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Le speranze deluse a Trento

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La rivoluzione luterana: “ich bin hier”

Sappiamo come la polemica contro la chiesa, iniziata da Lutero con le sue 95 tesi il 31 ottobre 1517, abbia innescato una riforma totale del mondo e della coscienza umana, tale da avviare un processo di sovvertimento antropologico, in cui l’Io trovava una base solida nella propria interiorità religiosa: “ich bin hier”( io sono qui) diceva Lutero a Worms, contrapponendo se medesimo innanzi alle due autorità indiscusse fino ad allora, il papa e l’imperatore. Non a caso egli trovò il plauso di Hegel, che vedeva in lui uno dei personaggi cosmico-storici, e di Marx, per il quale il frate agostiniano è stato colui che ” vinse la servitù per devozione sostituendovi la servitù per convinzione” e che ” ha spezzato la fede nell’autorità restaurando però l’autorità della fede”. Ma nell’immediato Lutero aveva mosso gli interessi economici non solo della chiesa, ma anche di tutta la nobiltà tedesca( si pensi ai Gravanima). Ecco perchè vi era una forte esigenza di convocare un concilio: la riforma riguardava ormai non solo lo Spirito, la condizione sociale, cui Lutero a differenza di Müntzer non era interessato, ma precipuamente l’economia dei principi. Ed ecco dunque l’imperatore pronto a proporre un concilio al papa, passando sopra a tradimenti e giochi politici che crearono un clima di tensione tra papa e imperatore(ad. es. Lega di Cognac) che poi continuò a manifestarsi durante i lavori conciliari per la questione dei ducati di Parma e Piacenza e l’assassinio di Pier Luigi Farnese, figlio del papa Paolo III Farnese.

Elia Naurizio, Sessione del Concilio di Trento nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

La riforma parallela

Nel 1545 iniziarono così i lavori del Concilio a Trento, dopo una serie di trattazioni e dubbi in merito al luogo da stabilire. Solo quattro cardinali, quattro arcivescovi e ventuno vescovi iniziarono i lavori. Dobbiamo, inoltre, considerare che la prima fase del concilio coincise con la guerra contro i principi protestanti( Guerra di Smalcalda, 1546-1547). Vi erano chiaramente interpretazione della situazione contemporanea molto varie. I filoimperiali premevano per una conciliazione, i filopapali temevano il concilio memori delle passate tendenze conciliariste, sconfitte ,del XV secolo, altri come Johann Groppen parlavano di una “reformatio pia et catholica”. Chiaramente i più svegli vedevano oramai insolubile la tensione creatasi fra le due confessioni, tra questi Marcello Cervini. Il motto di Egidio di Viterbo “reformare homines per sacra, non sacra per homines” era destinato ad essere trascurato. Anche la Curia, si sapeva, era molto interessata ai guadagli e ai giochi di prestigio, più che alla spiritualità e alle anime. Non si voleva tanto il gregge quanto la sua lana diceva un motto dell’epoca: “Curia Romana non petit ovem sine lana“. Senza protestanti, la parte da conciliare, il concilio continuò a deliberare a discutere: si parlò in ossequio all’ortodossia cattolica di battesimo, predestinazione, peccato originale, della revisione della Vulgata; venne toccato anche il Dogma dell’Immacolata Concezione, il cui culto era già attivo, ma bisognerà comunque attendere Pio IX con l’Innefabilis Deus del 1854, per averne un riconoscimento ufficiale. Per quanto concerne la predestinazione, già alla Dieta di Ratisbona(1541), fu tentato un accordo per accomodare la questione: addirittura Gasparri Contarini aveva parlato di “doppia giustificazione”. Successivamente a causa delle tensioni, sopra accennate, tra Paolo III e Carlo V i lavori vennero prima trasferiti a Bologna e poi interrotti. Giulio III, mostrandosi più favorevole al concilio e all’imperatore, riaprì a Trento la seconda sezione(1551) che venne nuovamente chiuso per le rinate ostilità tra Francia e Asburgo. C’è comunque da dire che il papa mal tollerava le tendenze dei cardinali iberici ad insistere su uno dei punti più esosi ai vescovi del concilio: la riforma disciplinare ecclesiastica e l’obbligo di residenza dei vescovi nelle diocesi. Il fatto è che i vescovi erano un gruppo colto dalle eccellenti capacità diplomatiche tali da essere impiegati negli affari di stato, ecco perchè era e sarà, anche dopo Trento, impossibile sottoporli ad una stabile residenza. Quando il concilio si riaprì sotto Pio IV, il problema della residenza, ora intesa come “ius divinum”, venne riproposto sfociando in una vera e propria avversione contro la Curia. Sarà Giovanni Morone a quietare gli animi le tendenze anti-curiali. Si parlò, anche, di una eccessiva ingerenza da parte dei principi, così che si pensò ad un vero e proprio ridimensionamento del loro ruolo. Queste tensioni portarono ad un’ennesima sospensione. Intanto era stato accentuata l’importanza del battesimo, e la Vulgata venne ritenuta giusta dogmaticamente anche se da revisionare filologicamente. Venne tralaltro -nuovo colpo ai protestanti- ribadita l’importanza della tradizione: ” in libris scriptis et sine scripto traditionibus” ( sia nei libri scritti e pur senza scritto nella tradione). Venne anche trattata la dottrina della giustificazione per fede come vessatrice: Seripando e Cervini scrissero “cum hoc tempore nihil magis vexet ac perturbet ecclesiam Dei quam nova… de iustificatione doctrina”. Anche lo stesso Tommaso Seripando che parlò di giustificazione per “sola fides”, venne quasi ritenuto eretico. Giacomo Nachianti parlava della veridicità della sola scrittura. Alla fine si iniziò a discutere della fede come elemento fondamentale nell’economia della salvezza, ma si fece differenza tra “fede viva” cum operibus e “fede morta” sine operibus. I possibili ponti tra cattolicesimo e luteranesimo vennero abbattuti, tanto che i protestanti, avendo deciso di prendere parte al concilio, chiesero con una delegazione di discutere tutto dall’inizio. Con l’Interim di Augusta Carlo aveva, infatti, chiesto loro di prendervi parte. Lutero aveva comunque calcato un po’ la mano, quando tradusse “l’uomo è giustificato per sola fede” (Rom.3,28), lì dove il testo riportava “iustificari hominem per fidem sine operibus legis(riferito alla legge ebraica) o in greco originale “λογιζόμεθα οὖν πίστει δικαιοῦσθαι ἄνθρωπον χωρὶς ἔργων νόμου”. Si arrivò a discutere anche la transustanziazione, ma venne riaffermata come dopo il Concilio Lateranense IV, che aveva come fondamento teorico gli scritti di Lanfranco di Pavia. I protestanti andarono via. Quando il concilio si chiuse si poteva parlare non di una controriforma, ma di una semplice riforma della Curia romana, che rafforzò i propri apparati. La figura del papa ebbe la meglio: ad esso infatti toccò l’ “interpretazione” di quanto stabilito. Fortunatamente dopo Paolo IV Carafa autore dell’indice, la cui morte venne accolta con favore, il clima si mitigò. Ad esempio la censura sui libri venne affidata ai vescovi e agli inquisitori locali, tra i quali anche le Bibbie in volgare( il latino permetteva l’ordo verborum).

Conclusione

Possiamo dunque dire che il concilio comportò un aumento del potere della Curia, del Papa e fece mantenere una certa autonomia agli ordini secolari rispetto ai vescovi, che ora aveva obbligo di residenza, di tenere registri(che già prima erano presenti de facto), e di esercitare un controllo periodico sul clero secolare. Tutto ciò però a scapito dell’azione conciliativa che venne disattesa.

Bibliografia:

Adriano Prosperi, Il Concilio di Trento: una introduzione storica, Einaudi

Karl Brandi, Carlo V, Einaudi

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