ideologica: l’obiettivo è ottenere i propri obiettivi politici, a qualunque costo. Quale che sia l’opinione del lettore circa le supposte irregolarità delle recenti elezioni statunitensi, è innegabile che esse siano considerate fondate da una parte non irrisoria dell’elettorato. Conseguentemente, coloro che si sentono vittime di un complotto non hanno più intenzione di “stare alle regole”, quando queste vengono piegate o ignorate a favore degli avversari.

Come nel caso delle forze dell’ordine, la sfiducia nel processo democratico può sfociare nel rifiuto di adeguarsi ai dettami dell’inquilino della Casa Bianca, qualora questo cerchi di imporre valori non sentiti propri da parte della popolazione, il che ci porta al punto più importante: la secessione.

È ora di un divorzio?

La dissoluzione di un corpo politico in unità più piccole è largamente considerata come un atto sovversivo, da evitare a tutti i costi. Esso, tuttavia, rappresenta un ottimo meccanismo per risolvere conflitti ideologici insanabili: invece di oltraggiare metà della popolazione, una separazione permetterebbe a entrambe le parti di introdurre le proprie politiche desiderate, senza opposizione dall’altro schieramento. La secessione, oltre a tale effetto pacificante, conferisce anche il vantaggio di presentare alle minoranze un meccanismo per evitare persecuzioni, vere o immaginarie: non a caso, autori liberali come Ludwig von Mises consideravano la possibilità di separarsi politicamente un requisito fondamentale per la salute di ogni comunità e la salvaguardia delle libertà individuali.

Ciò che i tumulti americani hanno reso più accettabile è proprio la possibilità di spezzare l’unità degli stati. Dopotutto, non c’è nessun motivo di accettare di essere governato da qualcuno che non solo incorre nella propria disapprovazione, ma è percepito come un vero e proprio nemico, animato dal proposito di attentare alla propria incolumità, sia fisica, sia finanziaria, sia sociale. Perché ostinarsi a restare uniti e alimentare odio e disprezzo, quando un divorzio pacifico è nell’interesse di tutti?

Conclusione

Ognuno di questi tre elementi, per chi è interessato alla causa della libertà, rappresenta un motivo per gioire. Sebbene non sia immediatamente ovvio, dal momento che è perfettamente possibile che il nuovo governo statunitense ne approfitti per inasprire la propria presa sulla popolazione, il 6 gennaio può essere la miccia che causerà, se non la distruzione, almeno la disgregazione politica del colosso americano. Se gli elementi che abbiamo isolato si dimostrassero sufficientemente forti, potrebbero incrinare la sacralità che avvolge l’idea di stato, il che sarebbe un’enorme conquista.

Il dado è tratto, ma non ha ancora toccato terra: resta solo da sperare che rivelerà un risultato favorevole.

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