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Giovanni Pascoli, “Italy”: viaggio tra gli emigranti italiani del primo Novecento

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Il freddo, la mancanza delle comodità e il paesaggio rurale, ostile e così diverso dall’America. È anche con gli occhi di una bambina che Giovanni Pascoli, nel suo poemetto, ci racconta il ritorno in patria di una famiglia italiana emigrata negli Stati Uniti a cavallo tra Ottocento e Novecento.

(Ibs)

Pascoli narratore: Italy e i Primi poemetti

All’interno della produzione poetica di Pascoli, c’è un poemetto che oggi vorrei attirasse la nostra attenzione. Il suo titolo è Italy, ed è la storia di una famiglia di emigranti italiani che ritornano nel loro paese, Caprona, nella Garfagnana rurale. Prima di addentrarci nel vivo del racconto, lasciatemi spendere alcune parole sull’opera in generale. Italy si trova all’interno della raccolta dei Primi poemetti, la cui edizione definitiva uscirà nel 1904. In questa raccolta, Pascoli si discosta dalla frammentarietà sperimentata in Myricae e nei Canti di Castelvecchio, per tentare la via di una lirica narrativa, fatta di componimenti lunghi divisi in sezioni. Non è casuale la scelta dell’intramontabile terzina dantesca, tradizionalmente il metro della pluralità delle voci e del racconto, e per questo scelto nella maggioranza delle strofe dei Primi poemetti (In Italy solo due piccole sezioni saranno composte in distici di endecasillabi). Centrali a Italy e all’intera raccolta sono la descrizione del mondo contadino nella difficoltà quotidiana, ma anche nei valori che conserva. In particolare risalto sono anche le voci dei personaggi e le loro conversazioni, che tra le altre cose esprimono lo sperimentalismo linguistico, vero segno di riconoscimento della lirica pascoliana.

La tenerezza di un incontro e l’Italia rurale vista con gli occhi di una bambina

A Caprona, una sera di febbraio, 
 gente veniva, ed era già per l'erta, 
 veniva su da Cincinnati, Ohio. 

la sequenza narrativa si apre, con effetto quasi cinematografico, in una fredda giornata di febbraio, al tramonto. Lungo la strada un gruppo di persone si sta incamminando verso casa: insieme al nonno ci sono Ghita e Beppe, due giovani emigranti appena ritornati in Italia dopo molto tempo, e Maria (o Molly), una bimba di otto anni molto malata. I tre si sono recati in Italia per far respirare aria buona alla piccola, nella speranza di vederla guarire. Ad attendere i quattro a casa la nonna, intenta a pregare di fianco al camino. Saranno proprio gli scambi di battute tra la nonna e la piccola Molly, fatti di incomprensioni e assoluta tenerezza, a rappresentare i momenti più intensi e commoventi del racconto.

La prima impressione che Molly ha dell’Italia non è per niente positiva. “A chicken-house […] for mice and rats” sarà tra i primi commenti della piccola alla casa in cui è ospitata. Agli occhi della bambina, e anche a quelli del poeta-narratore, Italy non sarà indifferente ai commenti di disprezzo di Molly, anzi reagirà ferocemente. Inizialmente sembra infastidita (“Italy, penso, se la prese a male”), e manda sulla casa una nevicata fredda, poi sembra addirittura adirata, e reagisce con un poderoso temporale. Infine Italy si dimostra pietosa, e lascia tornare il sole. La storia continua con confronti e incontri, in cui emerge l’estrema differenza tra la condizione di vita nell’Italia ai piedi dell’Appennino e negli Stati Uniti, come possiamo vedere dai versi che seguono. Non appena la salute di Molly migliora, sono le condizioni della nonna a peggiorare. Sarà poi lei a lasciare per sempre il nido, stroncata dalla tosse (forse dalla stessa malattia che aveva colpito Molly). La commozione delle ultime sezioni, che qui non riporto per lasciarle a chi volesse immergersi nella lettura completa, permettono anche a Molly di cambiare idea sull’ostile Italy che l’aveva accolta, che lascerà nei ricordi della piccola un segno indelebile.

Ghita diceva: «Mamma, a che filate? 
 Nessuna fila in Mèrica. Son usi 
 d'una volta, del tempo delle fate.
 
 Oh yes! filare! Assai mi ci confusi 
 da bimba. Or c'è la macchina che scocca 
 d'un frullo solo centomila fusi. 

 Oh yes! Ben altro che la vostra rócca! 
 E fila unito. E duole poi la vita 
 e ci si sente prosciugar la bocca!» 

 La mamma allora con le magre dita 
 le sue gugliate traea giù più rare,
 perché ciascuna fosse bella unita.

Nelle conversazioni, Pascoli riporta un assaggio della lingua degli emigranti italiani in America

Venne, sapendo della lor venuta, 
 gente, e qualcosa rispondeva a tutti 
 Ioe, grave: «Oh yes, è fiero… vi saluta…
 
 molti bisini, oh yes… No, tiene un frutti-
 stendo… Oh yes, vende checche, candi, scrima… 
 Conta moneta: può campar coi frutti… 

 Il baschetto non rende come prima… 
 Yes, un salone, che ci ha tanti bordi… 
 Yes, l'ho rivisto nel pigliar la stima…»

In più sezioni del racconto vengono rappresentare dal poeta i momenti in cui la famiglia incontra le persone del villaggio. Le conversazioni rendono l’idea della condizione linguistica degli emigranti in Italia: nei versi che ho riportato sopra, ad esempio, emerge la difficoltà con cui Ioe si approccia alla propria lingua madre, mescolando parole italiane a parole inglesi italianizzate. Oltre a notare in questi pochi versi fino a che punto potesse arrivare la tensione al già citato sperimentalismo linguistico in Pascoli, questi passaggi ci permettono almeno due considerazioni sul fenomeno delle emigrazioni del primo Novecento: in primo luogo si noti il fenomeno sociale del ritorno in patria degli emigranti, che non si compie esclusivamente all’interno del nido famigliare ma si espande all’intera comunità locale, la quale coglie l’occasione per sapere dei propri parenti o amici emigrati. Dal punto di vista linguistico, poi, l’esposizione delle popolazioni rurali ad alcune parole inglesi ha portato a un arricchimento del loro lessico (in alcuni casi anche dell’alfabetizzazione: per mantenere la corrispondenza con l’America, infatti, alcune persone hanno recuperato il poco che avevano imparato a scuola).

Insomma, attraverso il mezzo poetico, o meglio attraverso la poesia-racconto, a più di un secolo di distanza è ancora possibile riscontrare tra i versi di Pascoli la sostanza di un fenomeno complesso e molto diffuso, che in Italia ha coinvolto molte famiglie. È forse questa la forza della poesia: rendere immortale, trasmettere e rendere indimenticabile la grandezza delle piccole cose. Con questi ultimi versi, forse più vicini al Pascoli a cui siamo più abituati, notiamo ancora l’estrema dolcezza dell’incontro, seppur breve, tra una nonna e una nipote lontana.

Prima d'andare, vieni al camposanto, 
 s'hai da ridire come qua si tiene. 

 Stridono i bombi intorno ai fior d'acanto, 
 ronzano l'api intorno le verbene. 

 E qui tra tanto sussurrìo riposa 
 la nonna cara che ti volle bene. 

 O Molly! O Molly! prendi su qualcosa, 
 prima d'andare, e portalo con te. 

 Non un geranio né un bocciuol di rosa, 
 prendi sol un NON-TI-SCORDAR-DI-ME! 

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