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Non è tutto oro quel che luccica: tra le falle del Green Pass.

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Green Pass; per i cultori della lingua italiana “certificazione verde”, per i miscredenti del web “permesso di circolazione” con chiaro riferimento al Ventennio. Sillogismi e dispute a parte, è chiaro a tutti che la scelta posta dal Governo dei Migliori – sulla scia del Governo francese – abbia creato non pochi mal di pancia, specie in riferimento al fatto che un suo preciso buon funzionamento nei casi pratici e tuttora infondato. E’, dunque, il caso di Alessandra (nome fittizio), giovane ragazza campana la quale si è vista dapprima costretta a rinchiudersi in quarantena e, solo dopo un estenuante via vai, a ricevere il c.d. Green Pass. Ma c’è un “ma”, il quale vuol essere utilizzato in questo articolo proprio per denunciare una delle tante falle presenti nella certificazione che, in teoria, andrebbe a contrastare la crescita spropositata della curva dei contagi ma che, in pratica, rischia di contribuirne al devasto.

L’inizio dell’incubo

E’ metà luglio e Alessandra sta comodamente seduta sul divano di casa quando riceve un caloroso invito a partecipare alla cerimonia di laurea di una parente stretta, con qualche settimana di anticipo. Tuttavia, seguendo le disposizioni anticontagio, il ristorante ammette solamente persone vaccinate o con tampone risultante negativo massimo 48 ore prima dei festeggiamenti. Non essendo ancora vaccinata, il 21 luglio Alessandra si reca quindi presso un laboratorio analisi della sua città al fine di testare eventuale positività o meno. Ed è qui che si inizia a sudare freddo, perché il tampone rapido avrà esito positivo. Quanto accaduto in seguito è di sola comprensione per chi ha vissuto – o vive – situazioni simili: caos, tanto caos e preoccupazione. Ci si inizia a sentire in colpa, si pensa ai contatti avuti, ci si chiede in maniera assillante come sia stato possibile contagiarsi, si deve decidere dove andare, cosa fare e chi telefonare. Automaticamente, dunque, Alessandra si sposta in una seconda casa, da sola, nella quale starà per quasi due giorni interi; nel mentre, la famiglia e i contatti stretti si sottoporranno a tampone. Due giorni, quelli del 22 e 23 luglio, di fuoco, non solo per le alte temperature estive, ma decisamente a livello mentale. Con il senno di poi, si inizia a riflettere che nessuno – compresa Alessandra – mostrava sintomatologie da Covid-19; né tosse secca, né febbre, né spossatezza, né carenza di respiro. Oltre ciò, arrivano i risultati dei test molecolari dei contatti a lei vicini, posti – grazie ad un po’ di diffidenza – in un altro laboratorio: tutti negativi. La mattina del 23 luglio, dunque, anche Alessandra si reca – secondo le procedure di emergenza – nel centro di analisi di cui accennato sopra: anche lei, la sera dello stesso giorno, risulterà negativa. E’ stato il caso di un falso positivo. Il motivo non vogliamo conoscerlo: distrazione, confusione, qualsiasi cosa sia riconducibile alla causa al momento non importa. E’ rilevante, però, la falsa positività di Alessandra, che si collegherà a quanto segue.

La falla nel sistema gestionale

Come accennato, si è trattato di un falso positivo a seguito di un tampone rapido. Ciononostante, le procedure emergenziali stabiliscono che – con test rapido – vale l’eventuale positività, ma – complice la (falsa) carica positiva bassa – non si sapeva se il virus fosse in fase di guarigione dalla paziente o se stesse – invece – iniziando a diffondersi in corpo. Ad ogni modo, però, è stabilito il dover effettuare quantomeno un secondo tampone e che questo sia preferibilmente molecolare per constare l’effettiva positività rinvenuta, rapidamente, nel test in precedenza. Il primo laboratorio analisi, tuttavia, mandò il risultato del 21 luglio direttamente all’ASL, come certezza assoluta della positività, e facendo – di conseguenza – inserire i dati di Alessandra all’interno dei registri della Regione Campania come positiva al Coronavirus. Una pratica che si è palesata con un via vai continuo in casa della ragazza: lei era (ed è) negativa ma nei dati regionali risultava positiva.

Contattata più e più volte l’ASL, posti ulteriori test, si è riusciti a gettare Alessandra dalla lista dei positivi facendola, tuttavia, risultare necessariamente come soggetto guarito al Covid-19 (altra falla, burocratica però).

Il risultato? Green Pass

Conseguenzialmente, in quanto “guarita dal Coronavirus”, si ha a disposizione un periodo di tempo determinato con il quale – precisa la scienza – il soggetto ha sviluppato anticorpi in grado di difendersi da un ulteriore contagio e, in rigore delle norme vigenti, è di diritto l’ottenimento del Green Pass. Alessandra, dunque, è in un limbo completamente Made in Italy: coloro che hanno avuto il covid non possono vaccinarsi se non dopo il periodo di tempo stabilito che coinciderà con la fine degli anticorpi. Il problema, però, risiede nel fatto che Alessandra non è mai stata positiva al Covid-19, ma ora – a seguito di un errore tecnico ed umano – le risulta ampiamente difficile potersi prenotare per la vaccinazione e – al tempo stesso – ha a disposizione un Green Pass che su carta non dovrebbe avere in quanto né vaccinata né risultata negativa ad un tampone antecedente le 48 ore.

Buon senso

Alessandra – ci racconta – è una donna di buon senso, sempre rispettosa delle regole e con la mascherina addosso anche quando questa – per legge – poteva essere tolta all’aperto. Sarà dunque la sua accortezza e scrupolosità, con eventuali altri tamponi, a definirne l’effettiva negatività, ma non una certificazione che – è evidente – risulti soggetta a non poca confusione e rischiosi avvenimenti come quello di cui raccontato. Occorre, dunque, una rivisitazione della c.d. certificazione verde, un procedimento più semplice ma con maggiori accortezze al fine di rilasciarlo.

Siamo dunque sicuri che il Green Pass sia la soluzione giusta? Che senso ha usarlo se, in alcuni casi circoscritti, ci si dovrà comunque far riferimento alla buona coscienza delle persone? E’ il meccanismo che garantirà la ripresa economico-sociale del Paese?

Per rispondere a queste domande servirà un altro scritto, ma una cosa è certa: bisogna continuare a mantenere le misure alle quali siamo ormai abituati da più di un anno, innalzando – ora più che mai – l’attenzione verso quello che è virus subdolo e fastidioso, capace ancora di mietere vittime.

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