CulturaRegione CampaniaRegioni

CILENTO: Terra di colori e rivolte

5 Mins read

Il Cilento, dal latino “Cis-Alentum”, ossia “al di qua del fiume Alento, mostra con semplicità l’anima più intima del suo essere, mettendo a nudo le emozioni, raccontandosi attraverso i sapori, gli odori e i colori, che parlano di una storia ricca che, a volte, solo i bambini sanno cogliere.


Questa semplicità è spesso un concetto sottovalutato o ancora, molto spesso, banalizzato, ma solo chi conosce il profondo, ne sa intendere il significato. Partiamo così, per questo viaggio, in questa terra di libertà e simpatia, di tradizioni e colori.

Un viaggio alla scoperta degli scorci storici che hanno ispirato da sempre poeti e cantautori.


Tra gli scrittori, più famosi, che hanno soggiornato nel Cilento, abbiamo Giuseppe Ungaretti. Un viaggio del 1932, lo portò in molti paesi del Cilento, dedicando ad esso delle pagine che, fanno parte dell’opera Il Deserto e dopo, precisamente della terza parte della raccolta intitolata Mezzogiorno. In queste pagine, definì il popolo cilentano che aveva incontrato durante il suo soggiorno.


Esso affermò:

“[…] Non entrano nei fatti vostri; vi rivolgono di rado la parola, ma
non perché timidi o privi d’eloquenza, ma perché assenti in propri pensieri. Ma
basta che esprimiate un desiderio, ed eccoli farsi a pezzi per accontentarvi: lo
fanno per inclinazione a farsi benvolere, e mi pare ormai civiltà assai rara. Terra
ospitale, terra d’asilo!”


Un altro autore importante per il territorio cilentano è Ernest Hemingway. Proprio
la sua opera del 1952 “il vecchio e il mare”, lega Hemingway con il Cilento. Ad Acciaroli, precisamente, ha trascorso dei giorni di vacanze, dove passava intere giornate a passeggiare e ascoltare storie di mare.
La sua opera, infatti, inizia con un sottile riferimento ai pescatori cilentani: “Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce”.

Ma passando alla storia, possiamo partire dalla mitologia.


Il mito più conosciuto è quello relativo all’Isola delle Sirene, nell’Odissea, nella quale Omero definiva delle creature malefiche, che emettevano un canto, che faceva impazzire i marinai, portandoli a schiantarsi contro gli scogli. L’isola citata, e che quindi ha portato alla realizzazione di questo canto, è Punta Licosa, nella quale Ulisse si fece legare ad un albero, per ascoltare quel canto che ingannava. Un altro mito è quello riferito a Palinuro. Enea durante un viaggio in mare, cadde in esso, e per tre giorni restò aggrappato ad un relitto combattendo contro le onde.
Quando, però, stava per mettersi in salvo, sulla riva, gli abitanti di quei luoghi lo uccisero.

Tralasciando il mito, si arriva alla storia vera.

Si sostiene che i primi uomini vissero in alcune caverne, situate a Camerota, dove sono stati scoperti resti di ominidi.
Tra il VII e il VI secolo a.C. arrivarono i Greci, fondarono Posidonia, divenuta in epoca romana, Paestum. Nello stesso periodo sorse Elea, la quale ospitò la Scuola Eleatica di filosofia, i cui esponenti furono Parmenide e Zenone, anche se la sua fondazione è spesso attribuita a Senofane.


Nell’età medievale, si ha la nascita del Principato longobardo a Salerno, l’avvento dei monaci Basiliani e Benedettini, la nascita della Baronia con i Sanseverino e la loro rivolta a Capaccio nel 1246 contro Federico II.
Si arriva così, ai “moti del Cilento” del 1828, con l’insurrezione contro Francesco I di Borbone. Il territorio cilentano, con la sua natura montuosa, si è ben prestata ad ospitare questi atti rivoluzionari. I “moti del Cilento” rappresentano una pagina violenta del regime borbonico, con le condanne a morte dei responsabili, ma si tratta di un avvenimento storico che conosciamo poco.
L’insurrezione fu organizzata dai Filadelfi, una società segreta nata in Francia, e poi diffusasi anche nel Regno delle Due Sicilie. Questa fu capeggiata da Pietro Bianchi, Alessandrina Tambasco, nativi di Montano Antilia, posto da cui ebbe origine
l’insurrezione cilentana, il 27 giugno 1828, dalla località di montagna chiamata Piano Guglielmo, un fitto castagneto dove un primo gruppo di rivoltosi si riunirono, contrassegnati da una coccarda bianca, cucita dalla stessa Alessandrina Tambasco, con l’aiuto della madre Rosa Bentivenga, le quali ospitarono i rivoltosi in casa.
Questa casa è situata nel paese di Montano Antilia, dove sulla facciata è posta una lapide commemorativa, sulla quale si può leggere “in questa casa dei coniugi Pietro Bianchi e Alessandrina Tambasco ai quali fu compenso il martirio, trovarono
ospitale rifugio e calore di fede nella libertà i rivoltosi del 1828.”


Teorico e animatore fu il canonico Antonio Maria De Luca, un patriota e presbitero italiano, di Celle di Bulgheria, parlamentare del Regno. In occasione dei “moti del Cilento”, il canonico, espose un’omelia a Bosco, che con l’operazione di repressione,
da parte del maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, ordinò alle truppe di radere al suolo e bruciare questo, perché aveva accolto i rivoltosi. Con l’arrivo delle truppe il canonico De Luca fu arrestato dal maresciallo e scomunicato dal mons.
Camillo Alleva. Anche il canonico trovò rifugio a Montano Antilia, dov’è presente la casa, con apposta sopra, la lapide commemorativa, dove si legge “in tempo di oscuro dispotismo, il sacerdote Giovanni De Luca da Montano Antilia, cooperò con i più ardenti liberali all’eroica rivolta del Cilento del 1828. Per sentenza di Corse Marziale del Cilento subì impavido in Salerno il 24 luglio 1828 l’estremo supplizio, insieme con il canonico Antonio De Luca inneggiando alla scura redenzione della patria. Ai
gloriosi martiri, la memore riconoscenza dell’Italia risorta.”

A questi “moti del Cilento” sono dedicate molteplici canzoni popolari del XIX secolo.


“Amme pusate chitarre e tammure, pecchè sta musica s’ha da cagnà. Simme
brigant’ e facimme paura e ca sch’uppetta vulimme cantà […]”

Musicanova

Così ha inizio, la canzone più conosciuta, “Brigante se more”, che nel corso del tempo ha subito delle variazioni del testo, in ragione del suo stile troppo irruento per lo Stato italiano attuale. Infatti, Antonio Gramsci, uno dei fondatori del Partito
Comunista, nel 1920 esordì dicendo “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col
marchio di briganti.”

E proprio con questa esortazione, il musicista napoletano, Eugenio Bennato, fece una sua modifica del testo raccontando, in poche righe la verità che Gramsci affermò nel 1920. Bennato, affermò che queste modifiche, apportate, rendevano la
canzone un inno antiborbonico e anticattolico. Ma queste modifiche, non risultano riconducibili alla storia dei briganti, ma la rende solo leggera per lo Stato italiano.


Questo brano ha portato alla luce un argomento tabù della nostra storia, ormai perso nella memoria, poiché sui briganti si sono perse tutte le tracce di ciò che cantavano in montagna. Questa guerra scatenata dai piemontesi contro il Meridione, che dai boschi e le montagne scendeva ad affrontare l’esercito silenzioso dei briganti, finiva con la restituzione dei simboli dei Savoia e con la fucilazione dei briganti in piazza, i quali venivano raffigurati come uomini dal volto coperto di barba e con vestiti fatti di
pelli.


A cent’anni dai fatti, per ricordare l’evento, a Montano Antilia, in località Piano Guglielmo, fu eretto un cippo.

Nel 2012 questo venne ristrutturato su iniziativa di sponsor e privati cittadini, per riconsegnarlo alla memoria.
Il filo della storia cilentana ha lasciato le proprie tracce in monumenti, cultura e sentieri legati a questa ricca storia, che sono salvaguardati dal Parco Nazionale del Cilento, istituito nel 1991. Nel 1998 è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.

Infatti una delle caratteristiche di questo territorio è il livello altissimo di diversità biologica. Esistono circa 1800 specie diverse di piante spontanee e autoctone e con 180 piante rare, tra cui la Primula Palinuri; 28 siti di importanza Comunitaria, inclusi 2 siti marini riconosciuti dalla direttiva “Habitat” della Commissione Europea; 8 aree di Protezione Speciale riconosciute dalla direttiva “Uccelli” della Commissione Europea e 5 specie di animali in via di estinzione (lontra europea, lepre corsa, mazza a ferro di cavallo del Mediterraneo, pernice rocciosa e falco di Eleonora).

Inoltre, il suo valore del riconoscimento soggiorna nel suo paesaggio culturale, frutto dell’opera combinata tra natura e uomo.

Il Cilento, è un paesaggio culturale vivente che conserva caratteristiche tradizionali, grazie ai colori che offre il paesaggio in ogni stagione; grazie alle sue vie di comunicazione che permettono di passare da un paesaggio costiero, ricco di scogliere, spiagge e grotte del Paleolitico, ad un paesaggio alpino, con ghiacciaie, aree innevate e pendii boscosi. Grazie, inoltre, alle sue modalità di coltivazione, che ha portato il Cilento, ad essere la culla della Dieta Mediterranea, inserita nella lista UNESCO dei beni del patrimonio immateriale, dove la parola “dieta”, va intesa come “stile di vita”.

Con odori, colori, sapori e magnifiche suggestioni, il Cilento è dove natura, storia e
persone continuano, da millenni, a vivere una relazione viscerale.


“Qui non si muore” pronunciò il Re Gioacchino Murat, al cospetto di tanta bellezza e salubrità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *