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L’eterno ritorno dell’uguale

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A volte sembra che la gente non abbia niente di meglio da fare che trascorrere i propri pomeriggi su Facebook ed Instagram a criticare – in maniera alquanto discutibile – qualsivoglia classe politica, ad iniziare dal Consigliere del Comune di 1.500 abitanti sino al Senatore a capo di Commissione parlamentare, dal Deputato semplice al Ministro dell’Interno, dal Commissario Straordinario al Presidente del Consiglio dei Ministri. Vero è che, come già leggermente accennato, le invettive sono spesso azionate da ragionamenti che i più amano dire “di pancia”, ma che gli opinionisti vintage si limitano a definire “da bar”. Non si possono, tuttavia, condannare le persone per una presunta – attenzione, presunta – ignoranza, catalogando i gruppi sociali secondo una visione strettamente liberale, tipica di quelle “democrazie” in cui “se fai il macellaio non voti perché sei per definizione stupido”, anzi, dietro ogni azione corrisponde un movente ritenuto dalla psicologia “propriamente valido”: in extrema ratio dietro ogni “Salvini appeso”, “Renzi doppia faccia”, “Berlusconi bunga bunga”, risiede quello che oggettivamente è un fondo di verità.

Eppure, anche al sottoscritto che sta ticchettando le dita su una fredda tastiera in questo momento, a volte sembra di esagerare, a volte nasce spontaneo l’interrogativo del tipo “ma non è forse eccessivo parlare così di un Presidente del Consiglio?”, “ma forse bisogna dare tempo a questo Governo, è una situazione nuova per tutti”, “pero dai, chi vorrebbe essere al loro posto? Sono certo prenderanno le decisioni giuste al tempo giusto”. Il problema è che, puntualmente, lo stesso sottoscritto è costretto a ricredersi: una volta, due volte, tre volte, sempre. Perché? Non per una psicosi “Contiana”, ma proprio perché quelle “decisioni giuste al tempo giusto” non sono mai giunte, bensì sono state presentate ed applicate solamente in una maniera ben precisa: quella sbagliata. E le ultime mosse di questo esecutivo, con a capo l’uomo dalle mille pochette e dal ciuffo d’oro, non trovano un effettivo riscontro positivo. Tra tutte rientra quella che è stata registrata, nella puntata di ieri sera di “Non è l’arena” di Massimo Giletti su La7, come la più grande prova di incompetenza 100% italiana, ovvero l’assenza di un piano pandemico, capace di far fronte ad uno scenario prevedibile disponendo mascherine, ossigeno e misure economiche emergenziali; azioni che, a rigore di logica, non sono mai fuori luogo, nonostante sia ovvio da ritenersi imprevedibile una fattispecie concreta di pandemia, come quella da Sars-Cov2.

Il punto

Senza dilungarci, però, occorre analizzare il cuore di questo articolo, cioè la possibile chiusura totale – o quasi – dell’Italia, a seguito degli assembramenti fotografati in ogni parte della Penisola, per di più nelle città sotto i riflettori mediatici. L’ipotesi che ormai – complici i dati epidemiologici – il Bel Paese riavere sul divano gli italiani con la corsa al lievito è sempre più vicina, e avanza l’idea di una stretta di 8 giorni prima del periodo natalizio, stabilendo espressamente zone rosse e arancioni; forse anche a partire da sabato prossimo.

È ciò che infatti emerge da un vertice di stamane in quel di Palazzo Chigi tra il nostro premier, i capi delegazione di maggioranza, e il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, riunendo alcuni esponenti del CTS. L’idea dei camici bianchi è quella di “estendere e rafforzare le misure poste in essere fino ad oggi, anche con una sorta di lockdown, per tutto il periodo natalizio”, nei giorni del  24-27 dicembre, 31 dicembre-3 gennaio, 5-6 gennaio, ma forse anche dal 19-20 dicembre, considerato ad alto rischio per gli spostamenti. Ebbene sì, bar, negozi e ristoranti che in Calabria, Lombardia, Piemonte e Basilicata hanno riaperto ieri in zona gialla, la domenica che verrà rischiano di abbassare nuovamente le saracinesche.

“Se pur registrando una flessione dell’indice Rt, nei nostri ospedali si continuano a registrare emergenze nelle terapie intensive come nelle aree mediche, con le percentuali ribadite oggi nel corso della capidelegazione dal CTS, del 36 per cento dei posti occupati nelle intensive e del 42 per cento nelle aree mediche, allora è evidente che bisogna agire subito per affrontare e risolvere alla radice queste criticità”, esprime il Ministro alle politiche agricole Teresa Bellanova ad Adnkronos, su quanto emerso dal vertice.

Il problema

Assistiamo dunque, nuovamente, ad un tira e molla inaccettabile dopo mesi in cui qualsiasi italiano, chi più chi meno, ha ormai distrutto la cintura a furia dei buchi da aggiungere. Che sia a dir poco incosciente lo stesso popolo che, da marzo, vive nell’incertezza economica non è da censurare, anzi, chi si ostina ancora ad abbracciarsi allegramente come se tutto ciò fosse già un “c’era una volta” meriterebbe un preliminare TSO di accertamento, ma questo trattamento, duole dirlo, non può che estendersi a chi attualmente detiene il potere politico, un potere che – per definizione – punta al raggiungimento del soddisfacimento individuale di ogni cittadino “sottoposto”, garantendo una serie di diritti, tra cui rientra quello di avere un Governo, un Presidente del Consiglio, che sia in grado di prendere delle scelte ponderate e certe, delle scelte che diano una linea guida stabile al popolo che al cantare del gallo scende dal letto per coltivare le terre ma senza la certezza di venderne i frutti, una guida stabile per i liberi professionisti che fatturano meno della metà rispetto a inizio anno, una guida stabile per i baristi che sanno di dover pagare migliaia di euro di fitto ma che non conoscono quanti caffè venderanno per farlo, una certezza per tutti, fidanzati, parenti, amici, pensionati in solitudine, che dia una risposta plausibile alle incognite future: siamo in anarchia o in un sistema democratico con una precisa divisione dei poteri? Il cittadino semplice deve seguire una legge concreta o i consigli della vicina di casa per uscire o meno? E’ un buon Governo che deve garantire delle risposte o è un gruppo di mass media ad informare – erroneamente – le persone?

La conclusione

Concludo quanto scritto lasciando libero sfogo alla riflessione sulle tre domande poste in precedenza, permettendomi di esprimere un ultimo punto di vista. Ricordate i tempi in cui, i primi anni di scuola primaria, si andava felici e contenti nell’aula, ci si sedeva, si ascoltava la maestra e poi si passava il tempo colorando con i colori a cera i disegni stampati o realizzati a mano in precedenza, con la matita. Finito il disegno, ci si vantava con i compagni di classe di come fosse venuto bene e colorato, poi, magari, si tornava a casa e se ne colorava un altro a proprio piacimento. Ebbene, se avrete voglia, analizzate attentamente il periodo che precede questo: riscontrerete un’attualità cronologica affine alla situazione che stiamo, quotidianamente, vivendo.

Siamo in mando ad un bambino cresciuto che sfoggia i suoi nuovi Giotto a tutta la classe, ma che si arrabbia e offende con i compagni quando questi provano a disegnare qualcosa di meglio, magari puntando a rappresentare la cosa più bella ma – al tempo stesso – complicata: la libertà. Una libertà non tanto da un virus insidioso e resistente, quanto quella da un gruppo di uomini in giacca e cravatta che, troppo facilmente, lascia i “compagni” con la “punta dei colori” spezzata.

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