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Nella selva del politicamente corretto: viaggio ai confini di un tema molto attuale

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Ricorrono molto spesso, tra le notizie di cronaca, alcuni fatti che fanno molto discutere: dal bacio senza consenso alla fine di Biancaneve al nome delle nazionalità alle varianti del Covid, i riflettori sono sempre accesi su una sola domanda: quali sono i limiti del politically correct? Dato che il mondo dei social tende ad infuocarsi su questa questione pur essendo lontano dal cercare una vera risposta, ho deciso di raccogliere punti di vista diversi per cercare, senza buttare tutto in caciara, di fare una sorta di punto della situazione. Premetto subito che questo lavoro si presenterà come parziale: la grande quantità di articoli contenenti opinioni su questo tema e la moltitudine di sfaccettature che lo stesso offre hanno reso inevitabile una selezione.

Politically correctness: le origini e i meccanismi di fondo

Iniziamo con le nozioni di base e qualche curiosità storica. Con ‘politicamente corretto’, o molto più spesso con la locuzione inglese ‘politically correct‘, intendiamo un insieme di accortezze, soprattutto linguistiche ma non solo, con cui si tenta di non offendere determinate categorie di persone, in un atteggiamento di profondo rispetto verso tutti, nonché di attenzione verso i messaggi veicolati attraverso ogni strumento del linguaggio. Sotto questi termini, il concetto di politically correctness vede le sue origini tra i dibattiti dei democratici americani degli anni Trenta del Novecento, ma in un articolo pubblicato su Studi di lessicografia italiana nel 2001, l’accademico della Crusca Massimo Arcangeli fa notare che anche Plutarco, nella Vita di Solone (15, 2) attribuisce al grande legislatore ateniese l’idea di “smorzare” con parole diverse alcuni concetti, scegliendo perciò di dire ɛταιραι ‘amiche, compagne’ al posto di παρνι ‘prostitute’.

A partire dalla politica della Sinistra americana degli anni ’30, dicevamo, il concetto fu adottato ed amplificato dai moti sessantottini per arrivare, alla fine degli anni Ottanta, ad approdare in una realizzazione pratica in ambito accademico: era in questo periodo che iniziavano a diffondersi gli speech codes, regolamenti di condotta verbale pensati per scoraggiare l’utilizzo di epiteti offensivi. In Italia non si è mai arrivati a una regolamentazione puntuale di questo fenomeno, ma anche il panorama linguistico e culturale italiano risente di questo concetto, e alla luce di esso è stato portato a modificare alcune delle sue abitudini linguistiche: anche in Italia, infatti, è considerato più opportuno dire disabile o diversamente abile al posto di handicappato per non mettere l’accento sulla problematica e utilizzare una parola lontana dagli usi dispregiativi; oppure ancora in ambito medico si preferisce la forma assistito a quella di paziente, perché è ritenuto più opportuno designare un ammalato per il fatto che qualcuno lo sta curando piuttosto che per il fatto che il poveretto sta soffrendo. Ovviamente questa tendenza ha le sue ripercussioni, forse più evidenti, nel lessico legato alle diversità etniche, di genere o di orientamento sessuale, ed è proprio su questi aspetti che l’opinione pubblica sembra dividersi di più. Cerchiamo di mettere ordine.

Vantaggi di un politically correct “sano”

A ben pensarci, l’idea di fondo di politically correctness non è poi così strampalata: viviamo in un mondo complesso, fatto di diversità, e abbiamo bisogno delle parole giuste per parlare a tutti senza offendere nessuno, a meno che (ovviamente) non lo vogliamo fare. Lorenzo Gasparrini, in un articolo del 2019 rifletteva sul fatto che, in effetti, sostituire le espressioni genericamente discriminatorie o offensive permette alcune libertà espressive molto importanti, come quella di parlare dei problemi politici di gruppi a cui non si appartiene senza sembrare superiore o scorretto, nominare i gruppi in modo corretto non sulla base di “mancanze” o pregiudizi, evitare di far circolare pregiudizi e luoghi comuni che non si condividono. Vista come un’opportunità e utilizzata con consapevolezza ed equilibrio, la politically correctness permette la creazione di un nuovo vivaio di possibilità espressive: sotto questi aspetti si presenta come la massima espressione di una società libera, inclusiva e non opprimente verso nessuno. Tuttavia la situazione attuale è ben lontana da questi ideali in purezza: gli argomenti del dibattito pubblico mettono in luce una serie di esagerazioni e fraintendimenti che potrebbero far sollevare anche ai più strenui sostenitori della correctness più di una perplessità.

Tra esagerazioni, rischi ed altri problemi

Veniamo ora alle problematiche. Anche tra gli oppositori e gli “scettici” le opinioni sono molto variegate, ma non mancano elementi comuni che diversi articolisti riportano. Tra questi c’è proprio l’accademico Arcangeli, che nel suo articolo del 2001 si scaglia in modo significativo contro il politicamente corretto, evidenziando ad esempio il fatto che utilizzare parole più “leggere” non aiuti a migliorare alcune problematiche che esistono: “uno studente non recupera di istruzione se parliamo di lacune e non ‘lo rinominiamo pelosamente'”. Tra i detrattori più convinti c’è chi parla del politicamente corretto come un ‘bavaglio’, come una pratica linguistica che soffoca l’espressione culturale e la libertà di parola, ma c’è anche chi evidenzia il rischio di incappare in ipocrisie ed esagerazioni ridicole, e questo mi pare fuor di dubbio. Anche coloro che valutano in modo positivo il politically correct, poi, notano numerosi rischi a cui un utilizzo sbagliato dello stesso concetto può portare: lo stesso Gasparrini fa notare che una sbagliata diffusione e ricezione del politically correct ha portato a un diffuso pregiudizio, che porterebbe questa pratica ad essere, o a sembrare, un vincolo al parlare schietto e sincero, quando invece potrebbe essere, come abbiamo già detto, uno strumento di libertà. Nel giugno 2019, Claudio Cerasa rifletteva questa volta sul politicamente scorretto, dicendo che quest’ultimo, nelle mani dei difensori della libertà, può essere un’arma per combattere il conformismo linguistico che il politicamente corretto impone; allo stesso tempo, però, esso può cadere nelle mani di alcuni “impostori”, che sotto l’insegna della lotta al politicamente corretto promuovono ideali che in una società libera e, permettetemi, minimamente evoluta, non hanno spazio di esistere.

Più complesso di quanto si pensi: il caso Disney

Un altro tema che suscita numerose perplessità riguarda il politicamente corretto applicato alle opere e ai pensieri del passato. A metterci in guardia dai rischi di questa operazione è di nuovo Arcangeli, secondo cui “Il politically correct  dovrebbe intervenire per il futuro, meno per l’immediato presente e men che mai, retroattivamente, per il passato”. Consideriamo ad esempio le accuse mosse alla cinematografia di Walt Disney. Tutti sicuramente ricordiamo come, il mese scorso, un quotidiano californiano abbia criticato il “bacio del vero amore” dato dal principe azzurro a Biancaneve perché dato mentre lei dormiva, e quindi non consensuale. In realtà questa non è che l’ultima di tante accuse mosse a Walt Disney: non potendomi dilungare qui, rimando al resoconto offerto dall’articolo di Adalgisa Marrocco uscito all’inizio di Maggio su HuffPost. Di nuovo, dare un giudizio può sembrare semplice, ma a una riflessione più profonda si può notare che due grandi questioni si intrecciano: da una parte la volontà di trasmettere valori sani ai “piccoli di uomo” che prenderanno il nostro posto sulla terra, dall’altra la necessità di restituire al suo tempo, e quindi contestualizzare, l’opera di un uomo che, come è normale che sia dopo settant’anni e una manciata di rivoluzioni dopo, viveva con categorie culturali e valoriali sensibilmente diverse da quelle che ora regolano il nostro pensiero, e per questo aveva sensibilità diverse anche sulle tematiche più delicate.

Tiriamo le somme

Come abbiamo avuto modo di vedere, il dibattito sul politicamente corretto non riguarda esclusivamente il piano linguistico, sia per i risvolti pratici che questo può avere (vedi il caso Disney di cui sopra), sia perché è un fenomeno che ispeziona la sensibilità della nostra società, andando a scandagliarne le differenze nei vari gruppi di persone. Abbiamo visto anche come ci siano delle buone motivazioni che hanno spinto il concetto ad affermarsi, ma allo stesso tempo si notano anche numerosi rischi: è facile incapparci specialmente se il concetto è portato ben oltre i limiti della semplice correttezza, quando si arriva ad esagerazioni al limite del farsesco. Sarebbe forse necessario utilizzare il concetto di politically correct in modo più saggio e meno onnicomprensivo, facendo attenzione a non inciampare in incoerenze, ambiguità, esagerazioni che non fanno altro che sminuire un meccanismo che invece potrebbe essere molto utile. Possiamo riflettere anche sul fatto che, anche se dietro ad ogni parola c’è una motivazione profonda che ha spinto il parlante a sceglierla, e quindi in quanto parlanti dobbiamo essere responsabili delle parole che utilizziamo, andando se possibile anche a fondo dei significati di ciò che stiamo dicendo, non possiamo dimenticare che la vera battaglia contro le ideologie discriminatorie ed illiberali va fatta contro queste stesse ideologie, e questo non può in alcun modo tradursi in una sorta di “caccia alle streghe” tra i meandri della lingua. Non serve la mia opinione a dirvi che, in questo come in altri casi, l’ equilibrio è fondamentale, non avrebbe potuto utilizzare parole migliori il linguista Rosario Coluccia, in un articolo pubblicato per l’Accademia della Crusca:


Dobbiamo accettare la realtà per quella che è, senza insultare e senza irridere, ma anche senza buonismi dolciastri. Io credo che definire «netturbino» o anche «spazzino» una persona che si guadagna con dignità da vivere pulendo le strade non sia insultante, preferire «operatore ecologico» non cambia la sostanza delle cose. Io credo che «cieco» non sia una parola offensiva, definire una persona «non vedente» non migliora la qualità della sua vita: perché la qualità della vita migliori dovremmo organizzare diversamente la viabilità e l’accesso agli edifici, rendere i marciapiedi percorribili e non ingombrarli con auto parcheggiate di traverso, istituire semafori sonori affinché il cieco possa accorgersi del passaggio dal rosso al verde, favorire anche economicamente l’accesso a libri in braille e a computer usabili con facilità da chi non ha il bene della vista, ecc.

Fonti

Articoli “di partenza”:

Articoli ulteriori contenenti opinioni e riflessioni di vario genere sul tema, citati e non citati nell’articolo :

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