Cultura

Contro la “riabilitazione” criminale

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Nel contesto europeo, l’idea che lo scopo della legge sia quello di riformare e correggere i suoi trasgressori è ormai assodata. Il principio alla base di tale nozione è che il crimine è il risultato di idee e intenzioni sbagliate, che è necessario emendare per permettere al criminale di reinserirsi, dopo aver scontato la sua pena, nella società. In quest’ottica, il carcere è sì visto come una punizione, ma una finalizzata a far rendere conto al prigioniero dei suoi sbagli, e far sì che, una volta uscitone, non si renda più colpevole di altri reati in futuro. È dunque chiaro il motivo per cui vi sono diversi movimenti che richiedono un alleggerimento delle condizioni delle carceri, e un ampliamento dei servizi di formazione e riabilitazione a disposizione dei carcerati. Ciò che intendo mostrare è che tale idea, per quanto possa sembrare “illuminata” e benevola, è fondamentalmente errata.

Il ruolo centrale della vittima

In questo scenario, così concentrato sulle cause del crimine e sul perpetratore, si dimentica di una figura molto più importante, ovvero la vittima. Ogni teoria legale che si rispetti non può ignorare il ruolo fondamentale di chi subisce il torto in primo luogo, che rappresenta il partito che ha ricevuto l’offesa maggiore. Senza di essa, infatti, non sussiste alcun crimine, dal momento che non è possibile produrre prove della presenza di un vero e proprio danno. La natura del crimine è, essenzialmente, relazionale: è un’offesa recata a qualcuno. Ciò implica che qualora non vi sia una vittima, o i due – o più – partiti non percepiscano di essere stati abusati, il crimine semplicemente non sussiste, il che rende leggi contro lo spaccio, o il mercato nero in generale, prive di senso: così come non vi è ragione di punire la casalinga che compra uno spazzolone al supermercato, altrettanto assurdo è punire chi lavora “sottobanco” o acquista stupefacenti.

Ciò che rende un certo atto un torto o meno è l’assenza di consenso da parte di uno dei partecipanti, il che spiega come mai le ferite riportate durante un incontro di pugilato non sono un crimine mentre quelle incorse durane uno scippo lo sono. Il discrimine, dunque, è la presenza o meno di un’invasione, nei confronti del corpo della vittima o dei suoi possedimenti. In questi due casi, infatti, si possono esibire o delle ferite, o la refurtiva[1]. Emerge chiaramente come il crimine sia una rottura violenta e non mutuamente consensuale di un determinato stato di cose, il che conferisce diritto alla vittima di essere compensata in proporzione dato che si ritrova a essere privata di qualcosa che le apparteneva[2].

Una perversione della giustizia

Questo particolare tipo di giustizia prende solitamente il nome di “giustizia retributiva”, in quanto deputata unicamente alla ricomposizione dello stato iniziale antecedente al crimine. Se paragoniamo ora questa modalità con la giustizia riabilitativa, notiamo subito alcune importanti differenze. Invece di considerare la vittima come parte più importante, l’enfasi è sulla società intera. Per spiegarmi meglio, ciò a cui la giustizia riabilitativa tiene di più è un risultato “ottimale” a livello sociale, attraverso il reinserimento del criminale nella società attraverso programmi, oltre che alla sorveglianza e alla prigionia. Vi è qui una doppia beffa: non solo la vittima ha subito un danno, ma viene ulteriormente vessata per sovvenzionare il soggiorno del suo aguzzino in strutture particolari, oltre che un intero staff e complesso atto a “rieducarlo”.

La vittima sembra quasi passare in secondo piano: ciò che conta è l’infrazione di una legge. Questo, ovviamente, ha il doppio ruolo propagandistico di riaffermare la supremazia dell’integrità del potere politico sopra l’autonomia individuale, attraverso l’enfasi sulla rottura delle leggi promulgati dallo stato, e di inculcare nei cittadini l’idea che, in un modo o nell’altro, siamo “tutti responsabili” per gli altri, e che è nostro dovere contribuire alla loro riformazione. Il crimine, invece di essere un fatto del tutto privato e confinato al conflitto specifico, diventa una vera e propria questione sociale. In tutto ciò, la vittima è come dimenticata.

Un affronto alla società?

Questa mia ultima asserzione sembra essere troppo categorica. Sicuramente vi è un posto per la società per quanto concerne un crimine, e non solo per la sua genesi, vuoi per povertà o altre cause parzialmente socialmente determinate. Prendiamo, per esempio, l’ipotesi che un criminale “non riabilitato” possa commettere altri crimini, o in generale l’abbassamento del rispetto delle leggi. Sicuramente tutti noi ne risentiamo quando percepiamo che la deferenza nei confronti della legge non è alta come potremmo sperare, il che ci rende più diffidenti e chiusi in noi stessi. Non è forse un buon motivo per far “partecipare” l’intera compagine sociale al problema del crimine?

Vi sono diversi argomenti per rifiutare una simile posizione. Prima di tutto, non è affatto chiaro che esista una cosa come “la società”, dotata di pensieri e opinioni proprie slegate da quelle dei suoi membri. Oltre a ciò, il crimine è, per sua natura, localizzato, anche se può essere più o meno diffuso, e non ha lo stesso impatto sull’intera nazione. Natura localizzata significa risposta localizzata, ma quanto? Non possiamo sapere la risposta, ma potremmo scoprirla se lasciassimo la società civile libera di deciderlo, attraverso ostracismo sociale del perpetratore, blacklists o altro. Gli effetti della reputazione, uniti alla prevenzione, possono sopperire al carcere quale unica soluzione del problema del crimine.

L’ultimo argomento che deve essere affrontato prima di chiudere il discorso è quello dell’esistenza dei cosiddetti “danni morali”, tra i quali può rientrare la decrementata fiducia nella legge. Il criminale non è forse “in debito” con l’intera società? Se anche ciò fosse vero, ciò non implicherebbe che la stessa debba profondere risorse per la sua riabilitazione; ma in primo luogo, non è possibile richiedere un risarcimento per ciò che, in ultima istanza, è un cambiamento di opinioni da parte di un gruppo di persone. Se seguissimo tale ragionamento fino alle sue logiche conseguenze, fare cattiva pubblicità a un prodotto sarebbe un atto passabile di denuncia, e perfino il semplice spettegolare.

Conclusione

La domanda che deve essere posta è sempre la seguente: dov’è il danno? Se non è possibile esibirlo all’infuori di un vago riferimento a “perdite di clienti”, ostracismo o “ferite” sentimentali, siamo forse legalmente responsabili per cambiamenti di opinioni? Ricordiamo che, fino a prova contraria, nessuno ha “diritto” a dei clienti o a degli amici, ma sono questi ultimi a decidere se associarsi o no con qualcuno. La legge non ha altro scopo che la difesa della proprietà dei singoli, pena un suo stravolgimento.


[1] La questione è complicata dal tema delle minacce, ma il principio non risulta inficiato; per ulteriori informazioni, è utile consultare l’articolo di Stephan Kinsella.

[2] L’entità precisa di tale compenso dipende, ovviamente, dal tipo di offesa e dal contesto.

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