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«Sui diritti alla fine vita i partiti sono sempre in grande difficoltà» intervista a Matteo Mainardi.

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E’ ormai noto: il referendum sull’eutanasia legale ha riscosso – e sta riscuotendo – un successo senza precedenti. Lo scorso 16 agosto, infatti, la proposta di referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia ha raggiunto la soglia di 500.000 firme, il numero minimo necessario per poter proseguire con l’iter referendario e organizzare effettivamente le operazioni di voto; attualmente, anche grazie all’innovativa votazione online, si sono superate le 750.000 posizioni favorevoli.

Il tutto è promosso da una lunga lista di organizzazioni guidate dall’Associazione Luca Coscioni e da una mole considerevole di movimenti, partiti ed esponenti politici. In particolare il referendum intende legalizzare la pratica dell’eutanasia attiva che consiste nel procurare, tramite specifiche azioni, la morte di un malato “allo scopo di alleviarne le sofferenze”.

Da anni, oramai, il tema dell’eutanasia torna insistente sul panorama italiano, tramite notizie di cronaca, sviluppi giudiziari o interventi politici. E’ quanto, per l’appunto, sta ripresentandosi negli ultimi giorni, creando non poca confusione sulla validità e l’efficacia del suddetto referendum, aprendo al dibattito tra chi si mostra a favore delle “libertà e dei diritti dell’uomo” e di chi, viceversa, accusa quest’ultimi di “crimini contro la vita”.

Ho deciso, pertanto, di fare chiarezza intervistando Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Referendum Eutanasia Legale per l’Associazione Luca Coscioni (per maggiori informazioni: https://www.associazionelucacoscioni.it/chi-e-matteo-mainardi).

Buona lettura.



È oramai noto: il referendum volto a legalizzare la pratica dell’eutanasia attiva ha ben superato la soglia minima per legge delle 500.000 firme. Il 16 agosto 2021, difatti, sul sito ufficiale dell’Associazione Luca Coscioni emerge un articolo, “500.000 firme, è un grande traguardo! Obiettivo raggiunto”. Può spiegarci, partendo quindi dal principio, cos’è e di cosa si occupa l’Associazione della quale Lei è anche membro di Giunta?

Da ormai 19 anni l’Associazione Luca Coscioni si occupa di assistenza personale autogestita, abbattimento di barriere architettoniche, abbattimento dei divieti sulle tecniche riproduttive così come su quelle anticoncezionali, regolamentazione della gestazione per altri, dell’eutanasia e della cannabis, accesso e avanzamento della ricerca sulle terapie psichedeliche. In Italia e non solo. Il motto “dal corpo della persona al cuore della politica” racchiude tutto ciò che siamo: uno strumento a disposizione di cittadini, ricercatori e medici che si oppongono a leggi proibizioniste per trasformare le loro speranze in campagne organizzate capaci di cambiare le politiche e far avanzare libertà civili.

Bisognava raggiungere le 750.000 firme entro il 30 settembre; lo abbiamo fatto qualche giorno fa. Dell’appoggio ampiamente ricevuto, è stata ed è centrale la figura dei giovani, ragazzi e ragazze che dai 18 ai 25 anni hanno dimostrato un forte senso civico. Da quando Lei ha coordinato la campagna di raccolta firme per la legge sul testamento biologico (realtà avutasi nel 2017), ha notato un cambiamento nella società giovanile? Si può ancora parlare di “giovani assenteisti” dal mondo che li circonda?

Avevo 24 anni quando ho iniziato a coordinare la campagna eutanasia legale. Già allora si parlava di giovani assenteisti e disinteressati mentre i tavoli in cui raccoglievamo le firme per la proposta di legge popolare erano pieni di giovani e giovanissimi insieme a persone di qualsiasi altra età. Nella mia esperienza di vita non sono mai riuscito a trovare una generazione realmente assenteista. E’ il racconto che si fa della gioventù che porta alcuni a credere che sia realmente così. Le nuove generazioni, ieri e oggi, sono il motore della conquista di nuovi diritti.

La storia parla chiaro. È nel 1984 e il deputato Loris Fortuna (socialista e radicale) stilò il primo documento inerente alla legalizzazione dell’eutanasia, dopo aver già ottenuto l’instituzione effettiva delle sue proposte di legge riguardanti la legge sul divorzio nel 1970 e quella sull’interruzione volontaria di gravidanza nel 1978. Complice la sua morte, il progetto sull’eutanasia rimase tuttavia in un limbo di dilazioni parlamentari. Oggi, a Suo avviso, su questi temi rinveniamo una cultura parlamentare di maggiore o minore lungimiranza rispetto alla Camera di Fortuna?

Quando si parla di diritti alla fine della vita, ieri come e più di oggi, seppur per ragioni molto diverse, i partiti si sono mostrati e si mostrano in grande difficoltà. Fino a non troppi anni fa erano le gerarchie vaticane con le loro lunghe braccia politiche ed economiche a frenare il dibattito. Oggi invece i partiti preferiscono non discuterne nelle sedi competenti perché hanno paura di non riuscire a controllare i propri deputati e senatori al momento del voto. Se un dibattito parlamentare sull’eutanasia si aprisse oggi, al voto le etichette partitiche dei parlamentari e degli elettori verrebbero meno, così come vennero meno nel 2017 quando riuscimmo ad ottenere la legge sul consenso informato e il biotestamento. Seppur parlamentari liberi siano il motore di una democrazia, i e le leader di partito temono oggi questa loro libertà.

Se prima abbiamo discusso di “cultura parlamentare”, non ci si può che affacciare su una “religiosa”. Proprio a seguito del raggiungimento della soglia minima di validità referendaria, lo Stato Maggiore dell’Episcopato in una nota sostiene: “chiunque si trovi in condizioni di estrema sofferenza va aiutato a gestire il dolore, a superare l’angoscia e la disperazione, non a eliminare la propria vita. Scegliere la morte è la sconfitta dell’umano” – e continua – “l’eutanasia è un crimine contro la vita. Inguaribile non significa incurabile”. In qualità di alto esponente dei Radicali e di coordinatore della campagna sull’eutanasia legale, cosa risponde alla comunità ecclesiastica? Si tratta davvero di crimine? 

In questi anni e anche ora ci hanno sostenuto atei, agnostici, razionalisti, pastafariani, evangelici e tanti, tanti cattolici. Tra questi ultimi, non solo singoli fedeli, praticanti o meno, ma abbiamo al nostro fianco parrocci e organizzazioni cattoliche giovanili che hanno alimentato e alimentano tuttora un profondo e sincero confronto, non macchiato da pregiudizi, all’interno della Chiesa e della società sulle tematiche del fine vita e dell’aiuto alla morte volontaria. C’è poi il potere vescovile, che è tutt’altra faccenda: anche io come la CEI credo fermamente che “chiunque si trovi in condizioni di estrema sofferenza va aiutato a gestire il dolore, a superare l’angoscia e la disperazione, non a eliminare la propria vita”. La differenza tra me e la CEI è che io penso che quel “va aiutato”, non può diventare per volere dello Stato un “è obbligato”.

Alla luce di quanto affermato finora: perché votare sì al referendum sull’eutanasia legale?

All’interno del Sistema Sanitario Nazionale un medico che si trova oggi davanti a una richiesta eutanasica non può rispettare la volontà del proprio paziente. Nell’ultima fase della nostra vita lo Stato si arroga il diritto di decidere per noi e chiunque ci aiuti a far rispettare la nostra volontà alla luce del sole, rischia dai 6 ai 15 anni di carcere. Ci sono decisioni personalissime che nessuno Stato può calpestare. Votare sì permetterebbe di rendere ciascuno e ciascuna di noi liberi e libere di scegliere fino alla fine, nella piena legalità e con norme a tutela della nostra libertà.

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