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Per la politica del “vincere assieme”, contro ogni fanatismo

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Politica e partiti, dopo sarà tutto diverso | L'HuffPost
Credits: Huffington Post

La politica, perlomeno in democrazia, dovrebbe fondarsi sul confronto dialettico fra visioni alternative della società. Tali visioni, che danno forma e sostanza al dibattito civile e che, tutte insieme, contribuiscono alla piena realizzazione democratica di un Paese, sono inevitabilmente diverse, poiché derivano da concezioni filosofiche e da storie a loro volta differenti. Inoltre, esse sono anche relative: si collocano cioè in uno scenario plurale e dialettico, in cui nessuna idea può aspirare alla sopraffazione e all’annullamento delle altre, poiché essa vive solo in funzione delle altre.

La democrazia, infatti, è tutto un gioco di pesi e contrappesi: tra idee differenti, tra governi e parlamenti, tra maggioranze e opposizioni, tra politica e società civile, e così via. Senza questa dialettica non esisterebbero né la politica, né tantomeno la democrazia: come non c’è argomento che possa funzionare senza obiezioni, non può esserci maggioranza senza opposizione, o Governo senza Parlamento. In democrazia, insomma, il presupposto dovrebbe essere la non-autosufficienza: nessuna idea o istituzione è sufficiente al governo del Paese senza idee o istituzioni diverse, che la bilanciano, la integrano e la costringono costantemente ad autolegittimarsi, ad innovarsi, a rafforzarsi.


Chiaramente, questo non è un invito al relativismo assoluto, il quale si trasforma ben presto in scetticismo circa la capacità dei politici di offrire soluzioni concrete ai problemi; è bensì un’esortazione, rivolta a chiunque pratichi o voglia praticare la politica, a non perdere di vista i due elementi essenziali di quest’arte: anzitutto la componente ideale, cioè il richiamo ad una precisa visione filosofico-sociale, e poi la componente dialogica e dialettica. La seconda è in realtà fortemente collegata alla prima, poiché nel momento stesso in cui si fa politica in nome di un ideale, si deve dar per scontato che esso non sia condiviso da tutti, e che altri si appellino ad altri ideali, aventi la medesima dignità. Questo, che può sembrare un “inceppo”, un ostacolo al raggiungimento di soluzioni concrete e pragmatiche, in realtà è il sale della democrazia: non esistono né esisteranno mai scelte politiche condivise da tutti, incarnanti la verità o il bene assoluto: il tecnicismo, o peggio ancora la tecnocrazia, sono solo dei vuoti feticci sulla bocca di chi, pigro o in malafede, non trova la forza o la voglia di impegnarsi nell’ascolto e nella comprensione delle differenze.

Per ogni soluzione “scientifica”, che si presenti come estranea a qualsiasi influenza di parte, esisterà infatti sempre un argomento contrario, una confutazione che, da un punto di vista meramente tecnico o empirico, avrà la stessa ragionevolezza, la stessa “scientificità” intrinseca. Come scegliere, allora? Riportando il discorso su un piano eminentemente politico, in cui nessun argomento è conclusivo, e in cui sono le diverse visioni della società, le diverse concezioni antropologiche e filosofiche, che guidano il decisore nelle scelte.


Tale riflessione non vuole nemmeno essere un invito ad una politica approssimativa, superficiale, che si fondi su vuoti slogan o sventoli ideologie morte da tempo. L’economia, il diritto, la sociologia e tutte le altre scienze devono essere infatti tenute ben presenti dal politico, ed è sui dati da esse forniti che costui deve plasmare la propria proposta; ma come spiegare il fatto stesso che esistono economisti socialisti e altri liberali? Sociologi progressisti e altri conservatori? Ancora una volta, è chiaro come lo “scientismo” in politica non funzioni. Nell’esercizio delle loro professioni, gli scienziati debbono ricercare, per quanto possibile, delle verità oggettive, ma è del tutto evidente che, nel momento in cui entrano in contatto con la politica, le loro proposte dovranno fondersi con altri elementi, più propriamente ideali: facendo l’esempio dell’economia, l’ottimale equilibrio economico verrà valutato da un economista liberale alla luce delle esigenze di tutela della libertà e dell’autonomia individuale, mentre un socialista si concentrerà di più su fini solidaristici e redistributivi. In politica niente è vero “al di là di ogni ragionevole dubbio”, e il politico, dal canto suo, non può essere solo uno scienziato, solo un ideologo o solo un oratore: egli deve piuttosto riunire tutte queste capacità insieme, saper apportare quel “qualcosa in più” che, davvero, distingue la politica da ogni altra scienza o arte.


Naturalmente, la politica odierna è carente di tutto ciò. I politici, incapaci di operare questa importante sintesi, per convenienza dichiarano morto ogni ideale e tentano di sostituirlo con nuovi feticci, cioè con posizioni che non ammettono contraddittorio e che si presentano come assolute: è escluso il pluralismo, si avanza la pretesa di avere la chiave ad ogni problema, e chi non è allineato alle proprie posizioni è nel torto. Tali feticci sono i più svariati: limitandosi all’Italia, potremmo citare l’ “onestà”, che da strumento, da prerequisito per ogni buon amministratore, è stata trasformata nel criterio unico in base al quale gli elettori dovrebbero votare, e il fine ultimo dell’azione politica. Ancora, ai nostri politici piace molto appellarsi al “buonsenso” o, soprattutto per le questioni etiche, alla “normalità”. Potremmo poi andare avanti all’infinito, parlando della caccia ai “populisti”, ai “buonisti”, dell’uso dispregiativo fatto dei termini “destra” e “sinistra” e così via.


La costante, quasi ossessiva ripetizione di tali concetti trasforma il dibattito in una tifoseria di fanatici, incapaci di comprendersi a vicenda. Come per ogni fanatismo, esso serve a nascondere una grave carenza di contenuti, la perdita di ogni riferimento ideale e l’incapacità di costruire, nonché di argomentare, posizioni lucide e ragionevoli. Si mira cioè a evitare il confronto, a falsare la percezione degli elettori, a delegittimare gli interlocutori e introdurre nel dibattito politico un perverso moralismo di comodo, adatto ad affermare ogni cosa e l’esatto opposto, secondo necessità. L’auspicio è che queste nuove ideologie, ben più totalizzanti e allucinogene delle precedenti, vengano abbattute, che i politici ricomincino ad ancorarsi a saldi principi e che, forti delle loro idee, tornino finalmente ad accettare la diversità come valore, e a ricercare insieme la soluzione ottimale ai problemi della società.

Chissà che, a quel punto, essi trovino addirittura il coraggio di dirsi: “Sai che c’è? Stavolta mi hai convinto”. Convincere, infatti, è lo scopo ultimo della politica e come diceva Marco Pannella, non significa affatto “vincere contro“, ma “vincere assieme, sempre, e oggi”.

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