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Spazio: concetto in evoluzione, alla base di arte ed architettura

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Spazio
Escher – Relatività – 1953

Nel lessico comune il vocabolo “Spazio” viene utilizzato frequentemente, ed in contesti vari.

Dallo spazio cosmico, quando ci si vuole riferire all’ambito dei corpi celesti e dei loro spostamenti, allo spazio fisiologico o fisico, quando ci si vuole riferire a quello spazio reale, che esiste già e che l’uomo scopre ed impara a conoscere attraverso i sensi.

Si parla di spazio nel quotidiano riferendosi a quello ‘ spazio’ delimitato da quattro mura, lo spazio occupato da un insieme di edifici, o da diversi oggetti.
Fino ad arrivare allo spazio visivo o a quello auditivo, per indicare quello del mondo delle esperienze sensoriali; E sempre più estensivamente si parla di spazio ideologico, politico, religioso, architettonico, sociale, pubblico.

Lo ‘Spazio’ però, che con valore assoluto, può essere indicato come il luogo indefinito ed illimitato, in cui appaiono collocati gli oggetti concreti, è un concetto ben più ampio.

È assai complesso capire come lo Spazio sia, o non sia.

Possiamo infatti trattare il problema dello Spazio con la stessa complessità con cui viene trattato il concetto di tempo.
E proprio per questo è stato, negli anni, variamente inteso in campo filosofico.

C’è da dire che il concetto si allarga ed investe varie discipline, andando a toccare dal campo geometrico e proiettivo, quello dei sensi e delle percezioni, arrivano a colpire infine anche i mondi delle discipline delle arti visive e dell’architettura.
Lo Spazio dunque, inteso come concetto, è elastico e capace di allargarsi ed arricchirsi, caricandosi di significati provenienti dalle tante evoluzioni delle discipline stesse, e dei contesti in cui operano.

Da Pitagora a Kant, questo concetto “si estende continuamente”.

Volendo tornare indietro nella storia partiremmo dal’analizzare la concezione pitagorica oggettivistica delle antichità classiche che considerava lo Spazio come il << vuoto >>, inteso come l’ entità che circonda e avvolge tutte le cose.

Passando per la discussa posizione di Parmenide, secondo il quale lo Spazio, sarebbe stato << ciò che non è >>, considerandolo come vuoto, e considerando lo stesso come negazione del pieno.


Platone invece seguì inizialmente il criterio della verità-realtà secondo il quale, le realtà eternamente immutabili si debbano considerare vere; Lo stesso, dopo alcuni anni, tornò poi a considerare la posizione di Parmenide, pensando la “determinata realtà” di ogni cosa esistente come discendente dalla sintesi dell’essere ideale ossia dello < Spazio vuoto >, e cioè del non è.
E così via, arrivando a Democrito che invece rifiuta la contrapposizione del “non è” all'”è“, dopotutto per lui lo spazio è da considerarsi reale. Arriviamo ad Aristotele che escludendo l’idea del vuoto, sostenne che lo spazio sia l’insieme dei luoghi propri dei corpi.

Più tardi …

Cusano avalla la tesi che il mondo non abbia confini spaziali, Giordano Bruno poi, si affaccia a questa idea affermando che la prova dell’ infinità dello spazio, si abbia grazie all’esperienza. Infatti, poiché il centro cambia a seconda della posizione dell’osservatore, cambia anche l’orizzonte che non può essere guardato come limite invalicabile e fermo. Altri ne distrussero, come Galileo, Newton, Barkley e così via, fino a Kant che passa ad una considerazione trascendentale. Ammettendo che nonostante lo spazio sia impossibile da percepire, ogni cosa che ci sia dato conoscere e percepire la si percepisce come data nello spazio. Ed il fatto che lo spazio non sia rappresentabile non ne premette che sia impensabile. Insomma una forma anteriore che esiste prima di ogni altra cosa.

E ci sarebbero tante altre posizioni, come quelle di Bolyai, Gauss, Lobacevskij e Saccheri; il quale sostiene, in contrapposizione con la concezione kantiana, che lo spazio sia un elemento della realtà fisica; e sulla base di questo ne discende l’impossibilità di stabilire se la natura dello spazio fisico sia o meno Euclidea ( in maniera semplicistica, in geometria viene definito spazio euclideo uno spazio utile a definire i concetti di distanza, lunghezza e angolo, che si basa su degli enunciati che, pur non essendo stati dimostrati, vengono considerati veri ).

Ora però, dopo questa lunga ma necessaria premessa concentriamoci sul concetto che lo spazio occupa nelle discipline dell‘arte e dell’architettura, le quali non si occupano di definirne il concetto, ma basano la loro essenza sulla “presenza”(che può essere intesa anche come assenza) dello spazio stesso, e che quindi senza di essa non esisterebbero. O almeno non come le conosciamo ad oggi.

Spazio figurativo

non si tratta di qualcosa di definibile concettualmente, ma è un dizione che indica un’ immagine o una suggestione di spazio che si realizza all’ interno di un’opera.

Lo spazio non si deve considerare quindi come una condizione reale e fedelmente riprodotta, ma piuttosto come qualcosa di costruito dall’artista stesso per mezzo della sua autonomia creativa, che ha però come base quella percettiva; essa stessa viene influenzata ovviamente da interferenze culturali e dalle esperienze personali dell’artista.

in questo processo soggettivo, pur non arbitrario, di costruzione dello spazio, interferiscono condizionamenti sociali e ambientali, per cui in sostanza l’immagine che egli riproduce ricorda anche lo spazio del mondo oggettivo, ma il ritmo e la ‘nuova sintassi’ della sua invenzione lo fanno differenziare da esso in tanti aspetti.

Questo è vero anche in quelle forme d’ arte che essendo guidate da una coerenza razionale, ci sembrano rispecchiare più fedelmente la realtà.

infatti proprio esse attraverso la loro coerenza si distinguono in maniera netta dallo ‘Spazio del vissuto’ e ad esso si contrappongono, ribadendo quindi la loro struttura intimamente concettuale. Questo vale in maniera particolare per l’ architettura; anche se quì l’ opera occupa uno spazio materiale ben individuato, spesso la sua visuale e il suo senso figurativo non solo non è coincidente con quelle che sono le dimensioni fattuali, ma si sviluppa secondo relazioni, articolazioni e ritmi che pur non negando le ‘estensioni materiali’ dell’opera, riescono in certi casi a raggiungere un effetto differente da queste.

Si sovrappone allo spazio misurabile e fattuale, uno ben più mobile e ricco.

L’ uomo ha da sempre bisogno del ‘suo spazio’ inteso come luogo della propria esistenza. Non solo uno spazio geografico, che è il suo riferimento nella vita, ma uno spazio formato e costruito in base alle relazioni ideali che egli si pone di avere in un determinato spazio materiale.

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