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Chi controlla i controllori?

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“Chi controlla i controllori?” è il quesito che spesso, impropriamente, vede i suoi natali attribuiti a una serie di complottisti da bar di piazza. Trova, però, fondamenta in Decimo Giunio Giovenale, poeta e retore romano vissuto nel pieno della Guerra Civile Romana del 68-69, vedendo sopra di sé Galba, Otone e Vitellio; successivamente la dinastia dei Flavi, scrivendo fino all’Imperatore adottivo Adriano. Nelle sue “Satire”, alla numero VI, difatti emerge un “quis custodiet custodes?”, letteralmente “chi custodirà i custodi?”. L’origine di tale interrogativo, pertanto, è nobile. Meno lo sono i soggetti ai quali oggi si riferisce.

E’ quanto sia spontaneo chiedersi ciò osservando i fatti accaduti nella casa circondariale Santa Maria Capua Vetere “Francesco Uccella”, in Provincia di Caserta, nei mesi di piena pandemia da Covid-19. Si parla di detenuti costretti a spogliarsi e a restare nudi anche davanti agli agenti donna (calpestando quindi le norme di diritto procedurale penale in riferimento alla perquisizione nel pieno della tutela di dignità e pudore del perquisito), pestaggi di gruppo, ispezioni anali col manganello, e quelli che sono stati definiti “cappottoni” da uno dei detenuti che ha deciso di parlare: si tratta di costrizioni che vedevano i reclusi passare in un corridoio umano di agenti per poi essere bersagliati di colpi. A ciò si aggiungono eventi come quelli riguardanti un detenuto in sedia a rotelle preso a manganellate, e un altro che ha ricevuto sputi addosso e urine da parte degli agenti di polizia penitenziaria.

“Oggi abbiamo fatto tabula rasa”

“Abbiamo fatto tabula rasa”, si legge da alcune delle duemila pagine di ordinanza dell’inchiesta che ha portato all’emissione di 52 misure cautelari per agenti della Polizia Penitenziaria e funzionari del Dap del carcere di Santa Maria. Un unico gruppo WhatsApp tra colleghi e, probabilmente, anche chat esterne private, portano alla luce del giorno ciò che gli uomini in divisa coordinavano e commentavano; una fredda e disumana organizzazione. E’ indifendibile, più che esplicita tra faccine e grasse risate, la volontà degli agenti coinvolti, ovverosia quella di pestare, deridere, e umiliare i detenuti di reparto. Spiccano frasi come “vi aspettiamo già in trincea”, scrive un agente per invitare i colleghi a prendere parte ai soprusi. “Spero che pigliano tante di quelle mazzate che domani li devo trova tutti ammalati”, risponde un altro. In dialetto partenopeo si legge un “u tiemp re buone azioni è fernut, W la Polizia Penitenziaria” (“il tempo delle buone azioni è finito, viva la Polizia Penitenziaria”), tra due faccine indicanti i bicipiti e dunque le braccia muscolose. Ancora, “oggi 4 ore di inferno per loro”, o “non si è salvato nessuno” o, per meglio dire, l’unico che a detta di un agente ha avuto ore più rosee fu un certo Izzo Tommaso “che stanotte aveva un po’ di febbre e sta da me… Ho provato in tutti i modi a provocarlo ma si è mangiato la foglia”. Dulcis in fundo, si fa per dire, un “carcerati di merda”, accompagnato da vari insulti in dialetto campano e invettive contro le vittime.

Una delle pagine rese pubbliche dagli inquirenti e alcuni giornali, incentrata sulle conversazioni tra poliziotti penitenziari.

Si tratta di “lievi graffi”, niente più

Dai filmati di sorveglianza che emergono dal quotidiano “Domani” (qui il link al video integrale), sono ben visibili i detenuti che, impossibilitati a reagire in ogni modo, cercano di coprire per quanto possibile le loro parti più sensibili; dalla testa ai genitali, mentre gli agenti li costringono a strisciare prendendoli, a volte, anche dai capelli al fine poi di colpirli nuovamente. Uno dei reclusi, ascoltato dagli inquirenti, racconterà di essere stato picchiato così forte insieme a un altro compagno che entrambi si sono urinati addosso. Di prassi, in tali situazioni i carcerati hanno diritto alla visita medica posta dallo specialista della casa circondariale, il quale constaterà eventuali danni riportati e le cure di riabilitazione. Però, difatti, questa è la prassi e ne “l’inferno di Santa Maria”, sempre a detta di uno dei colpiti, la prassi non viene applicata: il medico è passato per controllare le loro condizioni, si riferisce, ma non li ha nemmeno visitati e li ha accantonati scrivendo nel rapporto di meri “lievi graffi”.

“Mi hanno urinato addosso”

Non solo pestaggi, ma anche veri e propri sfregi che intaccano la salute di un individuo ma anche – e soprattutto – l’aspetto psicologico dello stesso. E’ il racconto fornito da uno dei detenuti della suddetta casa penitenziaria che, durante il colloquio psichiatrico, ha ammesso di non aver prima voluto esprimere i seguenti avvenimenti “per imbarazzo o disagio, trattandosi di vissuti mortificanti e umilianti, difficili da rievocare e raccontare”, attesta il PM. L’uomo, infatti, racconta che i detenuti sono stati picchiati perché non erano rientrati nelle celle, e che lui era stato pestato dalle 16:00 alle 23:00.

“Sono stato urinato addosso dalle guardie – afferma – ero in una pozza di sangue e mi hanno urinato addosso, sono stato sputato in bocca e in faccia dalle guardie più volte, sono stato massacrato, vi farei vedere la tuta che avevo addosso quando mi hanno picchiato, è piena di sangue”.

L’ispezione anale e il mancato diritto di informazione

A contornare lo scandalo è un altro caso ancor più eclatante, che va ben oltre i pestaggi e che intacca appieno la dignità umana. L’accusa rivolta al detenuto di cui si scrive, per ovvi motivi rimasto anonimo all’opinione pubblica, è quella di aver nascosto un telefono cellulare per “fini ignoti”, ha testimoniato una delle guardie carcerarie. I fatti, però, provano il contrario. I detenuti fanno scudo e testimoniano a favore del soggetto in esame, che venne “costretto ad inginocchiarsi e a spogliarsi” perché detentore di un telefono che, spiega ancora il il detenuto durante l’interrogatorio, si era procurato perché erano stati impediti i colloqui coi familiari. Lui, continua, il telefono lo aveva consegnato, ma gli agenti erano convinti che ne avesse un altro. Iniziano le percosse, gli insulti, le risate e quella che è emersa come “ispezione anale”,

Uno degli agenti, infatti, lo aveva minacciato anche con un manganello, che era stato usato per fare pressione sull’ano e convincere a confessare qualcosa che – nella realtà dei fatti – non trovava fondamento. Dopodiché, grazie ai metal detector, si capì che in effetti non c’era nessun altro apparecchio che il detenuto aveva nascosto con sé nelle parti intime. Ai magistrati il detenuto ha raccontato che il manganello era stato “strisciato”. I compagni di carcere hanno invece raccontato di averlo visto sanguinante, e hanno riferito che avrebbe detto di essere stato penetrato, che sarebbe rimasto diversi giorni a letto per il dolore e che avrebbe mostrato loro le lesioni. In entrambi i casi, “l’ispezione” c’è stata ed ha causato seri danni psicofisici.

Ciò, probabilmente, mosso dal fatto che il detenuto di cui trattato – insieme agli altri – non avesse la minima garanzia di tutela del proprio diritto di informazione e di visita dei propri familiari, “privilegi” che per i condannati “ordinari” vengono sanciti dalla legge e che devono quindi persistere. Stando infatti a quanto denuncia il Garante dei detenuti, Emanuela Belcuore, le tv del carcere di Santa Maria Capua Vetere sarebbero state staccate in concomitanza dei tg, ciò seguito dalla mancata consegna dei giornali ai detenuti. Notizie ancora da confermare ma che, se accertate, sarebbero ben gravi. Quanto scritto viene fatto emergere dai racconti e dalle segnalazioni dei familiari dei ristretti nella casa circondariale. “Se accertato questo episodio – spiega la garante – siamo di fronte a una gravissima violazione ai danni dei detenuti. Sto ricevendo decine di segnalazioni da parte di familiari di persone ristrette che denunciano un vero e proprio black out dell’informazione all’interno dell’istituto penitenziario. Tv fuori uso per mancata corrente e giornali acquistati non distribuiti. Leso il diritto all’informazione. Sono sconcertata”.

Sarebbero stati gli stessi detenuti a chiedere, quindi, ai propri parenti di informare la dott.ssa Belcuore.

Le manganellate per l’uomo in sedia a rotelle…

Gli orrori culminano, per ora, con un atto deplorevole, anche questo attestato dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza ora nelle mani degli investigatori: un uomo, in sedia a rotelle, viene preso ripetutamente – e con determinata furia – a manganellate.

E’ palesemente visibile l’uomo che esce dalla cella e viene seguito da un agente in tenuta antisommossa. Sia lui, sia il “piantone”, ovvero l’altro detenuto che lo spingeva in carrozzella, vengono presi a manganellate per “cinque o sei metri”. Nei frame successivi, si vede come vengano costretti a guardare verso il muro per poi essere “perquisiti”; il termine “perquisizione”, infatti, veniva indicato come alibi nei confronti dei detenuti pestati, ma ciò avvenne tassativamente con i soggetti rivolti verso il muro proprio perché – una volta picchiati – non potessero poi testimoniare dinnanzi ad un magistrato contro una guardia specifica.

L’uomo si chiama Vincenzo Cacace e, ad oggi, testimonia così: “Siamo stati carne da macello. Ho un buco in petto causato da un colpo di manganello. Loro per me non erano esseri umani, erano demoni. Gridavano: ‘Ora comandiamo noi’ “. E ancora: “Io sono operato al cuore, loro non mi potevano toccare. La prima percossa l’ho avuta in testa, un’altra in bocca e mi sono caduti i denti e ancora continuavano a colpirmi. Mi sono dovuto coprire la faccia perché non ce la facevo più. Il mio occhio sinistro non funziona più perché anche lì mi hanno colpito“. Conclude poi con una sua riflessione: “Noi siamo malavitosi, abbiamo sbagliato nella vita e dobbiamo pagare andando in carcere. E’ giusto che scontiamo la pena ma non con la nostra vita, perché la vita è importante. Se andiamo in carcere non siamo dei numeri di matricola, siamo essere umani“.

… e la presa di posizione di Lega, Fratelli d’Italia e CGIL

Gli atti parlano chiaro, e l’inchiesta ha portato all’emissione di 52 misure cautelari; 8 di custodia in carcere, 18 agli arresti domiciliari, 3 di obbligo di dimora e 23 interdittive della sospensione dell’esercizio del pubblico ufficio. Tra questi (s)figurano il provveditore delle carceri della Campania, Antonio Fullone, per il quale è stata disposta l’interdizione e Gaetano Manganelli, ex comandante del carcere, con Pasquale Colucci, comandante del nucleo traduzioni e piantonamenti, disposti ai domiciliari.

Quella che però dovrebbe essere una presa di posizione “di diritto” e non “di politica”, non trova preciso riscontro ma un becero garantismo sulla pelle degli altri. Parafrasare un malavitoso non è propriamente la scelta giusta, in alcuni casi, ma Enzo Cacace ha espresso una frase che racchiude esattamente come le cose dovrebbero – e sarebbero dovute – andare: “abbiamo sbagliato e dobbiamo pagare andando in carcere. Ma non siamo dei numeri di matricola, siamo essere umani”. Si tratta di essere umani, persona colpevoli ma che proprio in quanto tali stavano e stanno scontando la loro pena imposta secondo criteri di giustezza e di interpretazione giuridica, eppure Matteo Salvini, Giorgia Meloni, e la CGIL si sono letteralmente precipitati ad esprimere solidarietà incondizionata al corpo di Polizia penitenziaria poche ore dopo la suddetta inchiesta della procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

“Poliziotti sbattuti in prima pagina, con foto, nome e cognome, senza un processo o una condanna, trattati peggio di mafiosi e assassini. Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi, ma io mi fido delle nostre donne e dei nostri uomini in divisa.”, scrive il leader della Lega. Forse, però, dimenticando che proprio lui esponeva alla gogna i minori che – sui social – lo criticavano, inserendo volti, nomi e cognomi; indignazione a senso unico?

Nel mentre, lo stesso Salvini, ha ribadito che “la Lega sarà sempre dalla parte delle forze dell’ordine” e che “giovedì” sarà a “Santa Maria per dare supporto ai nostri uomini in divisa”. Siamo, dunque, dinnanzi alla repentina passerella politica accompagnata da telecamere e slogan, ora questi possibilmente perfezionati a “prima le forze dell’ordine”. Eppure, le immagini, i video, gli audio e le chat parlano chiaro.

Ma attenzione, qui non si vuol remare contro persone che – di norma e di dovere – proteggono materialmente la società dal caos più totale; un ruolo, dunque, più che onorevole e rispettoso. Qui si attacca, piuttosto, la persona in quanto tale e soggetta attiva di veri e propri reati, oltre che di attacchi all’individualità – in questo caso – del detenuto. Si attacca l’uomo, l’agente X, ma non la sua divisa e il corpo di appartenenza che, ogni giorno, vive anch’esso una vita da detenuto, seppur in maniera indiretta e costretto a rimanere perennemente vigile e pronto ad ogni fiamma di rivolta o rischio.

Qui, più di tutto, si parla di una sola cosa, ovvero l’Italia, quella che costituzionalmente sarebbe definibile “Stato di diritto”, ha nuovamente fallito. E lo ha fatto nel peggiore dei modi: calpestando i diritti umani.

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