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Le basi religiose del conflitto politico

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Scacco Matto, Scacchi, Pensione, Scacchiera, Dimissioni

They want you dead, but they will settle for your submission. Ti vogliono morto, ma si accontenteranno della tua sottomissione.

  • Michael Malice

Amico o nemico? Fu Carl Schmitt a caratterizzare la natura della politica in termini di conflitto fra parti che si trovano in relazione di antagonismo irriconoscibile, e la verità della sua lettura non fa che ricevere conferme dall’evidenza empirica. I sogni di chi spera che la politica possa “tornare” a essere quella nobile arte cui si dedicano cittadini liberi, deputata ad assicurare la pace sociale e perseguire il bene comune, sono poco più che deliri ormai. O, in alternativa, pure espressioni di malafede e di tentativi di dominare il prossimo. Nessun dialogo costruttivo è possibile tra fazioni avverse, perché ogni compromesso è una vittoria per una parte e una sconfitta per l’altra.

Dalle tribù alle sette

L’autore deve ammettere di essersi sbagliato in passato, per quanto concerne le guerre di religione. La mia opinione era che l’epiteto fosse largamente propagandistico, finalizzato a tingere la fede nel sovrannaturale di colori tetri e bui, mentre in realtà erano poco più che giochi di potere da parte dei potenti. Sono ancora di questa posizione, ma non posso più sostenere che la religione, in sé, non sia un fattore determinante dello scoppio delle guerre. Forse meramente contingente, ma il ruolo che ha giocato è innegabile. E quando gli uomini che condividono una fede si riuniscono in gruppi, spesso confondono la loro religione con l’affiliazione a un certo contingente, e associano i valori emergenti del gruppo con quelli più propriamente sacri, fino a farli coincidere. Quando un politico viene difeso dal suo elettorato nonostante abbia esibito comportamenti incongrui ai valori che dovrebbe incarnare, è perché fa parte della squadra “giusta”, ed è fondamentalmente “dei buoni”, mentre l’avversario è sempre un “cattivo”.

Come mai questa digressione? Perché sono sempre più convinto che le divergenze fondamentali tra le persone sono di natura puramente religiosa, anche nel caso dell’ateismo più spinto. Le differenze ideologiche non sono che riflessioni di questo sostrato comune. Quale sarebbe questo fondamento? Almeno per quanto riguarda il mondo moderno, sono del parere che lo schema proposto dalla filosofa ungherese Agnes Heller sia corretto: vita contro libertà, dove con vita si intende la preservazione, sia individuale che sociale, e con libertà si identifica la possibilità di fare ciò che meglio si crede essere nel proprio interesse.

A seconda di quale dei due valori ci si fa campioni, le priorità di cui siamo portatori cambiano. Se difendiamo la vita, saremo più attenti agli indigenti ed esigeremo che vengano soccorsi, o che ci vengano resi alcuni servizi o forniti definiti beni; se, invece, scegliamo la libertà, poniamo l’accento sull’autonomia personale rispetto alle pretese altrui[1]. L’adozione di uno dei due principi non è dovuta ad alcun argomento razionale, ma è un’adesione “di pancia”, o, per usare un’espressione più helleriana, pre-razionale. Entrambi i valori sono giustificabili, ma non giustificati. Non riuscirete mai a schiodare un campione della libertà appellandosi ad argomenti basati sulla vita, perché non condividete la stessa fede. Ciò non significa, ovviamente, che nessuno cambi mai valori di riferimento, anzi, Heller si premura di sottolineare come circostanze diverse suscitino in noi l’accettazione di valori differenti. Se rimaniamo, tuttavia, all’interno della medesima problematica, è assai raro assistere a “conversioni” ideologiche.

Potere e politica

In sé, una simile contrapposizione non è necessariamente nociva. Dopotutto, è precisamente la difformità che ci permette di osservare le stesse cose da punti di vista differenti, portandoci a un ampliamento dei nostri orizzonti e della nostra conoscenza. Lo può diventare, tuttavia, se essa viene strumentalizzata, e ciò attraverso la sua politicizzazione. A differenza di una argomentazione, che è condotta sotto l’insegna del rispetto reciproco dato che i partecipanti possono a ogni momento decidere di averne avuto abbastanza e andarsene senza nessuna ripercussione, la politica alza il costo dell’astensione dal partecipare al gioco, costringendo i giocatori ad accanirsi l’uno contro l’altro pena l’incorrere in danni.

Questo perché il vincitore dell’arena politica acquisisce il privilegio di imporre il suo volere sul perdente, a tutti gli effetti obbligandolo a sottostare a sacramenti differenti da quelli che ha scelto spontaneamente. L’uso del termine sacramenti può sembrare un’iperbole, ma pensate al semplice obbligo di occultare le proprie fattezze dietro una maschera: non siamo forse obbligati a eseguire un rituale per preservare la purezza altrui? Il caso delle maschere è una perfetta rappresentazione del conflitto tra i due valori, con chi le esige che si erge a campione della vita, e chi le rigetta che lo fa nel nome della propria libertà di scelta. E i due paladini non possono altro che scontrarsi, con uno dei due che verrà necessariamente sconfitto.

Questa è la politica: un gioco a somma zero. Spesso diciamo che accontentare tutti è impossibile e che i compromessi lasciano tutti insoddisfatti, ma una simile lettura offusca il fatto che, quando due parti accettano un accordo politico, una delle due cede sempre qualcosa all’altra, senza vie di mezzo. Basta pensare alla facoltà di possedere armi da fuoco: qualsiasi bando, per quanto leggero e parziale, è una concessione da parte di chi ne desidera il possesso. Una piccola vittoria per il nemico delle armi, e una sconfitta per l’amico.

Questo a causa del fatto che non è possibile “astenersi” dalla politica se si è nel partito perdente, ed è il motivo per cui più il potere si espande più i conflitti ideologici, morali e religiosi si acuiscono. Perché vengono erose le opportunità di praticare il proprio culto, e quelle di affermarlo e imporlo su altri sono amplificate, infiammando le anime dei fedeli di zelo. Rinunciare a un’occasione di incrementare il proprio status sociale dominando un altro individuo è troppo potente da rifiutare, specialmente se giustificata su basi religiose.

Conclusioni

La citazione di Malice riportata all’inizio di questo scritto ci pone di fronte al risultato del processo di esacerbazione sopra descritto: lo zelota preferirebbe che il suo nemico morisse, ma è perfettamente a suo agio accontentandosi della sottomissione dell’avversario. E nulla lo dimostra più degli auguri di morte indirizzati a chi si rifiuta di vaccinarsi: rifiuti il mio sacramento? Allora meriti la morte per questo affronto.

Allo scopo di evitare incomprensioni, è bene notare che questo articolo non è attacco alla religione, ma un mero riconoscimento del fatto che è inevitabile, e di come la politica non faccia che inasprire il conflitto tra esponenti di fedi diverse. Per quanto possa sembrare incongruo con le riflessioni precedenti, ritengo che la religione svolga un ruolo salutare nella salute dell’individuo e della società, ma è inutile nascondere sotto il tappeto il fatto che possa trasformarsi in una forza negativa.

Esiste una soluzione a questa problematica, o quantomeno un modo per arginarla e stemperarne le conseguenze negative? Avremo modo di esaminare tale questione in seguito. Per ora, il messaggio che voglio lasciare ai lettori è di non inchinarsi mai di fronte al potere, che si approfitta delle tendenze religiose degli individui per asservirli e volgerli gli uni contro gli altri. Ricordate la vostra religione e il vostro sacro, e non permettete a nessuno di portarvelo via.


[1] Non pretendo che questa classificazione sia esaustiva, anzi, ritengo che ci sia almeno un altro valore da annoverare nel conteggio. È possibile venerare il potere, per esempio? Un’esplorazione del pensiero di Heller, tuttavia, esula dai propositi di questo articolo.

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