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«Il tempo non è un parametro, lo è la serietà con la quale è stata svolta la ricerca» Intervista a Matteo Bassetti.

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Post scriptum: si apprende, nel corso della mattinata odierna, che il professore Matteo Bassetti abbia ricevuto notevoli e pesanti minacce di morte a seguito della sua posizione favorevole alla recente campagna vaccinale. Le intimidazioni – come si evince dal profilo Instagram di Bassetti – sono state prontamente denunciate dallo stesso alla Digos e alla Polizia Postale genovese. Sgomentato, esprimo solidarietà massima al direttore della Clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino (GE), augurandomi che tali atti vili e deplorevoli vengano condannati dalla magistratura, calpestando il vizioso “virus” dell’archiviazione processuale.

In questi giorni sta destando non poca preoccupazione l’arrivo del vaccino Pfizer contro il nuovo Sars-Cov-2, virus letale che sta tenendo in ginocchio il mondo intero, dall’aspetto economico sino a quello psicologico, dall’ambito culturale a quello sportivo; chiunque, nessuno escluso, può essere colpito. E ad essere bersagliati non lo si è soltanto per opera di una particella virale presente da marzo o forse più, ma anche – e soprattutto – dalla mole interminabile di fake news e depistaggi contro la vera efficacia vaccinale. Internet, infatti, è un mondo aperto, ma fin troppo. Si viaggia sempre sul filo di ciò che si conosce, ma spesso si cade nella metà che non compete, creando ansia, disorientamento e sfiducia verso chiunque sia il destinatario dell’oratoria del predicatore da tastiera.


E’ proprio all’insegna di quanto scritto che ho deciso di conoscere e riportare il parere di un esperto, non un “ominicchio” – per dirla alla Leonardo Sciascia – ma un uomo che dagli albori della pandemia in Italia opera nei corridoi di ospedale, dando un rilevante contributo alla comunità scientifica. Si tratta di Matteo Bassetti, professore ordinario di Malattie infettive all’Università di Genova, direttore della Clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, presidente della Società Italiana di Terapia Antiinfettiva (SITA), con un prestigioso post-doctoral fellowship in malattie infettive alla Yale University a Hew Haven, negli USA.

Buona lettura.

Professor Bassetti, Lei è di recente autore di una pubblicazione edita dall’editore Cairo, un libro intitolato “Una lezione da non dimenticare” insieme alla giornalista Martina Maltagliati. Un testo che tratta speranze e illusioni, turni di lavoro massacranti, sperimentazioni, pianti e fugaci dosi di gioia da parti di chi opera in questo delicato settore nei tempi che percorriamo. Nota una forte divergenza dall’opinione pubblica di marzo con quella odierna, che sembra dipingere il personale sanitario in maniera quasi esclusivamente negativa?

Si, c’è un atteggiamento da parte della gente diverso. Nella prima fase venivamo acclamati quasi come eroi, anche se ovviamente eroi non siamo, facciamo il nostro lavoro e speriamo di farlo il meglio possibile. Oggi sia da chi, ad esempio, viene ricoverato o che ha avuto problemi, sia da chi invece ne è fuori, vi è un aspetto molto vendicativo nei confronti della componente sanitaria, quasi come se fosse colpa degli operatori sanitari quello che sta succedendo; non si accettano le nostre decisioni. Nella prima fase abbiamo fatto del nostro meglio, ma al tempo stesso tutti abbiamo commesso qualche errore in quanto non conoscevamo appieno ciò che ci si palesava. Oggi tutti si sentono di sapere, per cui arrivano e ti dicono “devi fare così”, “devi fare cosà”, “perché l’ho letto su Facebook”, “perché l’ho letto su Instagram”, quindi c’è un atteggiamento di un Paese profondamente ignorante nel campo delle malattie infettive, che in una fase primaria si è risvegliato quasi in difficoltà, oggi invece pensa quasi di sapere di più del mondo sanitario. In questo c’è stato un cambio radicale, tra la prima e la seconda ondata.

In molti preoccupano i tempi brevi con i quali è stato portato a termine il vaccino Pfizer, creando però confusione sulla sua effettiva efficacia, soprattutto a seguito di casi di riscontrata positività dopo la prima iniezione. Il fattore velocità è davvero così malevolo come si pensa? Sono stati saltati test rilevanti per una corretta immunità?

Intanto la velocità non è mai un parametro da prendere in considerazione, è come se normalmente per costruire un ponte ci mettono dieci anni, noi a Genova ne abbiamo costruito uno in un anno; eppure, mi pare che sia sicuro e funzioni. Il problema non è quanto tempo ci metti a fare uno studio, ma se tu segui tutti i crismi della ricerca scientifica e mi pare che qui siano stati seguiti tutti, tant’è vero che gli enti regolatori quali la Food and Drug Administration e l’EMA lo hanno approvato, altrimenti ciò non sarebbe mai potuto avvenire. Per cui il problema del tempo è assolutamente secondario, perché nel momento in cui siamo di fronte ad un’emergenza sanitaria bisogna correre e non si può fare la sperimentazione come per il vaccino per altre situazioni, il quale può attendere. Ripeto, il tempo non è un parametro, quest’ultimo è invece la serietà con la quale è stata svolta la ricerca e, sia in termini di numeri, che in termini di qualità della ricerca, non credo ci siano stati particolari problemi.

L’art.32 della nostra Carta Costituente sta vedendosi tirato in ballo nel dibattito giuridico-politico, sull’eventuale obbligatorietà del vaccino. Si ipotizza, infatti, che nei palazzi di Governo, qualora non si raggiungesse una determinata percentuale di vaccinazioni nella popolazione, si possa puntare a rendere obbligatoria la somministrazione vaccinale. Lei cosa ne pensa? Appoggerebbe altresì una campagna di sensibilizzazione? Tenendo conto però che una stessa effettuata sull’app Immuni non ha portato a grandi risultati. 

Penso che sia importante fare una buona comunicazione, cosa che in questo momento non sta avvenendo come si dovrebbe da parte delle Istituzioni. La comunicazione, oggi, è lasciata ai singoli, io la faccio, altri miei colleghi anche, ma non spetterebbe a noi, è evidente che spetti al Ministero o ad altri enti istituzionali. E’ chiaro però che, se ad un certo punto, con la comunicazione fatta bene si addivenisse ad una copertura non adeguata, è evidente che lo step successivo non possa essere che l’obbligatorietà oppure rendere alcune attività fruibili unicamente da chi è vaccinato; puoi prendere un aereo se sei vaccinato, puoi salire sul treno se sei vaccinato, a scuola se vai vaccinato e così via. Si potrebbe addirittura arrivare ad alcuni teatri o cinema, ma anche i ristoranti, che chiedano la patente di immunità, cosa che peraltro è comprensibile. Non credo che ci sia niente di male.

Si pone adesso l’interrogativo di aprire o meno le scuole. E sempre sul tema dell’obbligatorietà, c’è chi propone di vaccinare anche la popolazione studentesca, saltando quindi il protocollo previsto dal Commissario Straordinario Arcuri. Tenendo conto che l’Italia, oltre ai noti problemi economici, non può permettersi ciò che è già un gap formativo e culturale, Lei vede di buon occhio l’apertura delle strutture scolastiche da qui a breve? 

Noi dobbiamo fare uno sforzo per far sì che i ragazzi tornino a scuola, proprio per metterci al passo con i Paesi europei: noi siamo il Paese, in Europa, in cui negli ultimi 10 mesi i ragazzi non sono andati a scuola. E’ dunque evidente che dobbiamo farci qualche domanda: perché questo è successo? Siamo meno bravi degli altri? Perché abbiamo più paura degli altri? Perché il nostro sistema scolastico non funziona? Oggi lo sforzo deve essere soprattutto far tornare nelle mura scolastiche i ragazzi delle superiori, per riprendere la socialità. Perché la scuola non è solo istruzione, ma anche socialità, contatto, imparare le regole, tutto ciò che chi opera da dietro un computer o da un cellulare non può trasmettere. Dobbiamo fare tutti gli sforzi possibili per farli tornare a scuola in sicurezza, e per fare ciò è chiaro serva una copertura vaccinale a fronte di contagi scolastici, i quali nei ragazzi spesso si dimostrano meno aggressivi ma letali per altri, una volta tornati a casa. La scuola deve essere uno di quegli argomenti ai quali si debbano dare delle risposte subito, soprattutto dinnanzi ad una vaccinazione.

Secondo Lei, da questa pandemia cosa abbiamo imparato e come ma soprattutto cosa dovremmo migliorare nel nostro agire?

Abbiamo imparato che l’infezione è sempre dietro l’angolo, poi una pandemia potrebbe sempre esserci, quindi a mio parere bisogna partire da dove siamo arrivati e, se riusciremo a trarne del bene dalla vaccinazione per i prossimi 6-9 mesi da questo disastro, bisognerà non smantellare il sistema che abbiamo creato ma continuare ad investire sia sul singolo ospedale che sul territorio. Solo con gli investimenti e la programmazione da qui al futuro si potrà affrontare, se ce ne sarà bisogno, una nuova epidemia.