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Hate speech: cos’è e come riconoscerlo

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Juris Tech | HATE SPEECH, QUANDO I DISCORSI DI ODIO DIVENTANO REATO
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Ci troviamo in un’era dove la tecnologia ogni giorno fa passi da gigante. Ci svegliamo la mattina e la prima cosa che facciamo è controllare WhatsApp, Facebook, Instagram. Ogni giorno condividiamo la nostra quotidianità attraverso i social, ci scambiamo opinioni, giudizi, foto, e cerchiamo quasi sempre l’approvazione degli altri per pubblicare un qualcosa, che sia una semplice frase, foto, o un pensiero. Questa sorta di “insicurezza/paura” è dovuta dal fatto che la gente molte volte è proprio attraverso i social che si lascia andare, arrivando a comunicare in maniera cattiva, senza controllo, i cosiddetti “leoni da tastiera”. Ogni giorno sentiamo parlare di body-shaming, bullismo, cyberbullismo, razzismo, transfobia, omofobia. Tutto questo è conducibile al fenomeno dell’hate speech. Ma questo fenomeno cos’è esattamente? Vediamolo insieme:

L’hate speech è un espressione molto diffusa dai social, che tradotta in italiano significa “discorsi d’odio”. Dentro questa espressione si trovano delle vere e proprie violenze verbali e psicologiche che vengono commesse nei confronti di persone di etnie diverse, dal diverso orientamento sessuale ,da particolari condizioni fisiche e mentali come i disabili, o semplicemente deridere una persona per l’aspetto fisico, il cosiddetto “body-shaming”. L’hate speech nasce in America e fa parte della giurisprudenza americana, ma da qualche anno è entrata a far parte anche di quella europea. Questo fenomeno è in forte crescita e per capire le varie sfaccettature analizziamo alcuni passaggi che sono necessari per capire se si tratti di hate speech: 1) volontà e intenzione di incitare odio con ogni mezzo di comunicazione. 2) esortazione vera e propria idonea a causare atti di odio o violenza ai soggetti presi di mira. 3) la concretezza del rischio che gli atti di odio e violenza si verifichino. Dunque se le affermazioni non incitano all’odio non rientrano nell’hate speech.

Quello che sicuramente rientra in questo fenomeno è quello che è stato fatto a Liliana Segre, senatrice a vita e sopravvissuta ai lager. A lei arrivano in media 200 attacchi d’odio al giorno. Lei ricevette anche molta solidarietà dal mondo politico, dove dissero che la Segre rappresenta l’Italia della memoria. Un altro caso attuale di odio online è quello di Silvia Romano che è stata calpestata di insulti pesanti e gravi come minacce di morte. Come abbiamo letto qualche rigo fa, l’utilizzo dei social comporta episodi poco piacevoli e pericolosi. Un altro fenomeno che è sempre più in crescita è il razzismo, ricordiamo l’episodio di George Floyd, ucciso da un agente di polizia solo per aver comprato un pacco di sigarette con una banconota contraffatta. Floyd pronunciò diverse volte di non riuscire a respirare, ma il poliziotto lo ignorò e poco dopo perse la vita. La verità è che se non fosse stato di colore non sarebbe morto assassinato, perciò si può dire che George Floyd è morto soffocato dal razzismo. Ultimo fenomeno non meno importante è quello del “revenge porn” dove un sacco di ragazze si sono trovate in gruppi porno, dove venivano diffuse le loro foto in cambio di soldi. Dopo aver capito in cosa consiste l’hate speech cerchiamo di capire cosa c’è alla base di questi comportamenti d’odio, e in che modo i social contribuiscono alla diffusione di questo fenomeno?

Europa e hate speech: azioni e normative| e-Medine
Credits: e-Medine

Noi siamo sempre abituati a porre l’accento sulla razionalità e dimentichiamo come in realtà la nostra natura sia prevalentemente emotiva. L’odio si configura come uno stato emotivo impiegato secondo due eccezioni; o come sentimento di ostilità persistente, per cui appunto si desidera il male o la rovina altrui o come senso di intolleranza per qualcuno. Nell’uso comune il termine ha dunque un significato negativo che indica la forza distruttiva che agisce sul soggetto verso se stesso o verso l’esterno. Basti pensare a fenomeni come l’antisemitismo, il razzismo, la misoginia, l’omofobia, il disprezzo sia per l’individuale che collettivo.

Da un lato questo fenomeno prende forma sulla base di comportamenti ai quali prende adesione l’intolleranza, la partecipazione a gruppi dove l’elemento di discussione si incentra nell’odiare l’altro e spargere pregiudizi. Dall’altro è rappresentato come i social diventino come delle “casse” da cui si esprime questo stato emotivo che è l’odio, e si riverte su chi è considerato “diverso” e in qualche modo viene percepito come una minaccia. Esso può basarsi su un fattore “identitario” cioè unisce un gruppo di persone perché si odia lo stesso individuo e allo stesso tempo si allontana il soggetto odiato. Poi abbiamo l’odio “relazionale” che assume una valenza di tipo comunicativo all’interno di gruppi, generando relazioni negative. I social hanno certamente favorito questi scambi comunicativi online basati su conversazioni violente e comportamenti antisociali che fanno parte delle interazioni digitali da quando esiste la rete e parliamo di flame, war, trolling. L’evoluzione dell’odio esiste dagli anni novanta procedendo sempre di più e trasformandosi grazie ai mezzi di comunicazione che lo hanno reso ancora più insidioso, ed esso si caratterizza per quattro caratteristiche principali:

1): “Permanenza dell’odio”; l’architettura su cui si fondano le piattaforme social consentono ai messaggi di restare in circolazione per periodi abbastanza lunghi.

2): “il ritorno imprevedibile”; un messaggio d’odio può tornare in vita anche se cancellato mediante la diffusione di una piattaforma da parte di altri utenti.

3): “L’anonimato; usando profili falsi dove gli utenti sono portati a esprimere il proprio odio più facilmente, questo meccanismo genera che il rischio di essere scoperti e denunciati sia ridotto al minimo.

4): “La transnazionalità” della rete, che permette agli utenti di aggirare la giurisdizione di quei paesi che hanno delle regole ben precise, cioè di riavviare l’attività dove c’è maggiore libertà di espressione. Nel nostro paese negli ultimi anni gli episodi di intolleranza sono cresciuti a dismisura e dai risultati sino ad oggi emerge che la “misoginia” ossia l’odio contro le donne è la forma di intolleranza più diffusa, mentre al secondo posto abbiamo “l’islamofobia”, italiani di fede islamica e migranti sono spesso visti come jihadisti e la paura del terrorismo incide nell’atteggiamento discriminatorio e molte sono state le forme d’odio a stampo razzista su rom, migranti, e omosessuali, che ogni giorno solo il bersaglio più colpito sulla rete.

È dovere di tutti evitare che i social si trasformino ancor di più in luoghi che, come diceva Umberto Eco “danno diritto di parola a legioni di imbecilli”.

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