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“L’arte della felicità”. Il Cinematogra-Faro e la recensione del mese:

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-“E ora guardati: con le rughe in faccia che mi provochi ancora come facevi da bambino solo perché vuoi che io ti sveli il segreto della vita e del sorriso.”
-“E tu perché non me lo sveli?”
-“Perché è un segreto. Ma non è il mio segreto Sergio, ne siamo tutti custodi.”

Film d’animazione italiano presentato alla 70° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

-REGISTA:

Alessandro Rak


ANNO:

2013

-DURATA:

77 minuti

-TRAMA:

Sergio è un tassista napoletano che, sotto una pioggia incessante, porta i suoi clienti per la città sempre più degradata. Al contempo cerca di metabolizzare la morte del fratello partito per il Tibet dieci anni prima e mai tornato. Sui sedili del suo taxi si avvicendano vari personaggi che recano ognuno una traccia del fratello scomparso. Sergio si fa così trascinare dal taxi e dai ricordi, nonché dalla musica prodotta dal fratello.


-DOPPIATORI ITALIANI PRINCIPALI:

Leandro Amato, Nando Paone, Renato Carpentieri & Riccardo Polizzy Carbonelli.

-ANALISI TECNICA:

Regia davvero ben curata e audace per essere un film d’animazione che si mostra differente e sopraelevato alla media dei colleghi che escono sul suolo italiano. Rak decide di “muovere” la macchina da presa a proprio piacimento fra una Napoli atipica, entra nei vicoli e nelle quotidianità con dei dolly e degli stacchi molto interessanti. Si vede come la terra appunto del sole e del mare venga rappresentata come una città in cui il calore mediterraneo sembra assente e si lascia posto per la maggior parte della durata della pellicola ad un’incessante pioggia, ambienti che staccano nettamente con la luce sparata negli ambienti del lontano Tibet. La storia si prende un po’ di tempo, circa una ventina di minuti, ma dopo tutto inizia a saltare fuori e via via si arricchisce la storia di particolari. Trama principale che viene interrotta con degli intermezzi simbolici con una macchinina che gira in un ambiente casalingo. Infine i suoni e la musica contribuiscono ulteriormente a rendere più efficaci i messaggi scritti dagli sceneggiatori, in particolare da Luciano Stella che introduce dei tratti autobiografici.
Le animazioni colpiscono nella loro costruzione non fluidissima ma che si mostrano inerenti alla trama tenendo una linea definita e seguendo la tematica e il ritmo della storia.


-COMMENTI:

La pellicola è davvero bellissima, mostrandosi decisamente superiore a quasi tutti gli ultimi prodotti d’animazione italiana degli ultimi trent’anni. Qui si cade subito in un mondo diviso in due aspetti: da una parte il luminoso Tibet dove si è rifugiato il fratello di Sergio in cerca della felicità attraverso la fede buddista, ma, purtroppo, anche per altri motivi. Dall’altra invece si assiste a questa Napoli completamente diversa dall’ideale comune di città allegra e felice in cui regna il sole, il caldo e il mare. Qui si assiste al viaggio vero e proprio di Sergio attraverso i suoi ricordi, i fantasmi del passato e la scoperta e riscoperta di alcuni personaggi che condividono con lui la loro visione di felicità e di vivere. Dei monologhi e dei discorsi che colpiscono dritti allo stomaco in quanto possono definirsi in un certo senso scomodi per la loro attualità e, ulteriormente, sanno anche prendere lo spettatore nei suoi aspetti più intimi in una ricerca di ritrovamento della felicità sotto vari aspetti che può essere quello della ricostruzione del nido familiare così come quella di saper affrontare l’indomani con allegria. Le tematiche vogliono scavare a fondo nell’animo umano e, in un certo senso, per questo si potrebbe fare un paragone a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, uscito lo stesso anno. Davvero piacevole sentire come vengono utilizzate le musiche ad accompagnare la storia e vedere il ruolo che ha quei momenti di intermezzo fra le varie parti della trama dove si vede la macchinina che gira autonomamente.

Peccato però per come si vedano i due fratelli Cometa rappresentati da bambini e per la “stonatura” vista in un monaco buddista che si collega su Skype con il suo pc nella sua camera da letto all’interno di un monastero buddista.
Un film che è stato passato un po’ in sordina e tutt’ora è abbastanza dimenticato ma che è davvero una piccola perla fra la montagna di produzioni orribili che si vedono ogni anno in Italia

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