Cultura

Quando dovremmo morire?

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Quando pensiamo alla morte, o più precisamente, il fine-vita, abbiamo in mente solitamente concetti come l’eutanasia, ovvero la facoltà di chiedere un “dolce trapasso” e di farci morire in maniera indolore, come se stessimo per addormentarci. Sebbene questo sia una tema caldo, in questo articolo voglio portare l’attenzione del lettore su un altro aspetto “sociale” della morte raramente affrontato con chiarezza, che entra in essere nel momento in cui lo stato si assume la responsabilità di fornire servizi sanitari al pubblico.

Implicazioni del sistema sanitario nazionale

Mutuando l’espressione “the nature of the beast” dall’inglese per indicare le caratteristiche intrinseche di un certo fenomeno possiamo concettualizzare meglio dove voglio andare a parare. Qual è la “natura della bestia” nel caso della sanità pubblica? Ufficialmente nasce per garantire a tutti i cittadini – e talvolta tutti i residenti – non un eguale accesso alle cure mediche – cosa impossibile, data l’esistenza non solo di pratiche indipendenti ma di vere e proprie differenze qualitative geografiche o di natura temporale – bensì la possibilità di essere assistito a prescindere dalle proprie condizioni economiche. In questo modo, con qualche eccezione ovviamente, chiunque può in linea di principio potersi avvantaggiare delle meraviglie della medicina e avere un posto all’ospedale o poter essere soggetto a un intervento chirurgico senza indebitarsi o essere rifiutato.

Questo è l’aspetto visibile di una simile politica. Ma oltre a questo, ha anche diversi lati nascosti, che non sempre vengono portati alla luce. Ve ne sono di diversi, come l’incrementata tassazione, l’assenza di prezzi “genuini” e dunque di informazioni e l’allungarsi dei tempi di attesa a causa della scarsità fisiologica di risorse mediche, che nessun sistema può debellare del tutto. Le code sono la risposta politica a tale problema: in assenza di prezzi – o, data l’esistenza del ticket, senza la possibilità di lasciarli “fluttuare” liberamente – è necessario individuare un altro sistema di razionamento, e uno dei metodi è dilazionare l’erogazione dei servizi sanitari. Laddove invece il meccanismo dei prezzi può funzionare in maniera meno costretta, i tempi di attesa sono quasi assenti, proprio in virtù del diverso sistema di allocazione delle risorse, basato non sull’attesa ma sulla disponibilità di pagare.

I pericoli della de-commercializzazione

Vale la pena soffermarsi su quest’ultimo punto a lungo, dato l’argomento che intendo trattare. Quando il prezzo è tolto dall’equazione, rimane solamente la volontà o meno del paziente di sottoporsi a determinati trattamenti, senza nessuna considerazione per i costi da parte sua; ciò potrebbe sembrare nulla di cui scandalizzarsi, ma la gravità di ciò può essere compresa quando si prendono in esame le procedure sanitarie per le persone in età molto avanzata. Non è un segreto che sono i più anziani ad avere necessità di cure dispendiose; ciò che non è spesso apprezzato è l’impatto che tali terapie hanno nei confronti dell’aspettativa di vita.

Senza tirare in ballo costi specifici, che variano da nazione a nazione e a volte da caso a caso, dobbiamo porci la seguente domanda: quando vale la pena imbarcarsi in un percorso terapeutico? Ha senso spendere 1000 euro per prolungare la propria vita di un mese? E 10.000? A un certo punto, bisogna prendere una decisione. Politicamente, un discorso simile è suicida: significa che lo stato – o, piuttosto, i suoi burocrati e funzionari – assegnano un valore monetario alle vite umane e godono del potere di vita e morte sui cittadini. Non se ne può fare a meno, tuttavia, dato che le risorse mediche sono sempre limitate e, per definizione, insufficienti a soddisfare pienamente i desideri dei cittadini, e la decisione di come spendere tali beni deve comunque essere presa. Il risultato di un governo dal quale si pretende di essere assistiti medicalmente è che esso può decidere chi vive e chi muore – ne abbiamo avuto un assaggio, per esempio, durante questo anno infausto.

In un mondo libero, tale decisione spetterebbe all’individuo e alla sua famiglia. Ridurre l’eredità dei figli per qualche settimana in più di vita? Chiedere aiuto ad amici o magari perfetti sconosciuti attraverso gofundme o strumenti simili? Nel mondo in cui viviamo, invece, sono le sostanze degli altri a essere consumate, e spesso sono le persone più in salute e attente al loro benessere a sborsare di più, dato che necessariamente richiederanno meno servizi sanitari rispetto invece a chi è più cagionevole o meno attento ai segnali del proprio corpo. Il risultato perverso è che si “punisce” la salute e si “ricompensa” l’incuria.

Conclusione

L’alternativa, ovviamente impossibile oggigiorno dato il clima politico e culturale, è un completo ritiro dello stato dalla fornitura di assistenza sanitaria, e una restituzione di tali prerogative alle famiglie e agli individui. Ciò non si significa ingaggiare in ciò che ad alcuni settori del teatro politico piace definire “macelleria sociale”: se davvero una qualcosa come la sanità pubblica è così fortemente desiderato dai cittadini, o da alcuni gruppi di essi, ci saranno frotte di scaltri imprenditori – magari alcuni attivisti stessi – disposti a costituire dei gruppi di assistenza allargata, in maniera non dissimile dai contratti di assicurazione o dalle società di mutuo soccorso. Non è infatti raro imbattersi in casi in cui alcuni individui che soffrono di particolari malattie riescono a ricevere i fondi necessari attraverso raccolte e collette attraverso la rete. Se ricordiamo il caso di Alfie Evans, invece, fu proprio il suo governo a deciderne la morte. Forse il bambino non era salvabile; ma un gran numero di persone contribuirono personalmente per cercare di fare qualcosa per lui.

Episodi simili evidenziano come sia di vitale importanza che ogni nucleo decisionale sociale sia responsabile per sé stesso senza poter mettere le mani nelle tasche altrui, pena non solo sprechi, immiserimento e vere e proprie commissioni che decidono chi debba essere salvato o no – almeno rispetto al controfattuale in cui tali politiche sono assenti – ma anche sempre crescente antagonismo sociale e maggiore richieste di interventi statali. Una maggiore presenza dello stato nella vita dei cittadini significa, in ultima istanza, più baionette pronte ad affondare in chi non obbedisce ai dettami dei potenti.

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