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HONG KONG: LA NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA E L’ARRESTO DI JIMMY LAI

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Giovedì 30 luglio il ”parlamento” cinese – nulla a che vedere con le nostrane camere democratiche – ha “festeggiato” i 23 anni dal ritorno nelle proprie mani dell’excolonia britannica Hong Kong varando una delle leggi sulla sicurezza più severe ed assurde che si siano mai viste.

Non è cosa insolita quando si parla di un regime come la Cina ma vale la pena ribadirlo: l’obbiettivo dei legislatori cinesi non è per certo la sicurezza dei propri cittadini quanto più l’intento di preservare il proprio potere.

LA NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA

Carrie Lam, capo dell’esecutivo fantoccio di Hong Hong, ha dichiarato, in occasione dei festeggiamenti – se vi immaginate centinaia di persone che celebrano felici siete fuori strada- per l’anniversario dell’handover, a proposito della legge sulla sicurezza:  «È un passo storico per migliorare il sistema di Hong Kong per salvaguardare la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza del nostro Paese e mostra che il governo centrale è determinato a ripristinare la stabilità a Hong Kong»

LE PROTESTE

Mentre la Lam pronunciava queste parole, quasi contemporaneamente, i cittadini di Hong Kong, minacciati ma per nulla vinti da questa nuova legge, erano scesi nelle piazze e nelle strade, sfidando – come ormai osano fare da giunio scorso – il governo e il suo divieto, per manifestare il proprio dissenso e tentare di scuotere gli animi degli osservatori internazionali.

Dei manifestanti 30 tra studenti, giornalisti e semplici cittadini sono stati arrestati in virtù della nuova legge.

No, in Cina le “lungaggini”, così le definisce qualcuno, o meglio le garanzie democratiche, così si definiscono propriamente, come la Gazzetta Ufficiale non ci sono e la polizia ha quindi potuto applicare un legge approvata il giorno stesso.

Quanto varato dal parlamento cinese e dal presidente Xi Jinping identifica, in maniera molto vaga e quindi elastica, la sovversione del potere statale e la collusione con forze straniere come crimini punibili mediante ergastolo.

GIURISDIZIONE

Una delle cose che preoccupa maggiormente i cittadini di Hong Kong, che, secondo l’accordo preso conseguentemente all’handover, sono, o dovrebbero essere, soggetti solo a leggi proprie – il noto statement «one country two system» ne è il simbolo -, è il fatto che questa legge cinese si estenda alle azioni commesse da chiunque e in qualunque parte del mondo.

Naturalmente Pechino non ha l’autorità tale da estendere la propria giurisdizione all’interno di una provincia autonoma come Hong Kong o di estenderla a tutto il resto del mondo ma, avendone la capacita materiale, se ne è arrogata il diritto.

LE REAZIONI INTERNAZIONALI

«La legge scoraggerà le forze straniere che cercano di interferire con gli affari di Hong Kong. La legge è una svolta per riportare Hong Kong sulla sua giusta strada» ha dichiarato Zhang Xiaoming vicedirettore dell’ufficio affari di Hong Kong e Macao a Pechino.

La legge non ha però spaventato il mondo libero. Il governo inglese non ha avuto remore nel tornare ad accusare Pechino di aver violato il trattato del 1984 che imponeva l’istituzione e la permanenza di un alto grado di autonomia dell’ex-colonia nei confronti del governo centrale e il presidente Trump ha promesso ulteriori azioni sanzionatorie, oltre al ritiro degli investimenti tecnologici già effettuato in precedenza, nei confronti della potenza asiatica.

L’ARRESTO DI JIMMY LAI

La conseguenza più recente di questa legge è stato l’arresto, il 10 agosto, del magnate dell’editoria libera di Hong Kong Jimmy Lai, conosciuto in Cina con il nome di Li Zhiying.

Lai (72 anni), che dirige la compagnia Next Digital che pubblica il quotidiano libero Apple Daily, è stato accusato di collusioni con forze straniere. Egli aveva incontrato, a Washington, in quanto membro di spicco del movimento pro-democratico di Hong Kong, il segretario di stato USA Mike Pompeo che è notoriamente impegnato per la causa democratica anti-cinese.

I cittadini e gli imprenditori della provincia autonoma hanno risposto all’arresto di uno dei maggiori leader della protesta acquistando diverse copie dell’Apple Daily e numerosissime azioni della compagnia di Lai moltiplicandone il valore di dodici volte.

L’imprenditore è poi stato rilasciato dalla polizia due giorni dopo su cauzione. La strategia del governo con persone di questa rilevanza è sempre quella dell’intimidazione, l’arresto permanente e l’uccisione sono misure solitamente troppo dure per le figure su cui sono puntati gli occhi del mondo libero.

Il quadro che emerge da questa veloce panoramica sulla situazione recente di Hong Kong è, come da molti anni a questa parte, quello di un paese vessato dal potere del governo centrale comunista – perché, checché se ne dica, questo è il nome del partito unico che lo governa – che tenta e non riesce, neanche attraverso leggi durissime come quella nominata poco fa, di spegnere la rivolta democratica degli uomini liberi.

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