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Coronavirus: stiamo attenti all’Africa.

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Da inizio pandemia ticchetta nelle nostre menti la frase “il virus non conosce confini”, simile quasi ad uno slogan pubblicitario degno dei migliori antivirus informatici. Non c’è nulla di sbagliato, per carità, eppure proprio perché i confini vengono ignorati è giusto agire in anticipo ed iniziare a pensare – concretamente – al da farsi: sia in Italia che in Africa. Perché le conseguenze potrebbero essere disastrose.

La situazione in Africa

Il continente africano non registra, al momento, un preoccupante dato sui contagi da Covid-19, se lo si analizza in relazione al numero di abitanti (quasi un miliardo e mezzo). In totale, difatti, si registrano circa 30.000 casi, con i seguenti Paesi più colpiti:

  • Marocco: 3.692;
  • Algeria: 3.127;
  • Tunisia: 918;
  • Egitto: 3.891;
  • Senegal: 545;
  • Burkina Faso: 616;
  • Togo: 90;
  • Nigeria: 981;
  • Camerun: 1.430;
  • Repubblica Democratica del Congo: 394;
  • Sudafrica: 3.953.

Tuttavia, la problematica maggiore risiede – come si può ben immaginare – nella scarsa efficienza del sistema sanitario e nell’impossibilità di attuare un piano d’emergenza come quello Italiano e, più in generale, europeo.

Un distanziamento sociale, distanza di sicurezza, igiene personale ed isolamento dei focolai sembrano, per l’appunto, irrealizzabili nell’intera Africa: i motivi sono molto semplici. Se guardiamo alle grandi città africane (Nairobi, Città del Capo, Il Cairo, Dar es Salaam e così via) maggior igiene personale è concepibile (quantomeno nel centro economico), ma non lo sono le distanze tra abitanti.

Una strada principale de Il Cairo, durante un noto mercato.

Se, d’altro canto, ci si concentra sulle cittadine a “bassa” densità di popolazione, lì si potrebbe riuscire ad imporre la corretta distanza ma non le misure igieniche.

Una zona ad alto tasso di inquinamento in Ghana

Ma oltre alle problematiche appena presentate, poche non sono le complicazioni da un punto di vista culturale. In parecchie zone dell’Africa, difatti, l’idea della presenza di un “virus facilmente contraibile e mortale” sembra un’assurdità. A tal proposito, in Kenya il Coronavirus non è stato ben assimilato da parte di un pastore Meru, Nathan Kirimi, il quale è corso urlando nelle strade cercando di convincere le folle riguardo l’inesistenza del virus, in quanto questo sarebbe un semplice “inganno” e lavarsi le mani risulterebbe “una pratica ridicola”.

L’impero commerciale cinese

Se le difficoltà gestionali e culturali possano sembrare poco, ad esse si somma il continuo spostamento di imprenditori, politici e lavoratori cinesi da e per l’Africa. Come ben sappiamo, la Cina ha manie di colonialismo non indifferenti, e quale continente più appetibile economicamente se non quello africano? Numerosissimi sono, infatti, i cinesi che ogni giorno si spostano in Africa per motivi lavorativi, siano semplici operai destinati alle aziende petrolifere o ricchi investitori non ha importanza: secondo uno studio della “Johns Hopkins School of Advanced International Studies“, dal “Paese dei dragoni” arrivano, in media, 7 voli al giorno, 200 mila sono i cinesi che vivono stabilmente in Africa e circa 50 mila sono coloro che vi si recano per esigenze lavorative.

Certo è che, attualmente, questo flusso migratorio sia decisamente calato ma ciò non risulta sufficiente per dormire sonni tranquilli, attestata la grande facilità di contagio del Covid-19 nonostante le alte temperature africane.

L’informazione in crisi

Come se non bastasse, il sistema dei mass media e – quindi – dell’informazione è seriamente compromesso dalle svariate dittature all’interno del continente. Si è visto, in questi giorni, come la corretta informazione giochi un ruolo importante nel mantenere la calma tra i cittadini e nella prevenzione del virus; basti pensare che se dovesse improvvisamente trapelare una fake news – apparentemente più seria delle altre – sulla scarsità di alimenti, tutti correremmo a saccheggiare i supermercati.

Ebbene, in Africa i giornali e le TV sono spesso controllate dai governatori e/o da investitori esterni, comportando un’informazione filtrata, confusa e non veritiera. A tal proposito, ActionAid sta lavorando per trasmettere le dovute precauzioni attraverso un piano mirato, nel tentativo di sviluppare la cultura del virus nella popolazione in vista di ridurre i contagi attraverso la conoscenza dello stesso.

Le stime dei contagi

Pertanto, dinnanzi a tutte le problematiche finora trattate, emerge il rapporto “Covid-19 in Africa: salvare vite umane ed economia” della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (Uneca). Dal documento si evince come le morti nel “continente nero” possano attestarsi tra le 300.000 e 3.300.000, in relazione alle misure adottate da ogni Paese. Ma non finisce qui. Si ipotizza, difatti, un bacino tra i 2,3 e i 22,5 milioni di persone necessitanti un ricovero in ospedale, da 500 mila a 4,4 milioni coloro soggetti a terapie intensive.

Ad unirsi a ciò sarebbero, inoltre, le malattie già abbondantemente presenti, quali TBC e Aids, le quali bastano per mettere in ginocchio gli ospedali. Sommando l’emergenza Coronavirus, il risultato sarebbe catastrofico (anche in campo economico, con il rischio di 27 milioni di persone in povertà estrema).

Le mosse dell’Europa

In riferimento a quanto scritto, appare ovvio come i flussi migratori dall’Africa al resto dell’Europa subiranno senza ombra di dubbio un notevole incremento. Il “Vecchio Continente” dovrà essere quindi pronto ad un’altra sfida: quella dell’immigrazione maggiormente incontrollata.

Se in Spagna, Italia, Francia et cetera si entrerà nella fase 2, 3, 4, 5 e chi più ne ha più ne metta, in Africa si sta entrando appena nella fase 1; i rischi di un ritorno del Covid-19, mediante l’immigrazione, non è basso.

Per il bene di tutti, africani ed europei, da Bruxelles si stanzino già adesso fondi e mezzi in aiuto al continente africano, oltre che concrete politiche migratorie per ogni stato europeo. Non si possono permettere, in Africa, milioni di morti tra cui moltissimi bambini. Non possiamo permetterci, in Italia e in Europa, un ritorno ben più stravolgente dell’emergenza.

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