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Riflessioni sull’unità nazionale

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Il 17 marzo è, tradizionalmente, una giornata speciale. In questa occasione più di altre possiamo assistere al dispiegarsi di due correnti di pensiero opposte, tra chi apprezza l’unificazione politica e chi invece la depreca. L’hashtag #iononfesteggio è un esempio perfetto di una certa fetta della popolazione che non vede di buon occhio quella che definiscono una vera e propria soggiogazione sanguinaria da parte di un élite distante e straniera – i Savoia – caratterizzata anche, piuttosto bizzarramente, da accuse di razzismo. Coerentemente con questa lettura del fenomeno, ritengono che tutt’ora vi sia un marcato imperialismo economico da parte degli “eredi” sabaudi, ovvero le regioni settentrionale dello Stivale, nei confronti delle loro controparti meridionali. È altresì assai importante notare come anche tra i “nordisti” vi siano figure che non reputano un buon affare l’assimilazione della parte “inferiore” – in più di un senso – della penisola, considerandola una zavorra. Tutte queste sono rimostranze che, anche qualora non siano del tutto fondate, hanno comunque un fondo di verità, che ci permette di avventurarci in qualche riflessione circa l’unità nazionale, e l’opportunità di spezzarla.

Un matrimonio infelice

Una spia della salute di una determinata unione è la quantità – nonché la qualità – delle rimostranze che le varie parti si rinfacciano a vicenda ogni volta che ne hanno occasione. Dopo 160 anni di “matrimonio”, l’astio rimane forte, come mostrano i vari movimenti indipendentisti del Nord Italia – alcuni dei quali si sono trasformati in partiti nazionali una volta raggiunto un certo grado di popolarità – e i testardi nostalgici borbonici. Non è importante stabilire la correttezza o meno di alcune lamentele, anche se la tesi “sudista” della depredazione da parte del Nord è effettivamente fondata, come conferma una solida teoria economica: quello che ci interessa è il fatto stesso che un’unione politica necessariamente fa emergere rivalità e opposizioni.

Prendiamo in esame, per esempio, l’imposizione di dazi per “proteggere” il mercato interno manifatturiero. Tali dazi, ovviamente, impediscono l’accesso di prodotti esteri più competitivi, favorendo le aziende nostrane più costose e inefficienti, assicurando loro profitti. Con le merci estere impossibilitate a entrare, il Sud è costretto a pagare prezzi più alti e vedere le proprie esportazioni, di stampo agricolo, cadere, a fronte di minori importazioni dagli ormai ex partner commerciali[1]. In questo senso è corretto affermare che il Nord si è arricchito alle spese del Sud, pur non essendo, ovviamente, l’unico motivo delle sue pene.

Il meccanismo della predazione

In ogni caso, questo è uno solo dei casi in cui un certo gruppo di interesse può trarre vantaggio dall’azione statale per acquisire privilegi a scapito del resto della popolazione, e il conflitto Nord-Sud non deve oscurare questa ben più importante realtà: è solo attraverso un monopolista territoriale di violenza e decisione ultima che è possibile entrare in possesso di tali favori, e più tale monopolista è geograficamente ampio, più può ingaggiare in questo processo di dispensazione di benefici. L’unico fattore che ha permesso alle élite sabaude di mettere in atto il loro piano protezionistico è che era possibile “scaricare” gli alti prezzi sugli agricoltori del Sud, mentre gli industriali del Nord e i loro dipendenti hanno potuto godere di profitti e paghe relativamente più alte.

Al giorno d’oggi, queste occasioni sono enormemente moltiplicate, ed esulano dalla miope visione che fossilizza il conflitto sociale su basi geografiche. Ogni volta che viene concesso un privilegio a un certo settore, come l’editoria – fortemente sussidiata – ogni persona al di fuori di esso e che non consuma i beni e i servizi da esso prodotti si ritrova a sovvenzionare chi invece vi lavora o fa uso di tali beni e servizi. Le parole del grande Hans-Hermann Hoppe sono penetranti come suo solito, quando rileva che l’arte della politica non è, come sostengono gli uomini di stato, di “fare il possibile”, ma quella di incrementare il più possibile gli introiti statali attraverso pratiche discriminatorie che seguono il motto divide et impera, gestendo un vero e proprio “equilibrio del terrore” [2].

Il familismo amorale

L’ultimo aspetto che voglio prendere in esame è l’indebolimento della solidarietà nazionale che tali interventi causano. Se, infatti, per usare un’espressione popolare molo azzeccata, “tutti mangiano” a spese degli altri, allora non ci si può fidare di nessuno, il che dà vita al fenomeno fortemente italiano del cosiddetto familismo amorale, la tendenza a fare gli interessi propri e della propria famiglia a tutti costi e con ogni mezzo, cercando di strappare privilegi e guadagni da ogni “estraneo”. Le operazioni della famiglia, almeno, sono più facilmente controllabili dall’individuo, che vede i propri sforzi ricompensati visibilmente, attraverso, per esempio, il nepotismo[3].

Sebbene una tale dedizione possa sembrare per certi versi lodevole, una delle sue conseguenze è un egoismo molto più marcato, ben lontano da quello “illuminato” di cui la tradizione liberale ha cantato le lodi. Nel secondo caso, l’individuo riconosce che la sua prosperità è collegata a quella altrui, e intraprende calcolate privazioni immediate a vantaggio altrui per un maggiore guadagno personale futuro, anche se incerto, dipendente dalla condotta altrui e non immediatamente visibile; nel primo, invece, vi è una totale assenza di questo comportamento “virtuoso”, dato che la persona si preoccupa unicamente delle sue circostanze immediate. Perché interessarsi a un problema “pubblico” – con tutte le ambiguità del termine – se non mi tocca personalmente?

Come si evince dalla trattazione precedente, più il meccanismo di predazione è radicato e pronunciato, più gli individui sono incoraggiati a diventare familisti amorali, e a cercare di fare i propri interessi a scapito dei concittadini. A livello “nazionale” ciò si traduce in un campanilismo puerile, che cerca si confronta sempre con la parte avversa e cerca di ottenere concessioni e benefici, alimentando il processo di rapina che caratterizza l’operato statale.

Conclusione

Cosa pensare, dunque dell’unificazione nazionale? Sebbene questi fenomeni siano all’opera in ogni stato, le peculiari circostanze della annessione del Sud li ha sicuramente esacerbati. I cosiddetti vantaggi derivanti dalla ricomposizione politica sono o esagerati, come la difesa, o non sono per niente delle conquiste di cui essere fieri, come la moneta unica centralizzata o il protezionismo. A ciò si devono aggiungere i costi umani derivanti dai conflitti armati, e le successive espansioni militari del regno d’Italia, cause di ulteriori mali e ingiustizie.

Una serie di piccoli stati non avrebbe potuto permettersi, per esempio, l’entrata nella Grande Guerra, che rappresentò il baratto di un milione di vite italiane[4] per un’espansione del potere politico dello stato italiano. Non si sarebbero altresì potuti permettere un alto livello di tassazione e interventismo, che concorrono ad abbassare il tenore di vita dei nostri connazionali.

Non è necessario essere sotto gli stessi padroni per essere un popolo, caratterizzato da sangue, storia e cultura condivisa, e di sicuro non si accresce la coesione nazionale attraverso l’integrazione forzata. Al pari dei promotori dello hashtag citato in apertura, io, dunque, non festeggio.


[1] Ricordiamo, infatti, che ogni scambio, in ultima istanza, e di beni per beni, e una minore richiesta di beni da parte di A si traduce, a parità di condizioni, in una altrettanto minor domanda da parte di B; come afferma d’altra parte la tanto bistrattata legge di Say, la propria domanda coincide con la propria offerta.

[2] H. Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 2010, p. 182.

[3] Il “familismo” può estendersi al di là del solo nucleo famigliare per andare a comprendere un gruppo relativamente più ampio e meno geneticamente contiguo, come un’associazione o un clan. I suoi meccanismi ed effetti rimangono tuttavia identici.

[4] Includo qui le perdite della popolazione civile.

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