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La politica dell’omertà: una cura di fosforo per certa destra antimafia.

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Checché se ne dica la moda è moda, e riesce sempre a mostrare il suo fascino. Dal 1958, la settimana della moda milanese ci delizia con Gucci, Prada, Dolce&Gabbana. Dal 1943, i newyorkesi ci mostrano Ralph Lauren, Marc Jacobs, Calvin Klein. Dal 1984 Londra ci presenta Dr. Martens, Burberry, Paul Smith. Dal 1973, i parigini emergono con Coco Chanel, Louis Vuitton, Pierre Cardin. Nel dettaglio, però, dal 23 maggio 1992 e dal 19 luglio dello stesso anno, in Italia fa breccia un capo intramontabile, di certo meno dispendioso dei precedenti qui accennati e che – al contrario – non fa che arricchire chi sceglie di indossarlo: è l’abito dell’antimafia, dallo stile “ligio al dovere” e dalla vestibilità “umile e onesta”.

Grazie (si fa per dire) ad una criminalità organizzata con le mani ancora sporche di polvere da sparo, l’Italia degli anni ’90-2000 vede l’immensa diffusione di giuristi da salotto, inchieste mirate, arresti copiosi, giudici, carabinieri, poliziotti bramosi di giustizia, e una società civile sempre più attenta alle tematiche criminali. Il perché risulta alquanto semplice: un boato che sparge cadaveri in brandelli ha più risonanza di una banconota da cinquecento euro che si posa sulla scrivania di un Sottosegretario di Stato; gli spari si sentono, i corpi si vedono, i soldi no. Ed è proprio nel frastuono di quegli anni che i colletti bianchi decidono di acculturarsi un po’, ampliando i propri dizionari. Nella politica del tempo, infatti, spiccano termini prima considerati futili e forse scontati quali “onestà”, “meritevolezza”, “liceità” e “giustizia”; i big della politica devono approfittare del malcontento popolare, del dolore versato e dell’indignazione verso casi eclatanti come “Tangentopoli”. L’abito più adatto per farlo, naturalmente, non può essere che quello sopracitato.

E’ così che, nel 1994, persi per strada i vecchi DC entrano in carreggiata i cavalli di Troia di Forza Italia, con la trombetta della legalità e i cori anti-Cosa Nostra. Peccato, però, che negli anni a venire emergerà un centrodestra interessato sì alla criminalità organizzata, ma non sul fronte del contrasto. Si partirà, difatti, da Silvio Berlusconi indagato per le stragi del ’93 a Georgofili, Roma e Milano, sino al leader della Lega Matteo Salvini e i rispettivi incarichi conferiti nel Conte I. E, nella confusione generale da Coronavirus, passa inosservata la rete di collusi ora sempre più estesa, facilitando quella che è la latitanza del ricercato numero uno in Europa: Matteo Messina Denaro.

Dal 41-bis con furore

Se i mafiosi siciliani avevano qualcosa da temere, questo era il 41-bis, il regime del carcere duro tirato continuamente in ballo dalla giurisprudenza italo-europea. Prima della legge 10 ottobre 1986, la n. 663, i boss di Cosa nostra vivevano infatti in delle case circondariali quasi più servizievoli delle loro stesse ville, tanto da verificarsi – negli anni Settanta – fenomeni come quello noto a Palermo, nel carcere dell’Ucciardone. Questo veniva definito, tra i mafiosi, “Grand Hotel Ucciardone”, poiché il trattamento riservato ai boss era tutt’altro che duro: erano servite, su richiesta, aragoste, veniva versato champagne, gli agenti penitenziari sbattevano il tacco al passaggio dei corleonesi e i medici di ufficio firmavano facilmente certificati falsi in grado di viaggiare frequentemente in ospedale, favorendo dunque contatti con l’esterno. La legge 663 però pose fine a tutto questo, una legge pensata nel dettaglio e strutturata da figure come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e l’ex magistrato Nicolò Amato. Vennero ideate, ad esempio, strutture carcerarie come quelle di Pianosa e l’Asinara, prigioni costruite in isole nel bel mezzo del nulla, con all’interno forze di polizia penitenziaria pressoché incorruttibili e pronte a sorvegliare costantemente, giorno e notte, ogni singola cella e movimento al suo interno; i boss erano rinchiusi in uno spazio 2×2 senza contatto alcuno con l’esterno, avendo solo piccole finestre a tre sbarramenti: il primo di sbarre vere e proprie, il secondo di una rete abbastanza fitta, il terzo fatto da una serie di fasce di ferro o di vetro antiscasso. Il tenore di vita in riferimento al “Grand Hotel Ucciardone” non può che essere diverso.

Ciò fa paura nonché rabbia, tanto che Tommaso Buscetta spiegava agli inquirenti quel senso di frustrazione nato non per la reclusione assoluta, quanto per l’idea di non poter far fede alle promesse poste: “quello che disturba veramente la mafia è non poter adempiere alle promesse fatte ai carcerati. L’uomo d’onore va in carcere sicuro che la sua famiglia starà bene, non passerà la fame. E che la mafia si interesserà al massimo per farlo uscire. Non c’è mai stato un uomo d’onore che avesse temuto qualcosa a questo proposito. Ora non mantenere questi impegni preoccupa la mafia”.

I boss, dunque, iniziano a muoversi rumorosamente, avviando una serie di insurrezioni e proteste. A maggio del ’93, infatti, Nicolò Amato ed Edoardo Fazzioli vennero improvvisamente sostituiti e al loro posto furono nominati il dottor Adalberto Capriotti e, quale suo vice, il dottor Francesco Di Maggio; l’uomo vicino a Falcone e Borsellino, prima a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non c’era più. Ciò portò ad una interrogazione parlamentare posta dal dem Maurizio Turco, ma non ebbe altro che una serie di risposte frettolose e confusionarie. Fatto sta che, con la sostituzione di Amato, si avvia un alleggerimento del 41-bis, arrivando alle sentenze oggi presenti dalla Corte Costituzionale contro l’art. 4-bis primo comma, dalla Corte europea dei diritto dell’uomo e – ancora – dalla stessa Corte Costituzionale a maggio 2020 in seno al divieto legislativo inerente agli scambi di oggetti tra detenuti sottoposti al 41-bis e “appartenenti al medesimo gruppo di socialità”.

Si può pertanto notare come le ombre presenti sul “carcere duro” siano alquanto preoccupanti, specie con il nesso lampante che si ha con il partito di Berlusconi. Durante il suo Governo, il Cavaliere riesce a far approvare in Parlamento una modifica per il 41-bis nel 2002, emergendo però alla stampa quasi come addolorato ma consapevole di aver fatto la cosa giusta: “il 41-bis contiene una filosofia illiberale, ma siamo stati costretti ad adottarlo affinché permanga per tutta la legislatura, perché la gente ha diritto a non avere paura”, diceva Berlusconi ai microfoni. Peccato, però, che di paura bisognava averne eccome. La suddetta modifica comportò una serie di privilegi prima impensabili, tanto che creò scalpore il caso di un detenuto che – sfruttando l’abbraccio con il figlio di 9 anni – provò a far uscire dal carcere un suo pizzino, fortunatamente intercettato dalla polizia penitenziaria. Per di più, tra le varie concessioni poste in essere emerge l’estensione a 4 ore di ora d’aria e la possibilità di socializzare anche con cinque persone alla volta (per intenderci, le passeggiate di Totò Riina in compagnia, famose una volta resi pubblici i filmati, erano prima vietate). Crolla, dunque, uno dei punti presenti in un vecchio post di Forza Italia, di cui il partito andava orgoglioso e che – di tanto in tanto – fa riemergere mediante infografiche sui social:

I detenuti avevano compreso che si stava mettendo mano al 41-bis e, per avere rilievo nelle modifiche, lavoravano minuziosamente a dei messaggi in codice da indirizzare verso i piani del potere. E’ il caso dei condannati per strage che facevano spesso riferimento alle gare di Formula Uno, sempre abbreviata con la sigla ufficiale “F1” e che ricorda la sigla di Forza Italia in “FI” o, come se non bastasse, si rinveniva una mole consistente di lettere che citavano continuamente – ed esclusivamente – il Milan, squadra di calcio della quale Presidente era proprio Silvio Berlusconi e – al tempo – capo del Governo. Più eclatante, invece, è sempre un evento legato al calcio, che si ha il 22 dicembre 2002 quando un boss vicino ai Graviano, nello stadio di Palermo, fa esporre uno striscione durante la partita Palermo-Ascoli riportante “Uniti contro il 41-bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”.

Striscione emerso durante la partita Palermo-Ascoli.

Fatta la legge, la mafia si mostra anche gentile ed educata. Dopo la modifica, infatti, boss come Mariano Agate inviarono una serie di messaggi di ringraziamento all’esterno verso coloro che l’avevano modificata. E oggi, per via di quella serie di semplificazioni, assistiamo a detenuti come Salvatore Pesce che, seppur condannati al 41-bis, possono tornare a casa per poche ore e abbracciare i familiari, salutare i loro cari e avere contatti grazie ad un mero permesso speciale accordato dal magistrato di sorveglianza, il tutto supportato da motivazioni blande come la c.d. “emergenza familiare”.

Il sostegno a Forza Italia

Si sa, a seguito delle inchieste giudiziarie emergono classi sociali di tutti i tipi coinvolte in associazione mafiosa. I più ambiti dai corleonesi, dai camorristi e dagli ‘ndranghetisti sono però i commercialisti, i medici, gli avvocati e – ovviamente – i politici di alto livello. Nel 2006 l’ultimo punto anzidetto emerge in tutto il suo squallore: Cosa nostra, secondo le microspie degli inquirenti, appoggia Forza Italia. In un garage, infatti, i boss di Castelvetrano – tra cui il fratello di Matteo Messina Denaro, Salvatore – commentano il periodo di campagna elettorale dicendo che “sono finiti i tempi dei comunisti”, mostrando un vivo impegno nel voler di nuovo Berlusconi al Governo. Uno dei presenti, sosterrà “le leggi non sono più come una volta… se tornano i comunisti possiamo andarcene da Castelvetrano. Anzi, ce ne possiamo andare dall’Italia se salgono!” e conclude “Prodi… questo babbu! Ci consuma tutti” .

Silvio Berlusconi a sinistra, leader di Forza Italia. A destra, il senatore di Trapani Tonino d’Alì.

La risposta da certa politica arriva subito, ed è quella del senatore trapanese Tonino d’Alì, già Sottosegretario agli Interni dal 2001 al 2006. A cornice di ciò, nei terreni delle saline di Trapani (di cui lui e la famiglia ne sono proprietari) lavoravano i Messina Denaro, come lo stesso Matteo fa emergere nella sua unica dichiarazione che ad oggi rinveniamo, ovverosia un verbale della Questura di Trapani datato 30 giugno 1988. D’Alì, per i giudici, è stato responsabile di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1991, ma il reato è stato prescritto. Successivamente, ai fatti del ’92, è stato assolta con l’ex formula dell’insufficienza di prove. Ciononostante, d’Alì è ritenuto ancora oggi “socialmente pericoloso”, quantomeno dalla procura di Palermo. I giudici, infatti, sostengono che d’Alì abbia “mostrato di essere a disposizione dell’associazione mafiosa Cosa nostra e di agire nell’interesse dei capi storici, come il latitante Matteo Messina Denaro e Salvatore Riina. E’ evidente come d’Alì abbia utilizzato la funzione di senatore al fine di soddisfare gli interessi del sodalizio e che sia stato riconosciuto come un soggetto a disposizione di Cosa nostra e in particolare vicino a Messina Denaro”. D’Alì, pertanto, avrebbe ricevuto il sostengo elettorale dalla mafia sia nel 1994 che nel 2001.

Non solo FI, ma anche la Lega di Salvini e il Conte I

La mafia, oramai è superfluo sottolinearlo, non si occupa più di stragi ed omicidi – quantomeno all’apparenza – ma orienta i suoi interessi adattandosi allo sviluppo della società e alle esigenze di una popolazione all’avanguardia. La mafia, dunque, è diventata una vera e propria impresaria, interessandosi specie di energia sostenibile e tutto quel mondo che oggi è in auge, in grado di generare gare d’appalto e profitti consistenti. E’ il caso dell’eolico, dei “pali della luce” definiti dall’anziano Riina, quasi con tono dispregiativo in quanto visti come una perdita di tempo. I “pali” non sono altro che le pale eoliche che, negli anni 2000, hanno sovrastato i territori siciliani, soprattutto nel trapanese. Dietro c’è la mano di Matteo Messina Denaro, davanti quella di Vito Nicastri, originario di Alcamo e imprenditore condannato a 9 anni nell’ottobre 2019 per concorso esterno in associazione mafiosa. Nicastri, in parole molto povere, era l’uomo che materialmente si occupava di gareggiare, acquisire e piazzare le pale eoliche, girando quanto ricavato a Messina Denaro.

In alto, Vito Nicastri.

Nicastri ha un curriculum giudiziario da fare invidia e, per ovvi motivi, non può più apparire in prima persona. Ha bisogno di un aiuto, un aiuto possibilmente da Roma, e si rifà a Paolo Arata, vecchio deputato in Forza Italia e che, dal 2015, rientra al fianco della Lega di Salvini, spostandosi dall’originaria Liguria e arrivando in Sicilia. Le parole di Arata sono subito forti: in un’intercettazione si definisce, con Nicastri, “socio al cinquanta e cinquanta”. Più chiaro di così non si può. Ma non finisce qui.

Alla Lega di Matteo Salvini l’eolico piace, più però la figura di Arata che – sempre con vivo rapporto con Nicastri – il 16 luglio 2017 terrà un discorso a Piacenza a riguardo, sostenendo di dover “mettere i nostri uomini nei posti giusti”, il tutto accompagnato dai simboli di partito.

Paolo Arata durante il convegno di luglio 2017 a Piacenza.

Caso vuole, si fa per dire, che Paolo Arata sarà proprio colui che si occuperà di stendere la nota sull’energia all’interno del programma della Lega. Più avanti, Salvini lo nominerà presidente dell’Authority sull’Energia.

Gli uomini “al posto giusto”

Matteo Salvini, attuale segretario della Lega, a sinistra. Armando Siri a destra.

Questo non si può negare e, ad onor del vero, Paolo Arata ha fatto fede ai patti. Gli “uomini al posto giusto” li ha messi, anzi, “l’uomo”. Arata, difatti, sembra aver avuto un ruolo rilevante nella nomina del senatore leghista Armando Siri a Sottosegretario alle Infrastrutture nel primo Governo Conte. Siri, per intenderci, è la mente pensante delle pratiche economiche della Lega, quali la famosa flat tax che, nelle previsioni leghiste, riuscirebbe a risollevare l’economia italiana. Ad addolcire il curriculum di Siri ci pensa sempre il Capitano, che lo nomina responsabile della Scuola di formazione politica della Lega. I microfoni degli investigatori, però, sono attivi e percepiscono un’intercettazione ambientale in casa di Paolo Arata il quale, il 23 maggio 2018, parlando con il figlio Francesco dirà che “grazie a Siri avremmo la possibilità di far inserire nel prossimo decreto sulle fonti rinnovabili norme di favore nei confronti degli investimenti siciliani” di cui, ricordiamo, Arata e Nicastri erano soci al cinquanta. Secondo la DIA, “il senatore Siri provava ad inserire i provvedimenti a favore di Arata dapprima nel provvedimento mille proroghe, poi nella legge di Stabilità ed infine nella legge di conversione del decreto semplificazione, non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà”.

Nel mentre, la scalata degli “uomini al posto giusto” continua e, passando il tempo, il leghista Giancarlo Giorgetti diverrà Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Giorgetti, troverà anche un posto per un altro figlio di Paolo Arata, Federico, al Dipartimento programmazione economica di Palazzo Chigi, nominato come “esperto”. La notizia crea scalpore negli alleati di Governo, il Movimento 5 Stelle, i quali chiedono spiegazioni durante un’interrogazione parlamentare, ricevendo però una delle solite risposte da palco da parte del leader della Lega, che dirà “noi non rispondiamo a polemiche e insulti. Federico Arata è persona preparata”.

Procedono, però, le indagini, e il giudice di custodia cautelare – parlando di Nicastri – fornirà importanti affermazioni sulla figura di Arata: “Nicastri, attraverso il prestanome Arata, interessava una fitta rete di relazioni con dirigenti e politici regionali al fine di ottenere corsie preferenziali e trattamenti di favore nel rilascio di autorizzazioni e concessioni necessarie per operare nel settore” e aggiunge “Nicastri ha potuto fare affidamento sulla importante rete di rapporti istituzionali facente capo a Paolo Arata, il quale ha fatto tesoro della sua militanza politica in Forza Italia”. Arata, a furia di frequentare certi ambienti, manteneva però quel garbo – anche qui si fa per dire – nel riconoscere l’operato di un socio. Nel 2018, infatti, sempre da un’intercettazione con il figlio Francesco, emerge la volontà di Arata senior nel voler ringraziare Siri per l’impegno mostrato negli affari siciliani sull’eolico, fornendo una mazzetta da trentamila euro. Di ciò se ne sono occupati i magistrati Paolo Ielo e Mario Palazzi, indagandolo per corruzione e costringendo il leghista a dimettersi dal ruolo di Sottosegretario; non si sa, tuttavia, se quei soldi fossero stati effettivamente consegnati al diretto interessato. Sappiamo, però, che Armando Siri – nonostante le dimissioni – ha continuato ad essere fisicamente al fianco di Matteo Salvini durante i vertici in Viminale.

La fuga di Salvini

Il Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra.

Quanto detto non poteva che riportare delle conseguenze sotto un punto di vista mediatico e politico e, di seguito, l’attenzione sul rapporto Nicastri-Arata-Siri ha interessato il Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra (M5S) che, a giugno 2019, provò a convocare l’allora Ministro Salvini per ricevere chiarimenti su come poter spiegare “questa prossimità alla Lega e a un Sottosegretario di Stato di un soggetto imprenditorialmente legato ad un personaggio riconducibile, lo dicono gli inquirenti, a Matteo Messina Denaro”. Morra rincara la dose e “sembra paradossale che il ministro degli Interni che è titolare dell’azione a contrasto delle mafie, e che quindi ha come suo obiettivo far terminare la latitanza di Matteo Messina Denaro, poi di fatto senza probabilmente rendersene conto, ma questo è lo stesso grave, permetta ad un uomo che finanzia la latitanza di Messina Denaro di fare con lo Stato soldi”. Matteo Salvini, però, non si è mai recato in Commissione a tal proposito, preferendo i selfie sulla ruspa per abbattere la villa dei Casamonica (attività alla quale, il Capitano, ha contribuito ben poco).

Se ne occuperà, invece, il suo successore, Luciana Lamorgese che, primariamente, si recherà proprio in Commissione antimafia collaborando con Morra il quale attesta di aver avuto “grazie al ministro Lamorgese un quadro ampio e dettagliato non solo sulle criticità ma anche sui risultati raggiunti che possono e devono essere patrimonio comune del Paese. Si avverte non solo competenza, ma anche una forte centralità della lotta alle mafie”. E sempre Salvini, dal canto suo, risponde con un tweet ai limiti del ridicolo: “chi accosta la Lega alla mafia deve sciacquarsi la bocca”.

Conclusioni

Appare dunque evidente come, nello scenario politico attuale, sia in vigore quella che definirei una “politica dell’omertà”, una politica che ha perso ogni suo fondamento ideologico e che non fa altro che marciare su tematiche di distrazione, sull’immigrato che sbarca sulle spiagge, sulla fila per i vaccini o sugli errori di grafia nelle targhe di Roma. Ci avviciniamo sempre più ad una politica lontana, invece, da quella che è una tematica troppo spesso costitutiva della stessa politica, quale quella della criminalità organizzata, alla base di ogni rapporto economico, sociale e – dunque – politico. Appare, però, necessario a tal proposito ricordare chi abbiamo davanti, fare tesoro di scritti in grado di certificarci e mantenere ben presente da che parte stare perché, ora come ora, non c’è nessuno particolarmente attivo nella lotta alle mafie e, qualora vi fosse, non lo sarebbe di certo il centrodestra attuale, con motivazioni ben riportate nel seguente articolo. Pertanto, si vada oltre la politica del tweet e si prenda atto di chi si vota, specie se – tra gli obiettivi del votante – vi è quello di avere un’Italia più giusta e capace di rendere onore agli uomini che, per alti valori, hanno perso la vita per una battaglia che oggi – più che mai – non sembra trovare risonanza.

Fonti

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