Cultura

L’Armenia che resiste

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Sulla sponda sinistra del fiume Tartar, nella regione di Shahumina -estremo nord della Repubblica armena dell’Artsah o Nagorno Karabakh-, sorge, dall’anno 1300, per volontà della principessa Arzu Khatun moglie del principe Vakhtang, il Monastero di Dadivank (Դադիվանք nella bella grafia armena) che, avamposto d’Occidente, è oggi minacciato dall’avanzata del nemico -dell’arte, della tradizione e di tutto ciò che non gli appartiene- azero.

L’armistizio che la Repubblica Armena si è trovata costretta a ratificare lunedì 9 novembre le ha imposto, tra gli altri obblighi, la rinuncia -formale- a ogni forma di sostegno alla Repubblica armena -non riconosciuta a livello internazionale- dell’Artsah (di cui qui è raccontata la storia) aprendo di conseguenza le porte dell’enclave di etnia e cultura armena del Nagorno Karabakh all’invasione azera.

Se i cuori dei cittadini e dei governi del mondo occidentale, che, con le sole eccezioni di Russia e Stati Uniti, non hanno ritenuto opportuno né esprimere la propria solidarietà né intervenire militarmente al fianco della Repubblica Armena, sono stati “sciolti” solo in questi giorni dalle immagini di chi, costretto ad abbandonare la propria casa, la propria terra nativa e i propri averi -insomma quell’insieme di cose che in tedesco definiremmo Heimat, “piccola patria”- a un popolo che ha scelto -ormai molto tempo fa- di essergli nemico, ha -comprensibilmente- preferito dare fuoco ad abitazioni, beni e campi; il mio cuore, così come quello di chi ha scelto -anche e soprattutto in proporzione al proprio quotidiano- di consacrare la propria vita a un ideale -concreto e non astratto, nobile e non ideologico- o, ancora meglio, di consentire a un ideale di consacrare la propria vita, è stato toccato e mosso anche soprattutto dalla storia di padre Hovhannes.

Padre Ter Hovannes, ministro della Chiesa Cristiana Apostolica Armena -la più antica chiesa cristiana nazionale del mondo, oggi di credo ortodosso e però, grazie al lavoro di Papa Giovanni Paolo II, tornata recentemente in comunione parziale con la Chiesa Cattolica-, priore del Monastero di Dadivank ha deciso, insieme ad altri che lo hanno raggiunto, di non sottrassi alla propria missione evangelizzatrice e di non rendersi complice -attraverso la fuga- della profanazione della casa di Dio mettendo in gioco tutto, nella straordinarietà del suo quotidiano, per l’ideale -la certezza- a cui ha consacrato e dà cui è stata consacrata la sua vita.

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