Cultura

La natura ha valore?

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Il fenomeno delle angurie che ho affrontato in precedenza, e la connessa generale obiezione ai meccanismi di mercato, anche qualora essi fossero utilizzati per minimizzare i danni ambientali, ci ha posto di fronte al fatto che, nel nostro immaginario comune, consideriamo il mondo naturale come qualcosa da difendere a tutti i costi. Il mio suggerimento, ovvero il fatto che esista un livello di inquinamento ottimale, e che esso sia maggiore di zero, può suscitare un’ondata di oltraggio in molti ambientalisti. È utile esaminare più da vicino i motivi di questa reazione emotiva, per comprendere meglio il funzionamento delle nostre percezioni che riguardano il problema dell’inquinamento. È dunque utile costruire prima l’idealtipo dell’ambientalista.

Il culto di Gaia

L’atteggiamento esibito dalle angurie è, fondamentalmente, indistinguibile da quello di un seguace di una setta religiosa che ha come oggetto di culto una divinità che simboleggia il pianeta, Gaia. Dal momento che il pianeta è considerato sacro, ogni tentativo di modificarlo rappresenta una profanazione, e deve dunque essere combattuto con ferocia. Il modo che l’anguria ha di rapportarsi con il mondo manifesta diverse caratteristiche tipiche dei popoli primitivi individuati da Helmut Schoeck[1], che possiamo riassumere nell’idea di “equilibrio”.

Ciò che esso significa è che, nel suo stato “naturale” nel senso di non perturbato dalla mano di un agente, il mondo è in un certo stato capace di perpetuarsi nel tempo in maniera pressoché immutata: ogni cambiamento non è che temporaneo e inserito in uno specifico ciclo, e segue dunque una regola. Una seconda declinazione di questo principio è che ogni individuo si trova, rispetto a ogni altro, in una condizione di uguaglianza, ed è solo un intervento malevolo che va a spezzare tale assetto.

Queste due istanze, prese contemporaneamente e applicate al contesto contemporaneo, significano che l’arricchimento materiale dei popoli non può che avvenire a scapito di Gaia, che viene stuprata e depredata delle sue ricchezze per la convenienza di alcuni. Ogni miniera è una ferita inferta al corpo della divinità, ed è una deviazione dallo stato di cose naturale; ogni specie estinta o asservita è un esempio di schiavismo; e ogni catastrofe è la reazione del pianeta agli oltraggi inferti. Gli unici esseri capaci di tutto ciò, ovviamente, sono gli esseri umani, vera e propria piaga che affligge il pianeta. Il presupposto di una simile visione è che gli uomini dispongono di una duplice natura, che manifestano a seconda del loro operato: una “naturale” se inseriti nell’ecosistema e vi convivono senza stravolgerlo, e una “predatrice” se trattano il pianeta come una risorsa da manipolare a proprio piacimento.

Una forma di anti-umanismo

Questa disamina volutamente esagerata è sempre presente, sebbene in misura attenuata e a seconda dell’individuo in questione, in ogni persona che si rifà agli ideali propri delle angurie, dall’attivista che vuole bandire i combustibili fossili – evitando il prosciugamento delle ricchezze della terra – fino a chi sostiene la necessità di tornare a un modo di vita più primitivo – riparare la relazione con Gaia abbandonando la strumentalizzazione di essa -. Al di là di considerazioni puramente utilitaristiche, che possono essere affrontate attraverso il cosiddetto “ambientalismo di mercato” descritto in un precedente articolo, resta da affrontare l’idea che sia categoricamente sbagliato per lui trasformare la natura per renderla più favorevole e adeguata ai suoi propositi, e che debba essere invece riverita e contemplata da lontano.

Ciò sarebbe vero solo se fosse possibile dimostrare che un pianeta – relativamente – incontaminato sia preferibile rispetto a un rimodellato dalla mano dell’uomo. Il verdetto, in questo caso, non può che essere negativo. La visione offerta dal culto di Gaia si trova in una inconciliabile contraddizione con ciò che l’uomo deve fare per sopravvivere e fiorire. Come ci ricorda Rothbard, l’uomo è unico tra le creature in virtù del fatto che deve necessariamente costruire il proprio mondo, dato che viene al mondo nudo e senza conoscenza, né di sé, né del mondo, né degli strumenti adatti per soddisfare i suoi desideri[2]. Egli utilizza la ragione per comprendere non solo il mondo esterno, ma sé stesso, e operare sull’ambiente che lo circonda in maniera efficace per perseguire i fini che egli seleziona. Un uomo che non interviene nel corso degli eventi e che non plasma la natura secondo i suoi progetti non è, essenzialmente, un uomo. Richiedere che l’umanità si astenga dall’essere sé stessa in nome di un ideale è un’assurdità: la ragione non può negare sé stessa. La forma più pura di ambientalismo si rivela dunque essere un modo di vivere del tutto disumano. Ostinarsi a voler ottenere il mitico “impatto zero” è controproducente, poiché ogni singola azione umana ha un “impatto”, più o meno pronunciato. A meno di estinguerci, è un obiettivo che non verrà mai raggiunto.

Conclusione

Il lettore arguto non potrà aver fatto meno di pensare che, sebbene il modello proposto dagli attivisti sia “innaturale”, è ciò non significa che il mondo naturale non abbia alcun valore. Non staremo forse gettando il bambino con l’acqua sporca? Ovviamente, nulla vieta a vari individui di istituire riserve naturali, qualora reputino importante preservare la bellezza naturale del pianeta, attraverso i meccanismi della proprietà privata; ciò, tuttavia, non significa che la natura abbia un valore intrinseco, da proteggere a tutti i costi. Cercare di difendere una simile posizione richiede argomenti più forti. L’importanza di un bene, come può esserlo una vista esteticamente piacevole, è come tutti gli altri: legato alle valutazioni individuali.


[1] Il lettore è invitato a leggere il suo volume “Envy”: H. Schoeck, Envy, A Theory of Social Behaviour, Indianapolis, Liberty Fund, 1966. È disponibile anche in lingua italiana come “L’invidia e la società”: H. Schoeck, L’invidia e la società, Milano, Rusconi, 1974.

[2] M. Rothbard, The Ethics of Liberty, New York, New York University Press, 1998, pp. 30-31, 49-50.

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