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Il nostro “contratto” sociale

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Nostalgia da stretta di mano: ma come è nato questo gesto tanto familiare?  - Radio Monte Carlo
Credits: Radio Monte Carlo

Il mito fondamentale delle società liberali moderne è quello del contratto sociale. Di primo acchito, può anche sembrare plausibile: un gruppo di persone si ritrova e negozia reciproci doveri e diritti, decide come delegare alcune mansioni, e delibera in comune su progetti condivisi. Il modello volutamente semplificato ha, alla sua base, un’idea sicuramente ammirabile, ovvero il fatto che, da un punto di vista morale e politico, nessuno gode di privilegi speciali, ogni obbligazione è liberamente assunta in nome di una convivenza civile e pacifica, e tutti hanno opportunità di ottenere, insieme, più di quanto potrebbero conquistare individualmente. Il potere è ascendente: sale dal baso e investe alcune persone selezionate dai contraenti.

Come tutte le astrazioni, non deve essere preso troppo alla lettera; eppure, non è raro imbattersi in persone, in particolare quelle che hanno speso meno tempo – forse saggiamente – a esaminare la teoria politica che sottende il nostro ordinamento politico, che lo invocano per sostenere determinate politiche e pratiche di trasferimento di risorse.

Una storia inverosimile

La prima, enorme pecca del mito del contratto sociale è precisamente il fatto che è un mito: nessun corpo politico si è mai riunito e ha all’unanimità deciso di adottare una costituzione, di vincolarsi a essa e di rispettare le decisioni raggiunte attraverso i processi da essa stabiliti. L’esempio più famoso, quello della Costituzione americana, è stato poco più di un colpo di stato da parte di un gruppo di personaggi influenti, che hanno scardinato gli Articoli della Confederazione – a loro volta non accolti all’unanimità.

Al contrario di come possa sembrare, questo non è un argomento decisivo contro la teoria, dato che ben pochi pensatori hanno sostenuto la reale esistenza storica del patto. Piuttosto, sostengono, deve essere visto come un ideale regolatore, come prototipo di un ordine sociale giusto. Il problema, tuttavia, rimane: per quanto giusto o razionale un contratto possa essere, non è affatto chiaro come implichi la necessità di attenersi a esso, o perfino di accettarlo, e sicuramente in assenza di un vero e proprio assenso da parte dei cittadini non si può ritenere questi ultimi a esso vincolati. È come se chiamaste in causa un vostro vicino dicendo al giudice che non ha rispettato i termini del contratto che avete stipulato, e quando mostrate al giudice tale accordo la sua firma non è visibile da nessuna parte. Se la vostra difesa è che il vostro vicino avrebbe firmato le carte se avesse saputo della loro esistenza, verreste rapidamente sbattuti fuori dal tribunale, forse con una bella multa.

Con che autorità?

Il secondo difetto risiede nel fatto che i contraenti di un patto non possono cedere altro che diritti o proprietà in loro possesso, e non quelle degli altri. Da ciò conseguono una serie di importanti implicazioni. In primo luogo, gli unici individui legati ai termini del contratto non sono altro che i firmatari e chiunque si impegni a seguire i suoi dettami, di certo non la stragrande maggioranza della cittadinanza. Un rilevante corollario è che le nuove generazioni non sono, in linea di principio, vincolate a qualsivoglia costituzione, a meno che non lo dichiarino esplicitamente.

Ciò che invece accade regolarmente è che una data costituzione, con annesso apparato politico – o, più precisamente, un gruppo stazionario di banditi -, regna su una certa circoscrizione geografica e applica tali regole, spesso in maniera del tutto arbitraria, a ogni occupante. Il problema, ovviamente, è che non ha nessun diritto di espropriare altri individui, dal momento che nessuna persona può cedere il diritto di decidere per gli altri, dato che non lo possiede. Sarebbe come vendere un anello di una gioielleria senza averlo prima ottenuto dall’orefice. I propri diritti naturali vengono dunque ignorati e calpestati, senza avere grandi possibilità di fare ricorso dato che gli arbitri ultimi delle contese fra cittadini e potere è il potere stesso. Non possiamo fare altro che sottostare ai dettami di chi ci governa, immergerci nel mercato nero, o andarcene fisicamente.

Mi si potrà obiettare, tuttavia, che non è affatto vero che i cittadini sono sotto il totale controllo di un determinato gruppo di altri individui, seppur internamente cangiante, dato che dopotutto possono votare e partecipare al processo politico, facendo valere la propria voce. In una lezione di educazione civica un simile argomento potrebbe avere qualche valore, ma in ogni ordinamento politico esistente non è che vuota retorica: il proprio voto ha una probabilità prossima allo zero di influenzare un qualsivoglia risultato essendo diluito in un mare di milioni di altri voti, e convincere una fetta sostanziale della popolazione a dare corda alle proprie idee è assurdo e impraticabile. A meno di essere Silvio Berlusconi, con un passato imprenditoriale alle proprie spalle, connessioni con personaggi influenti e un impero mediatico, nessun cittadino comune può influenzare l’andamento politico del paese.

Firmeresti questo accordo?

Nonostante queste considerazioni, il quadro per la teoria del contratto sociale è ancora peggiore, se si prendono in esame i suoi reali termini e condizioni, che non verrebbero mai presi sul serio se si parlasse di un’agenzia di protezione. Ciò che viene richiesto dal cittadino può essere riformulato in questa maniera:

“Il firmatario si impegna a pagare una somma di denaro che verrà decisa unilateralmente dall’azienda; la quantità e qualità dei servizi di protezione erogati verrà decisa unilateralmente dall’azienda; il firmatario si impegna a non rivolgersi ad altre aziende analoghe; il firmatario si impegna a disarmarsi e a non perseguire personalmente individui colpevoli di crimini nei suoi confronti; ogni disputa tra il firmatario e l’azienda verrà arbitrata da dipendenti della stessa; il firmatario non può sciogliere il contratto con l’azienda.”

Non sembra molto appetibile, vero? Questo è ciò che viene richiesto al cittadino, e solo se ci si limita alla difesa della sua proprietà. Gli stati moderni, invece, esigono ben più di questo, e si arrogano il diritto di estrarre altre risorse per i motivi più arbitrari, allo scopo – nominale – di realizzare progetti e politiche di “pubblico interesse”, ma in realtà deputate ad elargire favori in cambio di donazioni e contributi da parte di gruppi di interesse.

Così, lo stato può permettersi di maggiorare tutte le transazioni condotte dai cittadini attraverso imposte come l’IVA. Parimenti, è in grado di sfrattare chiunque voglia, qualora ritenesse di aver bisogno della proprietà di alcuni cittadini per il “bene comune”, come con la TAV. Ancora, può decretare cosa non può e cosa deve entrare nel corpo dei singoli, come alcune droghe – per il lato proibizionistico – e, molto probabilmente, vaccini – per quanto concerne ciò che deve essere inoculato. Come se non bastasse, possono perfino prescrivere cosa i cittadini devono pensare e come devono comportarsi – leggi anti-discriminazione, anti-diffamazione, o censura in generale -.

Conclusione

Quale persona, in possesso delle sue facoltà di intendere e di volere, firmerebbe mai un simile contratto, in cui si ritrova alla mercé di sconosciuti? Il voto, come abbiamo visto, non miglior affatto la situazione. Ricordando l’espressione di Robert Nozick, infatti, in un regime democratico si scambia un padrone – il re o chi per lui – con una mostruosa idra dalle migliaia di teste.

Il mito del contratto sociale si rivela dunque essere quello che è: un becero tentativo di legittimare il privilegio di pochi di stare al di sopra della giustizia, e di corrompere le proprie vittime con benefici e doni a scapito degli altri sventurati allo scopo di massimizzare i propri introiti, e di poter dominare i propri consimili.

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