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La storia della città dell’Aquila – 2

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Dopo il primo articolo, ecco il secondo sulla storia della città dell’Aquila. Oggi vedremo insieme il periodo che va dalla fine del Quattrocento all’Ottocento.

Panorama della città

I terremoti del Quattrocento

«(…) allo stato funesto della Città rovinata in tante parti, e guaste in tutte le altre, talché la quarta parte di essa restò adeguata al suolo, e le altre tre rotte, e lesionate, si aggiunse il non meno funesto del contado.

In esso fu il danno ineguale giacché ne toccò il maggiore ai castelli di Sant’Eusanio, di Castelnuovo, di Onda, e del Poggio presso Picenza. (…) Eguali furono i danni di Castelnuovo divenuto un mucchio di sassi (…) »

Anton Ludovico Antinori, Annales

Nel XIV secolo la città non fu esente dai terremoti. Il 3 aprile 1398 un’intensa ma breve scossa causò lievi danni. Lo stesso accadde nel 1423 e nel 1456. Durante quest’ultimo sisma vennero distrutte quasi totalmente le città di Carsoli e Castel di Sangro. Aquila venne colpita in modo marginale, anche se registrò dei danni.

Uno dei 3 sismi di maggiore intensità della storia cittadina si verificò invece il 26 novembre 1461. La magnitudo stimata è di 6.4 della scala Richter e l’intensità pari al X grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Successivamente alla scossa principale, seguirono molte scosse di assestamento per circa due mesi. I centri maggiormente colpiti furono Sant’Eusanio, Onna, Castelnuovo e Poggio Picenze.

Il Cinquecento e il Seicento

Fonte: Il Capoluogo d'Abruzzo
(Immagine posteriore al terremoto del 2009)
Castello Cinquecentesco (o Forte spagnolo)

Il governo spagnolo

Nel 1503 gli spagnoli conquistarono il Regno di Napoli ponendovi a capo un viceré di loro fiducia e occupando i posti di comando. Ludovico Franchi divenne Signore della Città dell’Aquila. Questo passò segnò il definitivo tramonto dell’autonomia cittadina e contribuì alla decadenza della città, fino ad allora una delle più fiorenti del Regno.

Franchi confiscò beni alle famiglie nobili dei Camponeschi e dei Gaglioffi e il clima di pace durò qualche decennio. Nel 1521 fu nominato commissario regio Ludovico Montalto, che ispezionò i metodi con i quali si eleggevano i membri della Camera del Consiglio. Questo era eletto tramite plebiscito, e Montalto decise di sopprimerlo in favore di una sua nomina personale, andando ad equiparare il sistema cittadino a quello delle altre città del regno sotto la corona spagnola, eliminando l’autonomia.

La guerra contro Carlo V

Gli aquilani approfittarono dello scontro tra Carlo V e Francesco I di Francia, nelle persone dei figli di Ludovico Franchi. Nella speranza di riconquistare l’autonomia perduta, gli aquilani si unirono alla lega antispagnola capeggiata dai francesi. Aquila venne occupata militarmente dal viceré Filiberto d’Orange e fu saccheggiata e costretta a versare nelle casse spagnole una tassa salata.

La rivolta del 1527 a favore dei francesi si dimostrò un abile pretesto degli spagnoli per condannare la città a sostenere totalmente le spese della costruzione di un nuovo castello. Questò costò l’ingentissima somma di 100.000 ducati annui e bisognava di un enorme spazio e comportò la distruzione di un intero quartiere. Nelle intenzioni del viceré Pedro de Toledo, il Forte doveva assolvere una duplice funzione: quella di castello difensivo nell’estremo confine settentrionale del regno di Carlo V e quella di punto di controllo per il traffico della lana lungo l’asse che collegava Napoli a Firenze. Sulla porta del Castello fu riportata la scritta “Ad reprimendam audaciam aquilanorum”, come ammonimento agli aquilani rispetto a future ribellioni,

Gli aquilani però cercarono di riparare alla sventura inviando da Carlo V il sindaco Mariangelo Accursio, con la proposta di pagare 90.000 ducati per una reintegra dei privilegi storici. Il sovrano rimise la vicenda al viceré, che il 15 marzo 1542, dopo una lunga controversia, stabilì la reintegrazione dei beni.

Il governo di Margherita d’Austria

« Intanto Margarita d’Austria che da tempo aveva cercato dal re suo fratello la città dell’Aquila per sua dimora la ottenne in quest’anno [1572];

fatta governatrice perpetua di essa sgregando il Re la città dal Governo del Preside d’Abruzzi, riservate le terze cause e le seconde appellazioni alla gran corte della Vicaria, concedette alla Governatrice le prime e le seconde cause per tutto il tempo della vita di lei. »

Anton Ludovico Antinori, Annales
Fonte: Tripadvisor
(Immagine posteriore al terremoto del 2009)
Palazzo Margherita (ex Palazzo del Capitano)

La figlia di Carlo V, Margherita d’Austria, donò alla città nuova importanza alla fine del Cinquecento. La sovrana, già governatrice dei Paesi Bassi, fece ritorno in Italia nel 1568 per dedicarsi all’amministrazione dei feudi abruzzesi del Regno dimostrando notevoli capacità, dando impulso all’economia locale e alla cultura. Proprio per questo, al suo primo ingresso ad Aquila nel maggio del 1569, fu accolta con piacere dalla cittadinanza.

4 anni dopo, Margherita si sistemò ufficialmente in città, una volta ottenuto dal fratello Filippo II il governo di Aquila. La Madama, come si faceva chiamare, trovò dimora nel Palazzo del Capitano. Il Palazzo, oggi intitolato a lei, durante la sua presenza venne sottoposto ad un restauro che lo portò a diventare un prestigioso palazzo rinascimentale. Furono i grandi ricevimenti, le opere urbanistiche e le innovazioni di tipo economico durante il suo governo donarano alla città una caratteristica atmosfera cortigiana. La “corte aquilana” si riuniva nel Palazzo, dove Margherita chiamò vari ufficiali come il notaio Bernardino Porzio, diversi nobili e uomini di chiesa.

Nel 1583 Margherita si interessò al feudo marittimo di Ortona, dove costruirà il suo Palazzo Farnese e tracciò un cordone commerciale con Sulmona ed Aquila. Con la morte di Margherita nel 1586 ad Ortona, si concluse il periodo in cui Aquila ebbe modo di farsi conoscere a livello europeo come luogo d’arte e di cultura.

Fonte: Wikipedia
Mappa della città di Fonticulano

La crisi delle Arti e la peste del 1656

Nel 1664 cessò di esistere la Compagnia della Lana, una delle Arti (ovvero delle Corporazioni) più antiche della città. Ciò avvenne per via di una crisi irreversibile e per l’incapacità della città di stare al passo con le grandi produzioni che ora non riguardavano più solo l’ambito di Napoli, ma anche tutta Europa. Benché il settore della Lana non fosse morto ma semplicemente ridimensionato, la produzione continuò a sopravvivere fino ad oggi. Con il fallimento della Compagnia della Lana, tutte le altre Arti persero di importanza e decaddero.

Nel 1656  la città fu colpita dalla peste nera. Per contrastare la peste furono istituiti dei lazzaretti speciali extra moenia ma anche intra moenia (a Borgo Rivera, l’ospedale Buonfratelli). Dopo l’epidemia la città si risollevò non più seguendo il sistema delle Arti, ormai scomparse, ma con una politica sempre più influenzata dal fiorire di varie confraternite religiose.

Il Settecento

Fonte: santamariadelsuffragio.it
Interno della cupola della chiesa di Santa Maria del Suffragio (o delle Anime Sante), edificata a ricordo delle vittime del sisma del 1703

Il terremoto del 1703

Ad osteggiare la ripresa politica ed economica della città furono, ancora una volta, i sismi. Quello del 1703, conosciuto come il Grande Terremoto è il sisma di maggiore gravità della storia cittadina. La prima scossa si verificò il 14 ottobre 1702 ma la maggiore venne registrata il 2 febbraio del 1703, giorno della Candelora, con una magnitudo 6,7 e danni ingentissimi. Aquila venne completamente rasa al suolo, con quasi tutte le chiese e gli edifici pubblici crollati o gravemente danneggiati. Si stima che nelle varie scosse che colpirono la città quell’anno siano morte in tutto oltre 6.000 persone. 

Il terremoto del 1703 fu, però, l’occasione per attuare alcuni interventi edilizi ed urbanistici che stavano prendendo piede in molte città europee. Dalle macerie nacque una nuova città fatta da costruzioni imponenti e ricca di decorazioni e ornamenti che consacreranno anche ad Aquila il nuovo stile barocco, integrato agli stili preesistenti. Sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle famiglie aquilane, mentre molte tra le principali chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto. La stessa Basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche, successivamente eliminate nel restauro del 1972. La ricostruzione durò mezzo secolo. I cambiamenti riguardarono anche la vita sociale ed economica di Aquila, che venne ripopolata grazie soprattutto all’immigrazione dal contado. Il terremoto, infatti, favorì il trasferimento delle famiglie più povere dalla campagna alla città.

L’occupazione francese

La pace di Vienna del 1738 pose fine alla dominazione austriaca seguita alla spagnola e sul finire del secolo il Regno di Napoli venne invaso dai francesi. Questi nel 1798 giunsero in Sabina e penetrarono negli Abruzzi, giungendo ad Aquila a fine anno. Le campane della città suonarono in allarme nel momento in cui i francesi arrivarono a Cittareale e la popolazione chiamata alle armi si riunì in Piazza Maggiore: il patrizio Giovanni Pica, il Marchese de Torres e il barone Francesco Rivera convocarono il parlamento per istituire un corpo civico di guardia con a capo Gaspare Antoniani.

Questo corpo ebbe il primo scontro con i francesi il 9 dicembre 1798 a Borghetto (oggi Borgo Velino). Tuttavia l’inesperienza militare delle masse non riuscì a frenare a lungo le truppe, che giunsero sotto le mura il 16 dicembre mandando un emissario ad intimare la resa. Il generale Lemoine attese 5 ore la risposta negativa della città, e al calare della notte, gli aquilani iniziarono a sparare contro l’esercito dalle finestre, dalle torri dei campanili, e dai cannoni del Castello. Nonostante gli sforzi, la città fu occupata militarmente, mentre il grosso dell’esercito scendeva a Sulmona. I due generali borbonici Tschoudi e de Gambis si rifugiarono nel Forte, mentre l’esercito francese saccheggiò il possibile. Gli abruzzesi allora si avvalsero dei corni dei pastori, e il 24 gennaio 1799 il generale Championnet in una lettera definiva questi “lazzaroni” come “eroi”.

L’Ottocento

I portici del Corso Vittorio Emanuele in una foto antica

Il Risorgimento

Benché negli anni ’20 dell’800 in Abruzzo ci siano state cellule della “carboneria” e moti mazziniani capeggiati da Clemente De Caesaris a Penne nel 1827, o incontri segreti a Chieti o a Vasto, la nobiltà e l’amministrazione aquilane accettarono sempre di più, senza opporre resistenza, gli eventi politici di Napoli. Nel 1833, come a Penne, ci fu un tentativo di sollevazione armata popolare capeggiato dal patrizio Luigi Falconi, immediatamente soffocato.

Nel 1841 circolava un giornale detto “Riforma della Giovine Italia”, ispirato ai principi di Mazzini. Dopo quell’anno, si costituì una coalizione di gentiluomini quali Giacomo Dragonetti, Giuseppe Cappa e Pietro Marelli, che più che il desiderio di riunire l’Italia, intendevano modificare delle riforme come l’abolizione dei pesi fiscali o la diminuzione del prezzo del sale.

Nel 1848 fu mandato in città l’intendente Mariano d’Ayala, accolto festosamente dai cittadini al grido di “Viva il Re! Abbasso la costituzione!”. Il commissario d’Ayala garantì un breve periodo di pace nel clima politico cittadino, fino al 27 maggio, quando il Ministro degli Interni Bozzelli inviò al commissario un dispaccio con l’ordine di rieleggere i deputati del Municipio. D’Ayala si ribellò, volendo egli stesso assumere il comando del governo, e chiamò a raccolta alcuni nobili che aspiravano alla carica di deputati, ma il tutto finì con la repressione dell’esercito borbonico.

Durante il Risorgimento gli aquilani parteciparono attivamente ai moti rivoluzionari sotto la guida di Pietro Marrelli, che il 20 novembre 1860 ospitò in città Giuseppe Mazzini in persona. Aquila, per la sua posizione di frontiera, rivestì un’importanza strategica notevole per le rivendicazioni unitarie e venne definita, dallo stesso Mazzini “nostro punto vitale”.

Dopo l’Unità d’Italia

Le conseguenze dell’Unità d’Italia sono molteplici. La città fino ad allora costituiva un’eccezione all’interno del Regno di Napoli, sia per la sua posizione “settentrionale”, sia per il suo rapporto diretto con la città eterna. Nonostante la nuova centralità all’interno del Regno d’Italia e l’accentuarsi del rapporto con Roma, Aquila degli Abruzzi (come si chiamò in quel periodo) si trovò ben presto a fare i conti con gli svantaggi di un isolamento culturale, sociale e morfologico. Un ulteriore colpo alle ambizioni della città e alle sue possibilità di sviluppo venne poi inflitto dalla scelta del tracciato ferroviario tra Roma e l’Adriatico che tagliò fuori il capoluogo dalla rete delle grandi comunicazioni nazionali.

Ciononostante Aquila riuscì a raccogliere gli aspetti positivi derivanti dalla nuova stabilità politica e, a cavallo tra Ottocento e Novecento, vennero realizzate in città grandi opere urbanistiche che ne modernizzarono l’aspetto. Tra le zone interessate c’è sicuramente l’area meridionale della città, con la creazione della Villa comunale e la costruzione del Palazzo dell’Emiciclo (o dell’Esposizione, sede attuale del Consiglio regionale).

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