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Referendum costituzionale: perché votare no?

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«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Questo è il quesito referendario che, nei giorni 20 e 21 del mese corrente, sarà sottoposto ai cittadini aventi diritto di voto e al quale il sottoscritto -ma, con un po’ di fortuna, anche la maggior parte dei votanti- risponderà un “sonoro” «No!».

Prima di sviscerare i cambiamenti che saranno introdotti dall’eventuale vittoria del sì, e quindi anche le ragioni del mio no, ritengo opportuno smarcarmi da quella corrente che, a meno di rare eccezioni, ha, purtroppo, monopolizzato il fronte del no: il “feticismo della Costituzione.”

Proprio perché mi ritengo un avversario agguerrito della demagogia rivoluzionaria non posso, per amor di coerenza, riconoscere come parte del mio stesso orientamento chi, o in virtù del proprio antifascismo -perversione sinistra che non coincide più con la doverosa lotta all’ideologia fascista- o perché rivede nella Costituzione il culmine del risorgimento illuminista e repubblicano, vuole, a tutti i costi, mantenere integro lo status quo costituzionale.

L’ITER LEGISLATIVO

Dopo aver sbrigato le dovute premesse iniziali -sarò felice di argomentare in un’altra sede la mia distanza dai fautori della «Costituzione migliore del mondo»– direi che è tempo di affrontare il tema portante dell’articolo: la riforma costituzionale.

La legge di revisione costituzionale, nominata propriamente ex articolo 138, comma 1 della Costituzione, che aveva già ottenuto la maggioranza assoluta nella prima sottoposizione alle due camere -l’approvazione di leggi di natura costituzionale necessita un doppio passaggio per camera intervallato da almeno tre mesi di tempo- ha ottenuto il medesimo risultato anche nella seconda sottoposizione al Senato della Repubblica.

Sempre al senato la legge, grazie al voto contrario di esponenti del Partito Democratico, di Liberi e Uguali e grazie all’astensione di Forza Italia non ha però raggiunto la maggioranza qualificata, composta dai 2/3), che, insieme alla maggioranza qualificata ottenuta alla Camera dei deputati, avrebbe sancito l’approvazione definitiva della legge.

Il mancato raggiungimento della maggioranza qualificata al secondo giro di consultazione ha aperto le porte della formulazione referendaria, a richiedere l’indizione del referendum alla Corte suprema di cassazione -passati tre mesi dalla votazione alle camere il testo sarebbe stato approvato- sono stati 71 senatori -la Costituzione richiede almeno 1/5 dei membri di una delle due camere, 5 consigli regionali o di 500.000 elettori- di orientamento misto.

L’ ANTI-POLITICA E IL RISPARMIO

il M5S ha fatto di una questione delicata e di per se legittima come la riforma delle camere -superare il bicameralismo perfetto in maniera competente (no la riforma Renzi non lo faceva) sarebbe cosa utile- una sterile polemica demagogica giocando il tutto sull’anti-politica (tecnicismo che traduce il nulla assoluto), sulla lotta alla “Casta” (di cui il movimento fa ormai parte e che voterà a favore) e sul risparmio pubblico.

Proprio a riguardo del risparmio, prima di introdurre l’argomentazione portante del fronte del no, penso sia doveroso riportare quanto affermato dall’Osservatorio sui Costi Pubblici Italiano all’interno del proprio dossier sulla questione poiché cristallino:

«Il risparmio netto complessivo sarebbe pari a 57 milioni all’anno e a 285 milioni a legislatura, una cifra significativamente più bassa di quella enfatizzata dai sostenitori della riforma e pari appena allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana».

Il tema della riforma è il taglio del 36,5% dei membri dei due rami del Parlamento, la stessa è sostenuta naturalmente dal M5S ma anche dalla Lega, contraria in linea di principio ma costretta ad approvarla dalla stipulazione del famoso contratto di governo, dal Partito Democratico, che si è espresso in maniera contraria dai banchi dell’opposizione e che invece oggi si dice favorevole per necessità di governo, e da Fratelli di Italia che da sempre si batte per una riforma differente delle camere e che oggi è ostaggio della formulazione populista della riforma.

PERCHÉ VOTARE NO?

Sapendo che un parlamento è tanto più rappresentativo quanto minore è il rapporto matematico tra eletto e elettori si può intuire facilmente che la rimozione del 36,5% dei componenti delle camere, ovvero la riduzione da 630 a 400 dei membri della Camera dei deputati e da 315 a 200 i membri elettivi del Senato, e quindi la rimozione di un totale di 345 tra parlamentari e senatori, non può significare nient’altro che la riduzione drastica della rappresentatività del voto dei cittadini e la necessità di una nuova legge elettorale, che sarà come sempre cucita a pennello per mantenere lo status quo-.

In conclusione, in virtù di quanto riportato finora, la necessità fermare questa modifica della Costituzione appare evidente; la riforma, che è presentata millantando un risparmio pubblico in realtà irrisorio, non fa altro che minacciare e indebolire il già debole controllo dei cittadini sullo Stato rendendo così ancora più complicato l’avvento di riforme realmente atte a velocizzare e a trasformare l’assetto istituzionale del nostro Paese.

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