Attualità

L’arroganza del Recovery plan e dei suoi fautori

4 Mins read

Uno dei temi politici più evergreen è la capacità della politica di intervenire con decisione nella società per porre rimedio a una carenza percepita in seno alla società. Da regolamentazioni ambientali a provvedimenti sanitari, come illustra la situazione in cui il paese si trova in questo momento, una buona fetta dei partecipanti al dialogo accorda un ruolo al governo centrale. Gli argomenti sono molti: il governo centrale ha una visione d’insieme più ampia, può intervenire senza favoritismi o lasciarsi guidare dall’impeto del momento, ha più risorse a disposizione, può imporre una disciplina uniforme, può fornire un contesto che permette alle parti di coordinarsi efficacemente, e indirizza l’intera compagine sociale verso un bene comune. Il più recente dei compiti affidatogli è quello di guidare il paese nella fase della “ricostruzione”, per minimizzare i danni derivanti dal disastro economico cui siamo stati sottoposti.

Una fantasia senza fondamenti

                Se anche l’immagine dello stato dipinta nei trattati di politica ed economia può indurre il lettore a credere che il governo centrale possa ricoprire proficuamente uno specifico ruolo, la realtà dei fatti, com’è suo solito, infrange spietatamente ogni aspettativa. Pressoché l’intero primo mondo è stato sprofondato in un abisso di povertà, desolazione e incertezza che nessuno, fino a pochi mesi fa, sarebbe stato in grado di immaginare. Il governo è riuscito ad annientare innumerevoli piccole e medie imprese, favorendo, direttamente o indirettamente, le grandi compagnie, che acquistano una posizione sempre più dominante. In condizioni normali, ciò non sarebbe un grande problema, ma lo diventa nel momento in cui il comportamento dei consumatori è artificialmente dirottato verso alternative che, in assenza di varie limitazioni, sarebbero scartate a favore di altre.

                Lo stato si trova dunque nella situazione di dover porre rimedio a un problema di sua creazione, e non sta riscuotendo molto successo:i tentativi di arginare i danni causati dall’arresto forzato di gran parte dell’attività economica del paese non si sono rivelati all’altezza delle aspettative, con parecchie organizzazioni di categoria che hanno espresso il loro disappunto. Vi è chi ha ricevuto troppo, chi troppo poco, e chi proprio nulla, e lamenta l’essere stato dimenticato dalle autorità. Tra i partecipanti al dibattito, virtualmente nessuno mette in dubbio la necessità di fornire aiuti agli enti in difficoltà, e di preparare un piano per uscire finalmente da questa crisi.

Franken-economia

                Una simile presupposizione, tuttavia, è del tutto errata. Affinché una difficoltà possa essere risolta, è necessario identificarne le cause con precisione, e sviluppare un progetto capace di rimuoverle efficacemente. Il proposito del governo, e di ogni statalista in generale, è quello di ravvivare l’economia attraverso uno stimolo artificiale, che “risvegli” il paziente dal torpore in cui si trova. L’economia è vista dunque come una sorta di mostro di Frankenstein, che non attende altro che la giusta combinazione di sollecitazioni per alzarsi dal letto su cui giace. Una simile costruzione meccanicistica oscura la realtà dei fatti, che ogni persona dotata di buonsenso riesce a carpire immediatamente: non è semplicemente consumando risorse che si combatte la povertà, ma usandole in maniera intelligente.

                Come ci ha insegnato Ludwig von Mises, un’economia non è una grandezza che si esaurisce in misurazioni, ma un complesso di relazioni tra uomini che cercano di soddisfare i propri desideri, e il naturale gioco tra loro viene a creare una struttura estremamente complessa di produzione, che come un enorme computer, tiene conto di tutte le valutazioni di un numero estremamente vasto di individui, espresso attraverso la loro decisione di comprare o meno un determinato bene, influenzandone il prezzo. I segnali di profitto e perdita, dunque, servono a coordinare l’intero tessuto produttivo, a condizione che siano conduttori di informazioni veritiere. Quando una forza esterna li modifica, perdono gran parte del loro contenuto cognitivo, e precludono uno sviluppo conforme ai desideri dei partecipanti.

Il problema della conoscenza

                La pecca di ogni piano ufficiale è che non è in alcun modo possibile che esso abbia accesso alle informazioni necessarie per risollevare le sorti del paese. Ciò non è dovuto alla mancanza di “occhi sul territorio”, o di un sistema di calcolo sufficientemente potente e sofisticato: i dati rilevanti, in assenza di libertà, non vengono nemmeno generati. Come si può risolvere un problema logistico se non si sa nemmeno dove debbano essere inviati dei soccorsi, in che misura e secondo quali modalità? Ogni pianificatore centrale, dunque, brancola nel buio, e le sue decisioni sono del tutto arbitrarie. Non solo difettano di una solida base, ma rappresentano un’ulteriore distorsione, che renderà ancora più arduo il lavoro delle forze che naturalmente, guidate dal sistema dei prezzi, andrebbero a rimettere in moto lo scambio di beni e servizi.

                Il tanto richiesto Recovery plan non è altro che un esercizio di pura e semplice hubris politica, accompagnato da una buona dose di corruzione e condito da tentativi di guadagnare capitale politico sostenendo progetti cari ad alcuni gruppi di interesse – come il fondo dedicato alla “parità di genere”, e la cospicua somma destinata alla “transizione ecologica”, uno dei metodi più efficaci noti all’uomo per impoverire una società -. Anche in assenza di queste pecche “umane”, tuttavia, il problema della conoscenza non svanirebbe, ma si manifesterebbe anzi in tutta la sua portata, senza essere oscurato dalle naturali inclinazioni dei potenti.

Conclusione

                La povertà e le avversità non possono essere sconfitte a tavolino, ma devono essere affrontate da uomini liberi e determinati. Alla luce delle precedenti considerazioni, la preoccupazione centrale di ogni persona amante della propria patria è quella di esigere dal proprio governo che smetta di mettere i bastoni fra le ruote ai suoi sudditi più capaci e creativi. Se la nostra classe politica sapesse meglio di imprenditori e consumatori come investire con successo denaro e vere risorse, sarebbero già ricchi oltre ogni misura, e non avrebbero bisogno di esigere fondi con la forza. Che debbano invece ricorrere alla baionetta mostra la loro vera natura: arrogante e predatoria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *