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C’è poco da esultare

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Sono sempre stato contrario alle chiusure generalizzate, specie se accompagnate da una presenza economica dello Stato a dir poco nulla o – qualora presente – tardiva. Ho sempre attaccato parlamentari, giornalisti, ministri, finanche il Premier dalla pochette stilosa e dalla mania delle dirette Facebook, chiunque commettesse, insomma, un eccessivo proibizionismo nei confronti di quelle che erano abitudini e attività facilmente perseguibili con un pizzico di buon senso, senza dimenticare quindi la situazione pandemica tutt’altro che di contorno. Seguendo gli eccessi, però, si finisce sempre con il cadere dall’altro lato del cavallo, rapportandosi a fenomeni tutt’altro che piacevoli. Se, difatti, Giuseppe Conte era diventato lo Steven Spielberg di Palazzo Chigi, tramite dirette Twitter, Facebook, Instagram e – naturalmente – l’uso delle reti unificate, Mario Draghi sembra dare ancor più quell’idea di “marionetta” che trasmetteva Giuseppi nel Conte I, tra Di Maio e Salvini: come avviene per una marionetta, Draghi rimane nell’ombra finché non viene sollecitato, è inesistente su ogni spazio digitale, non rilascia interviste al di fuori dei canali del Palazzo e, quando lo fa, tarda a comprendere le domande ed emerge con qualche battuta sarcastica sugli inglesismi ormai dominanti nella lingua italiana.

Uno dei problemi è proprio questo, ovverosia – come il suo predecessore, se non di più – si palesa la mancanza di chiarezza e si cade inevitabilmente nella morsa del giornalismo da strapazzo. I giornali titolano “Draghi riapre l’Italia”, “Draghi e le riaperture”, “Draghi: dal 26 aprile tutto apre”. I fatti, però, mostrano il contrario. I dati, altrettanto, sono tutt’altro che rassicuranti.

Riaprire serve, ma con prudenza

“Nel quarto trimestre del 2020, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici italiane è diminuito dell’1,8% rispetto al trimestre precedente, e i relativi consumi finali del 2,5%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari al 15,2%, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.” Ciò lo rendeva noto l’ISTAT qualche settimana fa, aggiungendo che “a fronte di un incremento dello 0,2% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente del 2,1%”. Il dato preoccupante è un altro: sempre nel quarto trimestre dello scorso anno, la pressione fiscale è stata pari al 52,0%, più alta dal quarto trimestre del 2014.

Riaprire, dunque, serve, soprattutto quando le imposte rimangono invariate. Riaprire, al tempo stesso, va fatto con moderazione. La notizia delle riaperture ci giunge l’altro ieri, un vero e proprio fulmen in clausula. Pochi giorni prima Speranza giocava al braccio di ferro su una “riapertura graduale a maggio”, andava contro una Lega avanguardista e, durante l’ultima informativa alla Camera emergeva con un “dobbiamo ascoltare il grido d’allarme dei medici che non possono essere lasciati soli in trincea. Bisogna essere tempestivi nelle chiusure quando serve e abbiamo il dovere di costruire una road map per l’allentamento delle misure sempre approvate all’unanimità dal Cdm”. Che il “ministro della speranza” abbia repentini cambi d’idea non è cosa nuova, a testimonianza di ciò é il ritiro frettoloso del suo libro edito da Feltrinelli e presente nelle librerie per una settimana o poco più.

Gli va contro persino il suo fidato Sottosegretario Pierpaolo Sileri, in un’intervista su Open: “I dati di oggi raccontano di un miglioramento e questo fa ben sperare. Ma riaprire così in anticipo può essere sbagliato. C’è un decreto che scade il 30 aprile. La soluzione poteva essere quella di arrivare alla scadenza e ragionare sul mese di maggio con le colorazioni delle regioni.” e aggiunge “Aprire con una circolazione del virus di 20-25 casi ogni 10mila abitanti non è fattibile. Oggi siamo a 16 ogni 10mila. Molto meglio di un mese fa ma ancora molto lontani dall’ideale”.

Opinioni contrarie

Le voci discordanti continuano. Si aggiunge il direttore dell’Unità operativa di Padova, Annamaria Cattelan, con “non sono contraria, ma ora serve il senso civico di tutti” su “Il Mattino di Padova”, dimostrando – nei suoi reparti – che un deciso e definitivo sospiro di sollievo è ancora utopico.

Segue l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, con un tono quasi leopardiano a “L’aria che tira” su La7: “no alle riaperture. Tanto dovremo richiudere”, aggiungendo “sono convinto che stiamo commettendo un errore che anche in termini economici pagheremo. Una cosa che si fa comprensibilmente per dare un respiro economico a chi è costretto a essere chiuso per ragioni sanitarie. Ma anche dal punto di vista economico lo pagheremo di più. Perché non è con questi stop & go che si ridà consistenza all’attività economica”.

Tuona anche il candidato alla presidenza del CONI Antonella Bellutti: “Ritengo inopportuna la mobilitazione per la riapertura degli stadi del calcio, quando anche le società sportive delle altre discipline sono bloccate e rischiano di chiudere per sempre, a centinaia, con gravi ricadute occupazionali. Gli stadi andranno riaperti quando ci saranno le condizioni per riaprire anche palestre, piscine, piste di atletica e ogni altra struttura dove 30 milioni di italiani aspettano di tornare per recuperare quel benessere psicofisico messo a dura prova dalla pandemia e per esercitare il proprio diritto alla pratica sportiva”, al Corriere dello Sport.

Si fanno sentire anche i presidi delle scuole ad adnkronos, con Antonello Giannelli (Presidente Associazione Presidi Italiani) che sottolinea come “le difficoltà nel riaprire le scuole sono le medesime che si avevano a settembre, va verificato se esistano le condizioni tecniche e di sicurezza per poterlo fare”, facendo anche riferimento al problema dei trasporti per niente affrontato dal Governo: “i trasporti pubblici non sono ancora stati messi in sicurezza. Non ci risultano grossi progressi sul fronte monitoraggio e screening attraverso i tamponi rapidi di cui si era parlato. Né ci sono provvedimenti rispetto alla formazione delle classi ed alla riduzione del numero degli studenti, anche guardando a settembre. Vanno superate queste difficoltà di tipo tecnico” affinché l’ipotesi di un tutti in presenza a fine anno scolastico sia realizzabile”.

Ultimo, ma non meno importante, è il parere del dirigente medico della Polizia di Stato Fabio Ciciliano, componente del Comitato Tecnico Scientifico. Esperto in medicina delle catastrofi, per un anno segretario del Comitato, è rimasto tra i componenti anche del nuovo CTS voluto da Draghi, ora in rappresentanza del Dipartimento della Protezione Civile, afferma: “Quella di fronte a cui ci troviamo è un’evidente esigenza politica. E non le nascondo che questo ogni volta mi provoca un certo imbarazzo. Non mi sono mai posto nella posizione di dover decidere tra le due ale, rigorista o aperturista. Il dato di fatto più pericoloso è che si sta registrando un’assuefazione al rischio. Questo perché l’idea di dover sopravvivere con il poco che è rimasto ancora per molto tempo spaventa troppo la popolazione.  Come tecnici siamo chiamati ad esprimerci sulla base della situazione epidemiologica e su null’altro. Chiaro è che il dialogo con la politica non può non esserci. Ricordo che la decisione ultima spetta al governo”.

Succubi della fretta

Ebbene, se in passato si attaccava l’esecutivo per una censura e manipolazione dei dati a favore di chiusure c.d. “rigoriste”, oggi i colletti bianchi scavalcano di prepotenza il parare degli scienziati per fronteggiare il malcontento degli ultimi giorni. E ciò è condivisibile, da un lato: Mario Draghi, al suo arrivo, è stato santificato, lo hanno rinominato “supermario”, “il salvatore”, colui che avrebbe preso le redini di un’Italia sconfitta. Mario Draghi, quindi, è uno status, è e deve essere una garanzia: Mario Draghi non può sbagliare. Con questa equazione, quindi, l’ex Presidente della BCE deve mantenere alta la sua figura, mostrando alla popolazione come lui sia diverso dal predecessore: se Conte chiudeva, lui deve riaprire, costi quel che costi. Ha preso atto delle rivolte sotto Palazzo Chigi, ma ha deciso di attuare – e lasciar ancor più intendere – una riapertura totale quando questa settimana avremmo dovuto raggiungere le 500.000 dosi di vaccinazioni al giorno, attuandone – però – 305.000; nella giornata di ieri avremmo dovuto superare le 20 milioni di vaccinazioni, ma siamo ancora a 13.7. Johnson e Johnson è sospeso, AstraZeneca cambia nome e desta sfiducia, mentre Pfizer ha una produzione in decrescita. Regioni come la Calabria sono entrare in zona rossa con 200 casi, ma ne escono in arancione con 500 al giorno.

Insomma, si sta per riaprire con una popolazione non più disposta a vaccinarsi, un’Italia con vaccini sospesi e con Regioni dai numeri in crescita. Il tutto per l’ennesima passerella politica fautrice del manifesto aperturista. E sappiamo tutti come si sono conclusi i vari manifesti della storia.

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