Cultura

Da dove arriva lo sviluppo tecnologico?

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In ogni periodo ci sono sempre dei libri che non ricevono l’attenzione che meritano. Alcuni per colpa interamente loro, come arcani trattati troppo specialistici o produzioni culturali che richiedono un grado di familiarità con esse eccessive per poter essere nemmeno apprezzate, ma solo comprese. Altri tomi, invece, “falliscono” per nessun motivo a loro imputabile, e non godono della popolarità che dovrebbe invece loro spettare. Uno di questi è l’opera di Terence Kealey, The Economic Laws of Scientific Research[1], che in un mondo sempre più tecnologico dovrebbe essere molto più letto dalla popolazione. La ricerca di Kealey, infatti, getta luce sui meccanismi propri della ricerca scientifica, mostrando in quali condizioni essa fiorisca e come si traduca in innovazioni tecnologiche in grado di arricchire la società. Sebbene sia un libro relativamente vecchio, le sue conclusioni restano assai solide.

I problemi del modello lineare

Kealey usa l’espressione “modello lineare” per indicare come la maggior parte degli individui pensa che funzioni il processo di sviluppo tecnologico ed economico. Lo schema che propone è il seguente[2]:

  • Ricerca accademica –> Tecnologia –> Ricchezza

Ne consegue che, se vogliamo incrementare la ricchezza di una società, è utile incoraggiare le prime fasi, solitamente attraverso maggiori investimenti pubblici, anche “a fondo perso”, basandoci sull’idea che, senza una solida ricerca di base, nessun sviluppo tecnologico è possibile. Kealey non è d’accordo. Basandosi su una solida analisi sia storica che economica, l’autore ci mostra come, lungi dall’essere dei blob informi, i primi due termini sono in realtà una massa eterogenea, composta in maniera discreta e non continua da molti aspetti diversi. Tradotto in termini mondani, non è possibile spronare la ricerca, ma sempre una ricerca specifica, e sempre a scapito di qualcos’altro. Ciò significa che ogni stato deve decidere quale tipo di ricerca sarà utile, e semplicemente non ha le informazioni necessarie per saperlo, e se anche le avesse, investitori privati avrebbero già fornito i capitali necessari. L’esempio del MITI giapponese è emblematico: sebbene sia stato elevato come perfetto esempio dei meriti dell’assistenza governativa, la realtà è in realtà l’opposto: i progetti sostenuti dal MITI si sono rivelati sonori fallimenti, mentre l’economia giapponese è fiorita concentrandosi su settori da esso scoraggiati[3]. Senza i segnali del mercato, non è possibile decidere quali progetti sia più prudente sostenere, e la decisione diventa puramente politica, incoraggiando sprechi e corruzione.

Il ruolo della ricerca di base

Si parla spesso della necessità di sostenere i ricercatori impegnati in scienza pura, o di base, in maniera tale da permettere la fioritura di nuove tecnologie grazie a conoscenze più aggiornate. Oltre ai problemi di allocazione già evidenziati, tuttavia, il modello lineare si trova di fronte a un secondo problema: il contributo che la ricerca pura fornisce allo sviluppo tecnologico è infimo. I numeri riportati da Kealey sono lapidari: meno del 10% dei nuovi prodotti e processi industriali sono riconducibili a nuovi sviluppi scientifici, mentre la stragrande maggioranza sono dovuti al miglioramento di tecnologie preesistenti all’interno delle singole industrie[4].

Questo fenomeno ci riporta nuovamente al problema del calcolo economico che piaga l’operato governativo. Se, infatti, sono gli agenti economici a sviluppare nuovi metodi e tecniche, alla ricerca di profitti, ne consegue che una scelta non guidata dai segnali di mercato non sarà in grado di prendere decisioni allineate con le preferenze dei clienti. Per coloro che disdegnano il motivo del profitto, è sufficiente ricordare che, in un mercato relativamente libero, sono i clienti a decidere cosa e come deve essere prodotto, e ciò che sono disposti a pagare informa le decisioni imprenditoriali, deputate a servire al meglio i loro capricci[5]. Al contrario, la politicizzazione della ricerca stimola attività distruttive, come lobbying, deputate a ricevere favori a spese di altri gruppi.

Le distorsioni inflitte dagli “investimenti” nella ricerca

Il terzo e ultimo aspetto che desidero portare all’attenzione del lettore è il cosiddetto “displacement effect” che gli aiuti governativi sortiscono. Esso consiste nella rimozione di altri investimenti che, in assenza dell’intervento, sarebbero stati messi in atto dagli agenti economici. Questo perché genera numerose istanze di free riding, con le singole imprese che si ritrovano scoraggiate dall’investire dato che il contribuente sta pagando il conto, esacerbato dal fatto che l’azione governativa è anatema a ogni operazione economicamente razionale, aumentando i costi d’entrata e di amministrazione attraverso la burocratizzazione[6].

Kealey mostra come, in assenza di queste distorsioni, sarebbero – e, storicamente, sono stati – gli industriali a sovvenzionare la ricerca, sia attraverso l’incorporazione o in generale il sostegno delle università, che attraverso l’allestimento di laboratori per attirare le migliori menti[7]. Questo secondo punto è di vitale importanza, dal momento che costituisce un’ulteriore conferma della realtà della cosiddetta mano invisibile. Nel tentativo di catturare le tecnologie dei concorrenti, le imprese investono in laboratori all’avanguardia e cercano di accaparrarsi scienziati di valore, dal momento che sono necessari per comprendere e assimilare qualsiasi sapere scientifico. Ciò, inavvertitamente, produce anche nuove scoperte, dal momento che anche gli scienziati, specialmente i migliori, sono egocentrici e narcisisti: vogliono poter produrre e pubblicare ricerche originali, e non solo compilare conoscenza preesistente[8].

Conclusione

Questa volutamente breve trattazione deve essere intesa come un invito a consultare personalmente l’interessantissima opera di Kealey, che oltre a trattare questioni squisitamente teoriche, fornisce parecchie informazioni storiche, anche attraverso un’eccellente ricostruzione della storia tecnologica europea, confutando diversi altri miti, come il supposto declino britannico in seguito all’avvento della Germania sul palcoscenico industriale. L’autore dimostra di avere un’ottima padronanza dell’argomento, e sa come trattenere l’attenzione del lettore.

Consiglio caldamente questo volume a chiunque desidera avere un’opinione informata sull’argomento, senza costringerlo a consumare tomi troppo ostici. Sebbene talvolta Kealey possa sembrare una cheerleader del libero mercato – come il presente autore -, fornisce argomenti che ogni lettore, a prescindere dallo schieramento politico, è in grado di apprezzare proficuamente.


[1] T. Kealey, The Economic Laws of Scientific Research, Basingstoke, MacMillan Press, 1996.

[2] Ivi, p. 204.

[3] Ivi, pp. 110-112

[4] Ivi, pp. 216-217.

[5] Questa è una delle molte manifestazioni della tanto malignata mano invisibile di smithiana memoria.

[6] Ivi, pp. 246-250.

[7] Ivi, pp. 263-265.

[8] Ivi, pp. 229-232.

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