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L’Apollo medievale: Amori e Solitudini di Francesco Petrarca

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In questo articolo tentiamo di gettare un occhio critico su due importanti sonetti del Canzoniere di Francesco Petrarca. Senza trascurare la traditio interpretativa ormai consolidata, ad ogni lettura delle poesie di Petrarca ci si rende conto della ricchezza del messaggio che il poeta ci ha lasciato. Mettendo un sonetto alla luce dell’interpretazione dell’altro ed indagando tra i riferimenti alla letteratura precedente, cerchiamo di approfondire la condizione dell’autore e il valore che egli assegna alle parole che sceglie.

Solo et pensoso i più deserti campi… nel manoscritto Vaticano Latino 3195 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Il manoscritto, in parte autografo, è completamente digitalizzato e consultabile online.

Solo et pensoso i più deserti campi

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.                    

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Solo e pensieroso sui campi più deserti vago a passi sostenuti e lenti, e con gli occhi scorgo i luoghi in cui sia passato qualche uomo lasciando le orme, per fuggire. 

Altro riparo non trovo che mi protegga dal rendermi manifesto all’attenzione delle persone,  dal momento che nei miei atti privi di allegria si esplica al di fuori come dentro io arda (d’amore).

Così che io ormai credo che né monti, né spiagge, né fiumi e né selve sappiano in che stato si trovi la mia vita, che è celata ad altri.

Eppure non riesco a cercare vie tanto aspre e selvagge che Amore non venga in ogni momento a parlare con me come io faccio con lui. 

Solo et pensoso” vaga il poeta con il lento passo di chi, sepolto nei meandri più reconditi del suo cuore, cova un amore che lo  logora quasi fosse una lima. L’ incedere grave è reso ritmicamente dai versi che procedono con una cadenza lenta, che invita il lettore a leggere  “mesurando” il cammino dello stesso poeta, i suoi “deserti campi”. Essi ci presentano un paesaggio diverso da quello che il Petrarca dipinge di sovente come “locus amoenus”. Questo è, infatti, sempre seme della speranza che germoglia nel mondo esteriore, comunque sempre in contrasto con i lugubri luoghi dell’animo dell’autore.  Cosa dunque può fare il poeta, capace di spinte passionali titaniche, oltre quanto l’uomo comune possa concepire? Chiaramente fuggire dallo scherno, dal vilipendio e dalla sconsolata incomprensione, andando alla ricerca di luoghi appartati, portando gli occhi per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi.  Egli varca i luoghi dove l’umano non ha volontà di andare: sono i sentieri delle fiamme eteree di Eros, che tengono nel crogiolo del dolore il poeta in modo da portarlo a plasmare le sue passioni con l’arte, che fiorisce come una rosa fra le spine.

Scritto verso il 16 novembre 1337, il testo, tra i più noti del poeta, esprime la vittoria dell’accidia già fortemente condannata da Agostino nel Secretum (libro II). Questa malattia viene stigmatizzata dal santo di Ippona come agritudo, come una vera e propria furia dissennata, un furor amoris che come un esercito assale il poeta il quale è costretto ad una triste e disperata ritirata, conscio che niente può contro la forza smisurata di questo sentimento. Deve dunque fuggire il consorzio umano: ecco i segni della malattia che già Agostino individua in tristis […] amor solitudinis atque hominum fuga (Santagata, Mondadori pag 191).  Nonostante la travolgente passionalità Petrarca riesce comunque a filtrate attraverso forme classicheggianti la sua passione, ed è quindi evidente la ripresa di Properzio “Haec certe loca et taciturna querenti / et vacuum Zephyri possidet aura nemus. / Hic licet occultos proferre impune dolores” (Questi luoghi di certo deserti e silenziosi per chi si lamenta e l’aria di Zefiro dominano il bosco vuoto. Qui è permesso manifestare impunemente i dolori occulti. I, 18, 1-3). Inoltre è interessante osservare come le due quartine abbiano delle rime comuni alla canzone 71 del Canzoniere, versi 33-37 (scampi-avampi-campi); e come sempre nella medesima canzone si abbia un esternarsi dei sentimenti nella natura, testimone dei mali del poeta. Nel sonetto si capisce come i luoghi naturali siano consci delle sofferenze dell’Io lirico (“sì ch’io mi credo omai che monti et piagge / et fiumi et selve sappian di che tempre / sia la mia vita, ch’è celata altrui”) e che dunque possano addirittura essere chiamati a testimoni nella canzone 71: Oh poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi, / o testimon della mia vita, / quante volte m’udiste chiamar morte!”. Tutto questo accosta l’esperienza del poeta medievale a quella dell’uomo classico, il Bellerofonte omerico, come messo in evidenza da tutti i critici. Questi, noto al poeta attraverso Cicerone (Tusc.III 26,63), diviene il riflesso classico del Petrarca che vaga tapinando senza trovare però alcun rimedio al suo dolore: Amore è sempre pronto a tormentarlo (“Ma pur sì aspre vie né sì selvagge / cercar non so ch’Amor non venga sempre / ragionando con meco, et io co·llui.”). Non gli resta che vivere dunque, senza tregua da parte di Amore – che con iniziale maiuscola viene personalizzato attraverso prosopopea – come Bellerofonte “che vagava misero rattristandosi in campi estranei rodendosi il cuore ed evitando le vesigia degli uomini” (“qui miser in campis maerens alienis ipse suum cor edens, hominum vestigia vitans” [Cic. Tusc.III,26,63 ripreso in  Secr.III] ).

Quando io movo i sospiri a chiamar voi , sempre dal codice Vaticano Latino 3195

Quando i movo i sospiri a chiamar voi…

Quando io movo i sospiri a chiamar voi,
e ‘l nome che nel cor mi scrisse Amore,
laudando s’incomincia udir di fore
il suon de’ primi dolci accenti suoi.
 
Vostro stato real, che ‘ncontro poi,
raddoppia a l’alta impresa il mio valore;
ma: taci, grida il fin, ché farle honore
è d’altri homeri soma che da’ tuoi.
 
Cosí laudare et reverire insegna
la voce stessa, pur ch’altri vi chiami,
o d’ogni reverenza et d’onor degna:
 
se non che forse Apollo si disdegna
ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami
lingua mortal presumptüosa vegna.

Quando emetto il mio respiro per chiamare Voi e il nome che Amore mi scrisse nel cuore, nell’atto del lodare (Laudando) si inizia a sentire il suono dei suoi primi dolci accenti.

La vostra essenza reale (Real) che incontro subito dopo raddoppia la mia forza impegnata nel compito (di lodare, o di pronunciare il nome, o entrambe le imprese contemporaneamente); tuttavia la fine (della parola) grida taci (Taci), poiché farle onore è compito di spalle diverse dalle tue.

Così la parola stessa insegna il rendere lode e onori (Laudare et Reverire) alla sola sua pronuncia. O donna degna di ogni rispetto e di ogni onore:

a meno che forse Apollo si offenda per il fatto che un poeta tenti presuntuosamente di parlare dei suoi rami d’alloro sempreverdi.

Le parole di questo sonetto ci portano tra le pagine iniziali del racconto lirico del Canzoniere. Con i primi quattro sonetti Petrarca ha svolto il proemio dell’intera opera (Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono), successivamente ha introdotto il tema dell’innamoramento per la donna amata e ne ha elogiato il luogo natale. Un compito ugualmente importante è affidato a questa poesia, in cui per la prima volta viene introdotto il nome della donna: Laura (o meglio, lau-re-ta/lau-re-a). Con un intelligente ed originale gioco di parole, il poeta introduce solennemente Laura al lettore, facendogli scoprire gradualmente il suo nome, spiegandone ogni parte e ripetendolo due volte tramite escamotages diversi, proprio come un maestro farebbe con un allievo a cui si vuole insegnare un concetto fondamentale. La parola Laura ci viene presentata come un reperto prezioso, capace di mettere in atto una lode smisurata nella sola impresa della pronuncia.

Il potere immenso della parola è conferito anche in virtù dell’allusione al mito di Apollo e Dafne, reso esplicito nell’ultima terzina. Del mito il racconto più autorevole è, ad oggi, sicuramente nelle Metamorfosi di Ovidio. Il dio Apollo, per opera di Cupido, si innamora follemente di una giovane e bella ninfa, Dafne, vincolata dalla verginità. Essa, per sfuggire dalle brame del dio, prima tenta di scappare e poi si tramuta in albero, più precisamente in alloro. Allora Apollo decide che a lui sarà sacra la pianta dell’alloro: “Poiché non puoi essere la mia coniuge, sarai certamente il mio albero. Di te si orneranno, o alloro, la mia chioma, la mia cetra, la mia faretra”. La sacralità del lauro è causata quindi dalla bellezza, unico resto di Dafne mutata.

Il nome, ed insieme ad esso l’intera figura di Laura, racchiude quindi molteplici convinzioni ed allusioni ideologiche. Da una parte Laura è soffio, è vento di un amore inafferrabile e desiderato, è aura. Dall’altra, Laura rappresenta il tentativo di raggiungere la corona d’alloro, simbolo sempreverde di una raggiunta fama poetica.

Un dettaglio della meravigliosa scultura Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini, scolpita tra 1622 e 1625 (Arte Svelata)

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