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Le epidemie nella letteratura

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La peste di Ashdod – Nicolas Poussin 1630

L’uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra è costretto a combattere con un nemico che si rivela puntualmente più forte di lui: un’epidemia. Molti autori hanno trattato di epidemie nei loro testi, il primo a farlo in maniera scientificamente accurata (per le conoscenze dell’epoca) fu Tucidide, che nell’ Ίστορίαι racconta della peste che colpì Atene tra il 430 e il 427 a.C. Lo storico ateniese descrive la pestilenza (secondo studi recenti si trattò però di febbre tifoide o vaiolo) con un realismo impassibile, e a differenza di Manzoni o Camus non cerca di coinvolgere la nostra emotività, difatti redige un bollettino medico-sanitario scrupolosamente dettagliato nei suoi orrori

erano all’improvviso presi da veementi caldure al capo, da rossezza e infiammazione d’occhi, e nell’interno la gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, il fiato fetido ed insopportabile.

-storie II, 49-

Lo scoppio dell’epidemia è ricondotto all’avvelenamento dei pozzi da parte degli spartani, ma le reali cause sono il sovraffollamento, dopo l’invasione dell’Attica da parte di Sparta, del Pireo, il caldo torrido e le scarse condizioni igieniche.

Il contagio fu rapido e infettò un gran numero di persone (tra cui lo stesso Tucidide) e con un’alta mortalità (ne morì Pericle); poiché non si conosceva la cura coloro che ne furono più colpiti furono i medici che si trovavano a stretto contatto con gl’infetti (I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta. Ne erano anzi le vittime più frequenti, poiché con maggiore facilità si trovavano esposti ai contatti con i malati. -storie II, 47-); il focolaio primario fu ricondotto all’Etiopia.

Tucidide nel paragrafo 49 fa una descrizione molto dettagliata e meticolosa dei sintomi di questa infezione così da poterla riconoscere qualora si fosse ripresentata in futuro

esporrò gli aspetti in cui si manifestava […] nel caso che il flagello infierisca in futuro

-storie II, 48-

A riprendere questa purtroppo celebre pestilenza fu il poeta latino Lucrezio che termina il De rerum natura proprio con l’episodio della peste ad Atene. A differenza di Tucidide, Lucrezio riporta un resoconto dei fatti più drammatico e con un fine diverso, non più storico ma filosofico. Il poeta latino in tutta l’opera vuole dimostrare che l’essere umano è impotente davanti alla forza distruttrice della natura (la peste ne è un esempio) e non può nulla se non usare la sua unica arma, “la ragione”.

Giovanni Boccaccio


Celebre fu anche la peste descritta da Giovanni Boccaccio nel Decameron, che colpì Firenze nel 1348 concentrandosi sul degrado morale della società che l’epidemia ha portato con sé in città. Firenze, afflitta dal morbo, vide un imbestiamento degli esseri umani, che per timore del contagio disdegnano di soccorrere anche i parenti più prossimi, figli inclusi. Alla rottura dei vincoli famigliari si associa il sovvertimento dell’ordine morale e religioso, con la dissacrazione del culto dei morti e l’instaurarsi di regimi di vita dissoluta. Boccaccio come Tucidide è testimone oculare e vive in prima persona questa peste nera che dimezzerà la popolazione europea. La peste trecentesca vide il suo focolaio in oriente.

Anche Boccaccio fa la descrizione dei sintomi di questa “mortifera pestilenza” che risulterà essere una peste bubbonica, intanto tutti i cittadini diventarono medici e scienziati: ognuno dice la sua e ognuno fa come vuole, visto che i consigli dei “medicanti” non portavano gran profitto analogamente a ciò che narrò Tucidide millecento anni prima

Ora chiunque, esperto o profano di scienza medica, può esprimere quanto ha appreso e pensa sull’epidemia.

-storie II, 48-

Come a tutte le cose negative va dato un capro espiatorio, della peste trecentesca furono accusati gli ebrei accusati di essere untori, quando il reale motivo è riconducibile ai ratti.

Alessandro Manzoni


Circa trecento anni dopo un ceppo di peste si riaffacciò nuovamente sul territorio europeo, sta volta è Alessandro Manzoni a descrivere nei Promessi Sposi la peste che colpì Milano nel 1630.

Le epidemie sono sempre viste come un flagello divino, questa però non è la posizione che prende il Manzoni, infatti mostra come dietro l’enorme diffusione del contagio ci siano responsabilità umane. L’autore, nel ricostruire i fatti inerenti alla peste, risalta l’elemento comune a tutti gli errori compiuti riguardo la pestilenza: l’irrazionalità.

Manzoni individua nella mancanza di un approccio scientifico al problema della peste il vero motivo di tante morti. “Credulone e superficiale” è tanto il popolo quanto il governo della città: le colpe del contagio vengono così equamente distribuite tra i vari strati della popolazione. Il paziente zero di questa epidemia è ricondotto ad un lazichenecco.

La peste portò a Milano una psicosi collettiva tanto da dare la caccia agli untori e l’assalto ai forni, la gestione dell’epidemia ricorda quella attuata dalle autorità nelle stesse zone circa quattro secoli dopo per l’emergenza Covid-19.

un’altra peste…


Un altro ceppo di peste si sviluppò nuovamente durante una guerra, sta volta non più quella del Peloponneso ma la Seconda Guerra Mondiale e non più ad Atene ma nella piccola città algerina di Orano; anche questa volta si fanno portatori di questo flagello i topi, i roditori sono anche i primi a morire, poi muoiono gli uomini, decine ogni giorno. I sintomi, descritti dal narratore in maniera minuziosa ed accurata, erano terribili e si ripetevano in maniera analoga su ogni malato. Ad individuare e diagnosticare la peste saranno Rieux e Catel, due medici che avevano già visto in passato gli effetti della peste.

La prima misura presa per fronteggiare l’emergenza è quella di chiudere gli ingressi alla città così da evitare la diffusione della peste, creando una quarantena. Con l’arrivo del caldo la diffusione aumenta e con questa anche le morti. Tramite un siero si arriverà alla scoperta di un vaccino che farà finire l’epidemia.

La storia è maestra di vita?


Nel 2015 il founder di Microsoft Bill Gates raccomandava agli stati di investire, piuttosto che sull’industria bellica, sulla ricerca e sulla sanità poiché il genere umano non era pronto a fronteggiare un’epidemia, nel 2007 Barack Obama raccomandava la costruzione di un’infrastruttura mondiale per un’emergenza epidemiologica, purtroppo non sono stati ascoltati. Questo 2020 è caratterizzato da un mostro, il Covid-19, che sta mietendo migliaia di vittime; per Tucidide la storia è maestra di vita, sfortunatamente il genere umano non apprende dalla storia, il genere umano pecca di presunzione, i paesi più sviluppati ritengono la minaccia epidemiologica una minaccia ormai estinta per il loro stato; ma abbiamo visto che il virus ha colpito soprattutto superpotenze economiche.

Queste morti quindi erano evitabili tramite la prevenzione e la ricerca.

Riesaminando esattamente i testi succitati sulla peste si può comprendere come la storia si ripeta e nonostante passino i secoli l’atteggiamento verso un’epidemia sia sempre lo stesso; ormai tutti sono infettivologi o negazionisti che continuano a non rispettare le normative delle istituzioni perché si sentono immuni mettendo a rischio sé stesso e gli altri. Tutta questa faccenda però ha un lato positivo: la terra sta tentando di rinascere.

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