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Stato di natura e diritto internazionale

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“Come le piccole famiglie allora, così ora le città e i regni espandono i propri domini con ogni pretesto che si addica agli invasori, si sforzano di indebolire e sottomettere i vicini e giustamente vengono ricordati con onore nelle età successive”

(Thomas Hobbes, Leviathan)

Un’incisione raffigurante le trattative tra i Galli capeggiati da Brenno ed i Romani assediati nel 387a.C.

Una delle conseguenze di maggiore fascino della riflessione di Thomas Hobbes sui concetti di sovranità, stato di natura e diritto è la sopravvivenza del “bellum omnium contra omnes” nel diritto internazionale. Si potrebbe quasi dire che la conflittualità insita nell’essere umano, pacificata a livello interpersonale con il “pactum unionis ac subjectionis”, finisca per riproporsi amplificata nella sfera delle relazioni interstatali, dove i vari Principi-Leviatani si muovono con la stessa libera spregiudicatezza dei singoli uomini nello stato di natura.

Il quadro tracciato da Hobbes, da questo punto di vista, risulta paradigmatico non solo della concezione gius-politica del proprio tempo, al contrario si inserisce in una tradizione filosofico giuridica di antichissime origini, finendo per essere una perfetta chiave di lettura della storia e dei conflitti umani.

La difficoltà di garantire il rispetto dei diritti e, più in generale, la stessa sopravvivenza del singolo al di fuori dell’ordinamento giuridico e sociale di appartenenza è una preoccupazione che affligge l’uomo sin dalla notte dei tempi, come testimoniato, prima ancora che dalle fonti giuridiche, da quelle letterarie: non è un caso che Ulisse, smarrito nelle sue peregrinazioni (Odissea, libro VI), si domandi: ”Nella terra di quali uomini sono giunto? Forse violenti, selvaggi, senza giustizia, oppure ospitali, e devoti verso gli dei?”. Dalle parole di Omero, che pure sono rappresentative della mentalità comune delle popolazioni arcaiche, emerge il vulnus atavico del diritto internazionale antico, che, in assenza di un sistema di coercizione, si basa solamente sui principi di ospitalità e fedeltà tramandati dalla religione: se la polis rappresenta il luogo della certezza del diritto, quantomeno inteso nella sua accezione di pace sociale minima, al contrario l’esterno è lo spazio del sospetto e del pericolo, secondo la dicotomia irrinunciabile amico-nemico ravvisabile persino nella riflessione filosofica di Platone, per il quale il buon guardiano della città, alla pari del buon cane da guardia, deve saper adoperare la filosofia, come scienza del sapere, per poter distinguere l’amico dal nemico, e per poter schiacciare quest’ultimo inflessibilmente. 

La visione disincantata ma realistica del filosofo rappresenta efficacemente una concezione a lungo condivisa delle relazioni internazionali, intese come luogo di scontro e di lotta per la sopravvivenza delle singole  delle singole delle singole comunità che, seppur organizzate giuridicamente al loro interno, interagiscono tra loro sulla base dei semplici rapporti di forza: la legge del più forte, come una sorta di norma fondamentale nelle relazioni al di fuori e tra ordinamenti giuridici, riecheggia nel corso di tutta la Storia, costituendo quell’anello di congiunzione tra diritto, potere e guerra, ovvero le tre costanti esperienze dell’essere umano.

Questo punto di vista è costante in tutte le fonti dell’antichità, basti pensare allo storico Tucidide, il quale, nella sua trattazione della guerra del Peloponneso riporta il discorso tra la delegazione ateniese e gli abitanti dell’isola di Milos, la cui città fu rasa al suolo dalla lega delio-attica per la sola colpa di non aver preso parte alle ostilità (Tucidide,“Storie”,V, par.90ss.): mentre gli abitanti dell’isola incarnano la concezione religiosa e tradizionale della politica estera (“nella sorte abbiamo fiducia, perché non verrà meno il favore divino a uomini pii che si schierano contro uomini ingiusti”), gli Ateniesi al contrario rappresentano una nuova concezione utili di stampo utilitaristico delle relazioni internazionali (“tra gli dei e tra gli uomini chi è più forte esercita necessariamente il potere”).

L’approccio relativistico e utilitaristico al diritto inaugurato dai sofisti ad Atene ebbe seguito presso i giuristi romani che, nella teorizzazione di un diritto comune a tutte le genti (“ius gentium”) raggiunsero il livello più alto della loro produzione nell’ambito del diritto privato internazionale, dando vita ad istituti di diritto privato accessibili ai non cives (come la stipulatio in ambito contrattuale), con tanto di tutela giudiziaria presso il praetor peregrinus. 

Sul versante pubblicistico, invece, i trattati venivano ancora conclusi mediante procedure semi-religiose (“foedera”) aventi come uniche garanzie e la protezione delle divinità invocate e, talvolta, lo scambio di ostaggi: insomma, al di fuori dell’ordinamento giuridico e tra ordinamenti giuridici separati non era ancora concepibile alcuna forma di coercizione e gli stessi patti poggiavano sull’opportunità politica piuttosto che a sul diritto.

Per evidenziare quanto questa mentalità hobbesiana nei rapporti fra potenze fosse diffusa presso tutte le popolazioni antiche e efficace ricordare la risposta, tramandata dallo storico Tito Livio, che i capi Gallici diedero ai Romani, quando questi ultimi chiesero sulla base di quale diritto le tribù celtiche nel 387a.C. avessero occupato le terre degli alleati dell’Urbe:” il diritto lo portiamo nelle armi ed ogni cosa appartiene agli uomini forti” (“se in armis ius ferre et omnia fortium virorum esse” Liv. V, par.36ss). 

È interessante notare come quest’ultima affermazione presenti non pochi punti di contatto con lo “ius in omnia” dello stato di natura hobbesiano, così come il comportamento del re gallico Brenno (che dopo aver pattuito un riscatto per non saccheggiare Roma usò le armi per estorcere un importo maggiore di quello stabilito) ricorda inevitabilmente il “fool” di Hobbes, che si serve dell’ordinamento giuridico e delle sue norme salvo poi violarle per il proprio tornaconto.

“Vae victis” (“guai ai vinti”) disse Brenno, “chi dissentiva deve ora sottomettersi ai decreti o essere lasciato nella condizione di guerra in cui si trovava prima; condizione nella quale poteva essere distrutto senza ingiustizia da qualsiasi uomo” scrisse Hobbes. 

Si evince come l’unica, vera legge vigente sia quella tremenda del più forte e come la determinazione della potenza più forte passi attraverso la guerra: è emblematico l’episodio del colloquio tra Giulio Cesare ed il re germanico Ariovisto (Caes.De bello Gallico, I, 36): quest’ultimo aveva sottomesso in guerra delle popolazioni celtiche alleate dei Romani e le vessava spingendosi ben oltre le condizioni di resa; quando Cesare gli intimò di attenersi ai termini pattuiti, la sprezzante risposta del capo germanico fu: “È diritto di guerra che i vincitori impongano ai vinti qualunque condizione piaccia loro” (“Ius esse belli ut qui vicissent iis quos vicissent quem ad modum vellent imperarent”). Più o meno consapevolmente, Ariovisto reclama la propria sovranità, in nome della quale, come avrebbe affermato Hobbes, il sovrano, sia che regni “per istituzione” che “per acquisizione” sui propri sudditi, non è tenuto a rispondere ad alcuno per le sue scelte di governo.

Con il declino del binomio potestas-auctoritas e con l’accentramento del potere nelle mani del Princeps, Roma passa da spettatrice della crudeltà dello stato di natura a livello internazionale a sua artefice: le parole che lo storico Tacito nell’opera “Agricola” attribuisce al capo dei Caledoni Calgaco costituiscono un aspro j’accuse contro i soprusi dell’Impero: “Razziatori del mondo, adesso che la loro sete di universale saccheggio ha reso esausta la terra, vanno a cercare anche in mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare. Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Fanno il deserto, e lo chiamano pace” (“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, Tacito, Agricola, 30).

Sorprendentemente, con secoli di anticipo, le parole dello storico sembrano preannunciare l’apologo di Sant’Agostino sul leggendario confronto tra il pirata e Alessandro Magno.

La concezione di uno stato di natura conflittuale persistente al di fuori del singolo ordinamento giuridico sembra attenuarsi in età Medievale, contemporaneamente all’affermarsi dell’idea di appartenenza di tutti i fedeli ad un’unica Res Publica Christiana, nonostante le criticità del pluralismo politico (Papato, Impero, Regni, Comuni e corporazioni).

Tuttavia, con l’avvento delle grandi monarchie nazionali e delle teorie sulla sovranità (Bodin), si assiste ad una riemersione del primato dei singoli Stati, anche in campo internazionale, come si evince dagli importanti trattati di Augusta (1555) e Vestfalia (1648).Le conseguenze di una politica mondiale determinata dalla somma delle condotte individualistiche e dalle ambizioni politico-economiche dei singoli Stati sovrani furono le grandi catastrofi del Novecento: l’incapacità degli strumenti diplomatici di allora di fornire efficaci alternative al conflitto armato ha spinto la scientia iuris del secondo dopoguerra a costruire un nuovo spazio interstatale, anche grazie ad un substrato valoriale comunemente recepito da tutte le Costituzioni moderne al fine di instaurare “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni” (art.11 della Costituzione italiana). Dalle macerie del secondo conflitto mondiale si levava, con nuovo significato, l’imperativo categorico “exeundum est e statu naturali”: in tal senso si spiegano le iniziative volte a riqualificare quello “stato di natura” hobbesiano tra le Nazioni, come la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del ’48 e la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del ’50 e ancora l’istituzione di Organizzazioni internazionali e sovranazionali: ecco la sfida delle istituzioni contemporanee, impedire che i valori di giustizia ed equità affermati con il crollo dei totalitarismi non siano strumentalizzati come pretesto per applicare ancora la legge del più forte in ambito internazionale e far sì che le cessioni di sovranità (come il cosiddetto “vincolo esterno”) siano funzionali ad una migliore attuazione dei principi sanciti dalle moderne Costituzioni.

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